Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

meno ile di o torie, immagini, diocuooioni e opettacolo Volontadri'Albania Lamutuadeglimmigrati i ~ o. ~ ~ 8 V, °' i RoaldHoffmann: ~ chimica ~ . 1 epoesia ,.. :> e: LI > 3 ,,. ,, '" 7~9-;' ~ ~ JohnBerger fotografHaenri Cartier-Bresson ReportagRe:obertOario Raccont BambarCa,osta, DelLlanoJ,onesT,ezza

Con trasto s1 riconosce nel fotogiornalismo di qualità. Sguardi sul mondo che ti raccontano il nostro tempo. Fatti, personaggi e avvenimenti reperibili in un grande archivio di immagini storiche e di attualità italiana e mondiale, disponibili all'istante, 24 ore su 24, con linee ISDN. Un network al quale collaborano agenzie e fotografi di tutto il mondo. E immagini di natura, spettacolo, lavoro, viaggio e arte per l'editoria, l'informazione, la pubblicità. Un'agenzia dove incontri la fotografia d'autore, che Contrasto valorizza da sempre con mostre, seminari e pubblicazioni. contrasto 00187 Roma - Via Calabria, 32 -Tel. (06) 42086551 - Fax 42821481 - ISDN (06) 52274650 20124 Milano - Via G.B.Pergolesi, 2 -Te!. (02) 66988050 - Fax 66986857 - ISDN (02) 58203490 o r "' < "' r z o u z o "' < v o v z Ul "' Ul "' z z < v

1 ~ . o BIBllOT-EC ·. t .GINBOIAN Y' ' * \lT orremmo dedicare queste poche W righe a un caro amico e vecchio collaboratore di Linea d'Ombra, Gianfranco Bettin, che è anche prosindaco di Venezia. Prosindaco perché si occupa della "terraferma", di quella parte cioè del comune di Venezia che non vive d'arte e di turisti, ma che ha vissuto di fabbriche tra le più inquinanti e che di recente ha conosciuto giorni di profonda crisi, cambiamenti che sono stati dolorosi, fenomeni di disgregazione sociale fino alla criminalità. Anche questa terraferma potrebbe rientrare nel nordest, ma la sua immagine di periferia infelice non coincide con quella tutto lavoro villette e fabbrichette e soldi che abbiamo attribuito al nord-est della propaganda e della protesta antitasse. Un paio di anni fa abbiamo seguito Gianfranco lungo un'intera giornata di lavoro, che era cominciata con un dibattito sui giovani e la violenza, era continuata con un incontro con le associazioni dei portatori d'handicap, con una visita all'ex fabbrica occupata da un gruppo di rom, con il sopralluogo in un camping verso Tessera dove sistemare provvisoriamente i rom che occupavano abusivamente e pericolosamente la fabbrica semidiroccata, con un altro incontro con un comitato di quartiere per la sistemazione di alcuni spazi da dedicare allo sport e al tempo libero, e Il prooindaco di Venezia alle preoe con un rioanamento morale e materiale ditticile e poMibUe, contro la terocia e l'imbecillità "SereniMima" si era chiusa con un'assemblea assai tesa, dove mi pare si dovesse discutere di microcriminalità e di immigrazioni o di qualcosa del genere, non ricordo bene. Da un luogo all'altro si percorrevano quartieri di tangenziali o di vie di gran traffico, in una luce opaca: era l'afa di giugno ma poteva sembrare lo smog, memoria dei fumi inquinanti delle fabbriche. Malgrado il calore, la passione dei nostri interlocutori, cittadini qualsiasi, attivisti politici, i rom appena arrivati da non so dove, i collaboratori di Bettin, i rappresentanti delle varie associazioni, l'impressione era d'angoscia, problemi cui non sarebbe mai stato possibile dare soluzione, malattie che avevano ormai corrotto quei luoghi (anche fisicamente: il disordine urbanistico accumulato durante decenni ne era la riprova), malgrado la coraggiosa volontà di quelle persone. Era l'impressione di un giorno di alcuni anni fa. Probabilmente il lavoro assiduo di allora ha potuto correggere molto, ma i miglioramenti non cancellano l'impressione di un nord-est talmente alle prese con i propri quotidiani problemi da sembrare lontanissimo dalle repubbliche serenissime e dalla scalate ai campanili. Pare abissale la distanza tra i retori di quelle bandiere e gli autori di quelle imprese, inconciliabili nella loro banalizzante ostentazione di particolarismo e d'egoismo con l'asprezza, la gravità, la complessità che questa "terraferma" vive. Gianfranco Bettin nel suo ultimo libro, Nemmeno il destino, pubblicato da Feltrinelli, ha tentato di raccontare attraverso le figure di alcuni giovani questa realtà, con crudezza, ma anche con l'amore che lo conduce a momenti di lirismo. Per questo racconto Bettin è stato minacciato di morte da un tribunale della serenissima armata. Ne hanno scritto i giornali. Il comunicato diceva anche di un rogo simbolico del libro e di punizioni per gli editori. Bettin aveva già subito minacce, una volta era stato addirittura sequestrato, pistola puntata alla tempia. Ma in quei casi i delinquenti volevano colpire il suo impegno contro lo spaccio della droga. In quest'ultimo caso sono centotrenta pagine di un romanzo ad armare la mano dei "serenissimi". Non so se complimentarmi con Bettin per la straordinaria efficacia del suo scritto o se disperarmi per la criminale imbecillità dei miei compatrioti, imbecillità che purtroppo può sempre coltivare proseliti e per questo spaventa. L'idea di bruciare i libri l'hanno avuto anche studenti di destra di non so quale città. L'imitazione è una straordinaria tentazione, soprattutto quando agli altri (istituzioni e pubblico) viene comodo far finta di niente.

