Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

Legoland). Ci narra così la vita dei quartieri ebraici, con le loro casette dappertutto simili, le strade asimmetriche, le feste, i personaggi tipici .. Certo, in questo si lascia guidare dai grandi modelli della letteratura in yiddisch tra Otto e Novecento, che ha immortalato la shtetl, la piccola cittadina ebraica dell'Europa orientale, con i suoi irripetibili protagonisti. Tuttavia se la sua narrazione tiene presente una certa visione mitica, fuori dal tempo, caratteristica di quella letteratura, è anche tenacemente radicata nella storia degli ultimi ottant'anni. Senel Dibbuk e altre storie si va a ritroso fino all'epoca del chassidismo, il movimento mistico sorto in Polonia nel XVII I secolo, per poi tornare al presente, ci si sofferma anche nel ventennio tra le due guerre, quando l'ebraismo non è più una realtà chiusa, ma un'enclave che si apre. tra fascinazioni e reciproche incomprensioni, al mondo polacco che lo circonda. Sono storie di ebrei assimilati, inseriti nella realtà polacca, che scoprono la loro diversità solo con la recrudescenza dell'antisemitismo negli anni trenta, di iscritti al partito comunista rifugiatisi in Urss e là, assieme ai loro compagni polacchi, deportati in un lager o fucilati. Narrano dei vergognosi pogrom del secondo dopoguerra in Polonia. della campagna antisemita del 1968che costrinse trentamila persone a lasciare il paese, ma anche della presenza degli ebrei comunisti nei famigerati servizi di sicurezza nei tardi anni quaranta e cinquanta. Se nelle sue storie ci sono solidarietà impreviste e tradimenti dolorosi. assassini e amori passionali. la scrittrice non chiede tuttavia La Krall è un'ebrea polacca, pienamente inoerita - come tanti altri - nella realtà culturale e politica del ouo paeoe. Dalla metà degli anni oettanta ha dedicato un'attenzione oempre maggiore al recente paooato degli ebrei, di cui oono rimaote cool poche teo timonianze, dopo che l'Olocauoto ha traouormato una conoiotente minoranza nazionale di oltre tre milioni in poche migliaia di oopravvioouti. condanne o assoluzioni: "Descrivo il mondo com'era e come è oggi, e non chiedo il perché" ha ricordato in un'intervista. È appunto a questo che forse si deve la sua popolarità all'estero e in patria, dove la Krall ha contribuito al crescente interesse nei confronti della cultura ebraica: navigando attraverso decenni di storia ci presenta. senza la minima sbavatura sentimentale o retorica, un quadro dei rapporti tra polacchi ed ebrei. I suoi racconti sono sempre veri. Vera è la storia di Adam S.. il protagonis.ta del Dibbuk, uno storico dell'arte americano che reca dentro di sé il suo fratellino morto in un ghetto della Polonia. Vere sono le sorti dei cosiddetti "figli dell' Olocausto", i bambini adottati da famiglie cristiane che a cinquant'anni vengono a sapere delle loro origini e tornano con sofferenza alle proprie radici. Veri sono i ritratti dei sopravvissuti. gli ultimi anziani ebrei di Varsavia, che hanno rinunciato a partire per poter conservare tradizioni e riti presenti da secoli e secoli in Polonia A prova della autenticità dei racconti della Krall si potrebbero perfino citare varie testimonianze dei loro stessi protagonisti apparse sulla stampa polacca e internazionale. Senza dimenticare un eccezionale servizio fotografico di T. Tomaszewski e M. Niezabitowska. The Remnants. The Last Jews in Poland, apparso nel 1986su "National Geographic", dove i lettori ritroveranno più di una situazione e perfino qualche nome del Dibbuk e altre storie. Certo, come molti altri scrittori che affrontano simili temi. la scrittrice intende soprattutto dare una testimonianza: nella sua raccolta dichiara di scrivere perché i morti, che non hanno avuto nemmeno una lapide. possano almeno trovare spazio nel suo libro. Insiste a ricordare che non è lei a creare figure e situazioni, ma alla domanda fondamentale che riecheggia nelle sue pagine ("Chi ha composto quelle vite?") preferisce parlarci di un "Grande Sceneggiatore" che ordisce trame e destini, i cui disegni si manifestano sotto la forma di una provvidenza difficilmente decifrabile. assai vicina al caso. Ciò che conta è infatti la necessità di narrare ancora una volta quelle storie, non tanto per tentare di fornire un'interpretazione alla morte assurda di milioni di persone, quanto perché in questo modo esse possono tornare a vivere per noi. Alcuni critici hanno notato come i testi della scrittrice siano rimasti tenacemente vicini al reportage: la voce narrante sembra limitarsi a collegare gli avvenimenti, senza esporsi. nel più tradizionale stile di

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