Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

La Krall è un'ebrea polacca, pienamente inserita - come tanti altri - nella realtà culturale e politica del suo paese. Dalla metà degli anni settanta ha dedicato un'attenzione sempre maggiore al recente passato degli ebrei, di cui sono rimaste così poche testimonianze, dopo che l'Olocausto ha trasformato una consistente minoranza nazionale di oltre tre milioni in poche migliaia di sopravvissuti. L'ebraismo, che per lunghi secoli si era intrecciato profondamente con la storia della Polonia, è stato così anche presto rimosso dall'immaginario collettivo. In una sua celebre poesia il premio Nobel CzeslawMilosz ha scritto a questo proposito come già nell'immediato dopoguerra l'yiddisch fosse divenuto la lingua di un mondo estraneo, come di un antico, misterioso pianeta. Molti scrittori polacchi hanno affrontato questo nodo, soprattutto negli ultimi vent'anni. A differenza di altri, la Krall ha deciso tuttavia di privilegiare non la morte di milioni di persone, ma la loro vita, narrando le loro storie fin da vari decenni precedenti la guerra e seguendole fin nei ghetti creati dai nazisti. In certa storiografia sull'ebraismo - ha notato in un'intervista - non v'è cenno sugli ebrei polacchi: essi "compaiono solo quando si parla dell'Olocausto: servono alle statistiche." Ai suoi lettori preferisce invece raccontare una realtà vitale che le statistiche non possono rivelare, e di ciò che di essa è rimasto . "Non scelgo i destini peggiori. - ha detto - Spessoscrivo di persone che sono sopravvissute". Gli ebrei dell'Europa orientale - ha scritto Senelle tiue Morie ci tiono tiolidarietà impreviMe e tradimenti dolorotii, aMaMini e amori paMionali, la ticrittrice non chiede tuttavia condanne o atitioluzioni: "Deticrivo il mondo com'era e come è oggi, e non chiedo il perché" ancora nel Dibbuk e altre storie - avevano una loro lingua e letteratura, i loro tzaddikim e banchieri, i loro artigiani, socialisti e chassidim, la loro cucina, le loro melodie, sospiri e gesti e un particolare modo di tener sollevata la testa." In quel mondo, in quel I' "amalgama di intellettualismo e misticismo" non ha fatto in tempo a vivere (nata nel 1937,si è dovuta fortunosamente nascondere durante la guerra), ma vorrebbe che i suoi lettori imparassero ad amarlo, a sentirne la mancanza. Va così alla ricerca delle tracce che di esso restano - malgrado tutto - in ogni città polacca, nella memoria e nei sogni della gente. La Krall si serve cosi della sua pratica giornalistica, compiendo sopralluoghi personali e basandosi sulle testimonianze degli scampati. Anche la narratrice del Dibbuk e altre storie, suo trasparente alter-ego, si sposta nelle varie zone della Polonia alla ricerca di sempre nuovi elementi che mette a confronto, verifica e integra con pazienza e discrezione, ricostruendo il passato attraverso il presente. Riescecosì a ricomporre l'immagine di qualcosa che si è polverizzato in mille frammenti: in una nota trasmissione televisiva tedesca, Literarisches Quartett, Sigrid Loffer l'ha paragonata perfino a una sorta di archeologo che ridà forma a un antico vaso andato in pezzi (similitudini di questo genere vengono usate spessoper definire la specificità della sua scrittura, ed è forse per questo che in Germania un suo editore ha perfino avuto la sconfortante idea di modificare il titolo di una sua recente raccolta in

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