Direzione: Oreste Pivetta Capo redattore: Serena Daniele Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Benin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici. Riccardo Duranti. Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Marcello Flores, Goffredo Fofi, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti. Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodriguez Amaya, Alberto Rollo, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collaboratori: Damiano D.Abeni. Adelina Aletti. Chiara Allegra. Enrico Alleva. Livia Apa. Guido Armeflini, Giancarlo A6cari. Fabrizio Bagatti. Laura Balbo. AleMandro Baricco. Malteo Belline/li. Stebano Senni. Andrea Berrini. Giorgio Bert. Lanbranco Binni. Luigi Bobbio. Norberto Bobbio. Marilla Bobbifo.Giacomo Bore/la. Franco Brio6chi. Giovanna Ca/abrò. Silvia Calamandrei. 16abellaCamera D'Abblitto. Gianni Canova. RoccoCarbone. Caterina Carpinato. Bruno Carto6io. Ce6are Ca6e6. France6co M. Cataluccio. Alberto Cavaglion. Franca Cavagnoli. Roberto Cazzo/a.France6COCiabaloni. Giulia Co/ace.tllore Colombo. Pino Corria6. Vincenzo Con6olo, Vincenzo Cot-i-inelli.Alberto Cri6tobori. Peppo De/conte. Roberto De/era. Paolo Della Valle. StebanoDeMattei•. Carla De Petri6. Piera DefaMi6, Virtorio Dini. Carlo D0110/0.Edoardo E6po6ito. Saverio t6po6iro. Doriano Fa60/i. Giorgio Ferrari. Maria Ferretti, Antonella Fiori. Erne6lo Franco. Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta. Alberto Galla•. Roberto Gatti. Filippo Genti/on/. Gabriella Giannachi. Giovanni Giovannetti. Paolo Giovannetti. Giovanni Giudici. Bianca Guide/li Serra. Giovannijervi6. RobertoKoch. Gad Lerner. SlebanoLevi Della Torre. tmilia Lodigiani. Mimmo Lombezzi.Maria Maderno. Luigi Monconi. Muria Tere6aMandatari. Bruno Mari. tmanuela Martini. Edoarda Ma6i. Paolo Mattei. RobertoMenin. Mario Modene6i. Renata Molinari. DiegoMormorio. Antonello Negri, Grazia Neri. Lui6a Orelli. AleMandra 0r6i. Armando Pajalich. Pia Pera. Silvio Perre/la. Ce6are Piane/ola. Guido Pigni. Giovanni Pii/onco. Pietro Polito. Giuliano Ponlara. Sandro Portelli. Dario Puccini. Fabrizia Ra mondino. Michele Rane/letti. Luigi Reitani. Marco Revelli. Ale660ndra Riccio. Paolo Ro6a. Roberto RoMi. Gian Enrico Ru6coni. Nanni Sa/io, Domenico Scarpa. Maria Schiavo, Franco Serra. France6COSi6ci. Pietro Spi/a. Antonella Tarpino. Fabio Terragni. AleMandro Triulzi. Gianni Turchetto. Luigi Vaccari. FedericoVare6e.Bruno Ventavoli. Antonella Viale. tmanuele Vina66a de Resny. Itala Vivan. Gianni Volpi. Progetto grafico e impaginazione: Rossana Tesoro Redazione: ViaMelzo 9 - 20129Milano - lei 02/z9514532Fax 02/29514522 Amministrazione e abbonamenti: Picomax srl Via F. Casati 44 - 20124 1 Milano - Ufficio abbonamenti, Tel 02/66990276 Fax 02/66981251 Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Alessandra Gagni. Michele Neri. Marco Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie, FarabolaFoto e Grazia Neri. Editore: linea d'ombra Edizioni srl - Via Melzo 9 - 20129Milano - Te!. 02/z9514532 Fax 02/z9514522 Distribuzione, In edicola S0.DI.P. S.p.a. Via Bettola 1820092 Cinisello Balsamo (Mi) Tel.02/66o301 Fax.02/66030320. In libreria, JOODistribuzione • Via F. Argelati 35, Milano· Tel. oz/8375671Fax 02/58112324 Fotocomposizione e Stampa: Grafiche Biessezeca srl - Via A. Grandi 46 20017Mazzo di Rho (Ml)· Tel 02/93903882 Fax 02/93901297 LINEA D'OMBRA iscritta al Tribunale di Milano in data 18.5.87al n. 393. Dir. responsabile, Goffredo Fofi I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi dirirro, ci dichiariamo pronti a orremperare agli obblighi relativi • Anno XV Numero 127 - menoile Ilcontesto 'esperienze OrestePivetta Italo Siena EttoreColombo Roald Hoffmann ~/vie C<?Jaud Volontari a casa loro GiulioMarcon Il catalogo del disordine NicolaLabanca hnBerger Vestirsi e segnarsi RobertaOrio Rubriche Agenda Il museodella Biennale CarloA/bertoBucci

