CONVERSAZIONE CON BRUNO FORTE GIULIO GIORELLO E SALVATORE NATOLI F ede e ateismo; dialogo tra filosofia e teologia, tra cultura cattolica e cultura laica; rapporto tra fede e ragione, tra società e cultura, con forti implicazioni ideologiche ed etniche. Sono tanti i temi che emergono dal volume Trinità per atei di Bruno Forte, edito da Raffaello Cortina nella collana "Scienzae idee" diretta da Giulio Giorello (pp. 238, lire 32.000). Il libro ha già suscitato un vasto dibattito sulla stampa cattolica e laica, su quotidiani e riviste. Ma molti sono i nodi che vogliamo ancora approfondire con lo stesso autore, innanzi tutto, e poi con due "testimoni" laici qualificati, Giulio Giorello e Salvatore Natoli. Bruno Forte è uno dei più importanti studiosi della teologia italiana di oggi. Ordinario di Teologia dogmatica alla Pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale, ha pubblicato testi di grande successo, tradotti in diverse lingue, fra cui l'opera in otto volumi Simbolica ecclesiale (edizioni SanPaolo) e il recente In ascolto dell'altro. Filosofia e rivelazione (Morcelliana), oltre al libro di poesie Di te ricordo quando... (Piemme), con prefazione di Mario Luzi. Questa sua ultima opera è un libro insolito e in qualche misura anche contraddittorio: come dichiara lo stesso titolo, Trinità per atei intende presentare il dogma più ardito del cristianesimo, la Trinità appunto, proprio ai non credenti, ai negatori del Dio Uno e Trino dei cristiani, agli atei. E interlocutori del teologo napoletano sono tre noti filosofi non credenti, Massimo Cacciari, Giulio Giorello e Vincenzo Vitiello, che nel volume intervengono con tre saggi, cui Forte risponde. A Giulio Giare/lo. tilo6oto della 6Cienza che in6egna all'univenità Statale di Milano. chiedo innanzi tutto che 6ono gli atei. che co6a 6i intende oggi per "ateo". Non penso che ateo sia semplicemente chi sostiene che Dio non c'è: questo atteggiamento presuppone quella rigidità che è speculare alla vecchia teologia, per la quale si davano prove indubitabili dell'esistenza di Dio. Non porrei quindi la questione sul piano della negazione dell'esistenza di Dio. Secondo me, ateo oggi è chi dice in materia aperta e completa sì alla vita e accetta la vita in tutte le sue manifestazioni, anche quelle che sembrano più ripugnanti; è chi riscopre la natura fisica delle cose e la natura carnale di noi stessi. In questo senso, ateo non è chi parte lancia in resta per negare il Dio cristiano o quello di altre religioni, ma chi afferma in modo radicale le finitezza di noi stessi e la finitezza di ogni cosa che fa parte del mondo. Insomma l'ateo è chi richiama la natura mondana delle cose e a questa natura mondana è soprattutto interessato". Don Forte. co6a 6i intende invece per ··credente"'? Chi 6ono oggi i credenti? Secondo una curiosa etimologia medievale, "credere" deriverebbe da cordare, cioè dare il cuore: il credente è colui che si affida perdutamente all'altro e questo altro è anzitutto Dio, il suo mistero, quel mistero più grande che avvolge tutte le cose; ma l'altro è anche !'"altro prossimo". Dunque il sì della fede è anche un sì alla vita, un sì alla gioia, alla pienezza e alla verità della vita. In questo, mi sento al tempo stesso lontano e vicino a quello che afferma il mio amico Giulio Giorello, perché penso che anche per il credente la vita - la vita pulsante, viva - è importante, in quanto la riconosce come dono e come chiamata di Dio. li Dio del credente è anche il Dio della vita e il Dio della storia. Credere significa anche amare questo mondo e voler vivere in pienezza la propria esistenza mondana secondo il disegno di Dio. Applicando al credente e all'ateo quello che lei dice del teologo e del tilo60ffO, nel 6UO libro lei auterma di eMere convi.nto che "un credente non è che un povero ateo che ogni giorno 6i 6fforza di cominciare a credere" e che l'ateo "che crede di non credere in Dio o veramente non crede. 6ia in realtà un credente che ogni giorno 6i 6borza dicominciare a non credere". Allora, Don Bruno? In entrambe queste affermazioni vorrei mettere in luce il continuo cammino che è la vita dell'uomo sulla terra: nessuno di noi è un arrivato. Non lo è il credente, il quale ogni giorno deve vivere la sua lotta, la sua agonia, per potersi perdutamente affidare a Dio: se il credente non fosse un povero ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere, la sua fede sarebbe un bagagliaio ideologico ormai già morto. Ma lo stesso vale per il non credente pensante: se le sue posi-
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