una corrispondenza giornalistica, in un implicito appello al lettore a collaborare alla ricostruzione dei fatti. Una volta inserito in un'opera di più ampio respiro - come lo stesso Dibbuk e altre storie, dove i racconti si compenetrano per la comunanza di tema e per i frequenti richiami agli stessi luoghi e personaggi - questo elemento rende tuttavia più difficile l'opera di decifrazione di particolari ed indizi. Dietro il paravento di una "letteratura del fatto", che sembra solo riportare i fatti (uno dei racconti. li pino. si presenta perfino come una mera registrazione, priva di interventi, del monologo della protagonista), la Krall, narratrice onnipresente. sembra in realtà anche impegnata a provocare i propri lettori per verificarne reazioni e comportamenti. Tutta la scrittura di questa autrice è inoltre intessuta di elementi autobiografici e inserita in un saldo ordito letterario. In questi racconti è difficile infatti tracciare una nitida linea di demarcazione tra un avvenimento realmente accaduto e la sua rielaborazione narrativa: la guerra ha posto ebrei e polacchi in situazioni drammatiche quanto incredibili e avventurose, spingendoli alla finzione, alla mistificazione, all'autoinganno,. Come ha già mostrato un altro scrittore polacco, K. Brandys, nel suo romanzo Rondò (1982,traci. it. E/O 1986), essaha fatto trionfare le possibilità romanzesche della vita, accostando storie di abbandoni, perdite, morti, ritrovamenti e agnizioni finali. La drammaticità di quegli avvenimenti trova quindi tanto più naturalmente una sua rielaborazione narrativa, cui la Krall non guarda solo con sentimento e partecipazione, ma anche con ironia, a volte perfino intravedendovi dei toni da vaudeville. Capiterà perfino di leggere alcuni racconti del Dibbuk e altre storie con la passione con cui si legge un giallo, la cui soluzione si trova rigorosamente solo nelle pagine finali. Come già accennato, un altro degli altri aspetti caratteristici di questa raccolta è il costante intrecciarsi delle sorti dei suoi personaggi: costretti attraverso gli stessi passaggi obbligati, gli stessi drammatici appuntamenti, essi si sfiorano continuamente, pur senzaconoscersi o riconoscersi. Anche i nomi degli stessi centri della Polonia e della Lituania tornano come sfondo comune di storie diverse. a sottolineare quell'unione ideale che saldava insieme i vari rami della comunità ebraica polacca, tanto fondamentale per tutta la storia dell'ebraismo. Questo procedimento ricorda d'altra parte Decalogo, il celebre ciclo di film di K. Kieslowski, dove i personaggi di storie diverse popolano i vari alloggi di un stesso centro residenziale alla periferia di Varsavia. Leaffinità con Kieslowski, che con la Krall ha condiviso varie esperienze generazionali. non finiscono qui. Come buona parte della più recente cultura polacca, entrambi - dopo il forte richiamo degli anni settanta a documentare la realtà che veniva ignorata dalla cultura di regime e rimossa dalla censura - hanno cercato di trovare nuovi, più sottili linguaggi al confine tra testimonianza e finzione narrativa. Ancora nel 1968il regista aveva girato per la televisione polacca un documentario, La fotografia. L'impresa nasceva da una sorta di scommessa:partire da una foto scattata a due ignoti bambini ritratti con una carabina in mano all'epoca dell'insurrezione di Varsavia e ricercarne le tracce nella stessa strada ventiquattro anni dopo, filmando a caldo le reazioni della gente. Uno dei racconti dell'ultima raccolta, li rancore, la Krall si serve di un procedimento assai simile: il resoconto di un sopralluogo in una viuzza di Lezajsk(o Lizensk, un centro del sud-est della Polonia importante per la storia del chassidismo) per tentare di ricostruirne la vita di un tempo sulla base di testimonianze, delle reazioni dei suoi attuali abitanti e della lettera di un sopravvissuto. Al regista polacco, recentemente scomparso, la scrittrice è stata legata da un intenso rapporto d'amicizia, descritto anche nei suoi libri. Entrambi hanno optato per una narrazione al condizionale, che non porta mai a un'interpretazione univoca, ma che resta invece sospesa come in un punto interrogativo. Anche la Krall non mette mai in discussione ciò che i suoi personaggi le raccontano e non affronta il problema della responsabilità per i fatti che si trova a ricostruire, lasciando al proprio lettore la libertà di tirare le somme. ComeKieslowski, la scrittrice è passata da un'attività di tipo documentario a forme di espressione che non escludono il fantastico o il metafisico, pur restando immerse in uno straordinario senso della normalità. Così, pur parlandoci di un mondo scomparso e a noi ignoto, di sopravvissuti ormai vegliardi, dell'Aids e dell'eutanasia, riesce a dare alle sue storie un'universalità dalla valenza perfino simbolica e mitica.
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