~scol della cura, e si trasforma infine in una radura heideggeriana; questa tuttavia non si presenta, nella poesia di Neri, come una rivelazione/nascondimento del senso dell'essere, dove l'assenza sia in funzione della presenza, ma al contrario come una zona opaca, ai cui margini traspaiono diafani eventi, ed al cui centro si dà un'oscurità irrischiarabile. la fitta trama del mistero in cui si arresta lo sguardo indagatore ("Il cerchio Bcomprende un interno vuoto", p. 59). Neri intesse consapevolmente i suoi versi nell'intreccio di poesia e filosofia, come attesta la ricorrente immagine della civetta e del gufo in Liceo. Non è un'ingerenza indebita; infatti anche la filosofia, nella sua accezione più genuina di saggezzateoreticamente rielaborata, è sforzo ascetico di distanziazione dai fenomeni dell'esperienza, dunque sképsis, sguardo indagatore che scruta, nello scheletro logico delle cose, il mistero della loro gratuità, e cerca di pensare l'indistruttibilità di ciò che è stato distrutto. Seconoscere, come insegnava Hegel, è rendere estraneo il noto, allora anche la poesia di Giampiero Neri appartiene al pensiero. Lo spazio in cui essa si colloca è appunto quella prossimità di pensiero e poesia così acutamente lumeggiata da Heidegger. Una prossi-mità in cui - a mio parere - rimane comunque una differenza specifica tra le due modalità espressive: la poesia trasfigura i colori della vita originaria in altri colori, che ne rilanciano splendore ed enigmaticità; la filosofia, invece, mira a una visione in bianco e nero dell'esperienza. Fin dagli albori della nostra civiltà, i diversi orditi dell'intreccio di queste due forme espressive hanno dato luogo alle sterminate peripezie del pensiero. Nell'ordito della scrittura neriana, mi semare brache convergano, nello stesso atto, morte e risurrezione, strette insieme: non la morte che prelude alla rinascita, neppure il trionfo dell'eternità dello spirito che si lascia alle spalle le rovine del tempo; ma, appunto, il permanere nel dileguare, l'incessante ritorno del togliersi delle figure che manifesta la gloria dell'apparire. Nella poesia pensante di Neri risuona così una eco cristiana, ma - mi pare - di un cristianesimo che intende la resurrezione nella stessa croce, e non nel suo oltre. Mi sorge così spontaneo l'accostamento al filosofo Andrea Erno: grande e solitaria figura, la cui originale speculazione è rimasta finora ai margini della scena filosofica italiana del Novecento. Si legga la poesia più esplicitamente filosofica dell'ultima raccolta, Effimere-. "Volano sulle correnti/ di un invisibile oceano I che si suppone infinito I le diverse specie di effimere/ dalla forma inconsistente. / Si manifesta allora il principio di contraddizione, / benché duri soltanto un giorno o due / questo breve dominio, I effimero come dice il nome" (p. 98). Qui è condensata la visione filosofica dell'autore: la condizione umbratile degli eventi, umani e naturali, l'oscuro e indefinito sfondo da cui sono prelevati, la relatività delle leggi logiche che dovrebbero garantire l'intelligibilità del reale. Ma questa visione profonda non esaurisce le potenzialità speculative che traspaiono nella filigrana dei versi di questo poeta filosofo. Egli stesso, del resto, sembra volerci mettere sull'avviso di una tale eccedenza di senso, con l'alludere alla sua affinità con la civetta e soprattutto con l'amato gufo, "specie filosofica" (p. 61). Chissàche non dipinga se stesso, quando lo descrive in un'altra po-esia di Liceo, "Sovrapposizioni" (p. 77): D el guuo reale o Sminteo. diotrnttore di topi. 6i può dire che è raro. Vive nei botichi abbandonati, ma imbatter6i nel tiuo tiguardo tievero. nelle 6Ue penne arruuuate, può turbare. Comunque. che intenda o meno ri-chiamartii a un altro uilotioUico volatile notturno. /'hegeliana not-tola di Minerva. è certo che nel guuo e nella civetta Neri ritrae i lineamenti della condizione etiititenziale del poeta e del pentiatore. appartato da diurni diticortii e diticordie, ma audace nello tipiccare il volo "nell'aria notturna". libera e indomita nel regno notturno dei pen6ieri: La civetta è un uccello pericolotio di notte. quando appare tiul tiuo terreno come un attore tiulla ticena ha timeMo la tiua parte di zimbello. Con una titrana voce Uaudire il 6UO richiamo, vola nell'aria notturna. Allora tace chi tii prendeva gioco. 6i naticonde dietro un riparo di uoglie. Ma è breve il tieguito degli atti. il teatro naturale 6i allontana. All'apparire del giorno la civetta ritorna al wo nido, al tiuo dimeMo detitino. ("Due tempi", p. 55)
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