di 6torie, immagini, di6CU66ioni e 6pettacolo Il girodelmondo • rio Illuotrazione di coperti.n.a Franco Matticchio Storie

• ROCKITALIANO StefaniaGalegati,dal catalogo "modie luoghi", a cura di RobertoPinta edito dal comunedi Milano I mondo rock italiano non è mai stato così vasto e prolifico come negli ultimi anni: ma il successo, quello con la "S" maiuscola, continua ad arridere quasi sempre, purtroppo, ai soliti noti. Formare una band è il sogno di moltissimi giovani, e provarci con la musica potrebbe anche essere una strada per sfuggire alla diffusa mancanza di lavoro: male che vada, resta pur sempre un divertimento, dai costi neanche tanto elevati, se si elimina la spesa iniziale dello strumento in sé, alla quale spesso partecipano benevolmente i cari genitori. Ovviamente con l'eccezione di giovani particolarmente sfigati, la realizzazione di un cd oggi è praticamente alla portata di tutti: il problema è piuttosto come riuscire a farlo conoscere al pubblico, e quindi a venderlo . Questa è la vera nota dolente: da sempre il mercato, da noi più che altrove, è dominato dalle grandi multinazionali del disco, che decidono a tavolino chi e che cosa dovrà avere più spazio e quindi sarà, per forza di cose, destinato al successo. E dunque alla radio, così come in televisione, vengono passati sempre gli stessi artisti, sempre le stesse canzoni, per mesi e mesi. Fortunatamente esiste ancora qualche isola felice, qualche radio, per usare le famose parole di Eugenio Finardi "libera veramente", non omologata, con la voglia di trasmettere un po' di "musica ribelle", o più semplicemente quello che più le piace, senza costrizioni o, per usare un eufemismo, suggerimenti. Lasciando da parte i vari Nek, Ramazzotti, Pausini eccetera, e facendo riferimento esclusivamente alla musica rock, ci si domanda se sia possibile che esistano i soliti Ligabue, Litfiba e Vasco Rossi, oppure se ci sia anche dell'altro. Certo che ci sono anche altri, come ci ha mostrato il concertane del Primo maggio: Negrita, Timoria, Bluevertigo, per citare solo alcuni tra quelli apparsi nella kermesse di San Giovanni. Ed è proprio da que1997 sti nomi che possiamo prendere le mosse per domandarci: sono proprio gruppi come questi gli esempi più interessanti del nuovo panorama rock made in ltaly? Probabilmente no. Sicuramente sono nuovi (anche se in particolare i Timoria sono già in giro da qualche anno), ma certamente non sono tra i più validi. Anzi: sono semplicemente alcuni di quelli su cui le major discografiche puntano maggiormente (basti guardare il battage pubblicitario riservatogli sulle riviste specializzate). Eppure l'Italia è piena di musicisti rock con molte più cose da dire, e che purtroppo, essendo considerati poco commerciali, non hanno lo spazio che meriterebbero. Vogliamo allora provare ad azzardare qualche paragone con i nuovi gruppi di successo citati, e così intanto cominciare a consigliare anche altri nomi, pescando nella recente produzione discografica del rock italiano non altrettanto conosciuto. Se è vero che nell'ambito del rock si è ascoltato e fatto di tutto, che non si inventa nulla, che è normale e facile, ma non per questo sbagliato, seguire un'idea di base, un modello su cui lavorare, cercando semmai di sviluppare il concetto e di arricchirlo con un tocco di personalità, è altrettanto vero che trovare questo tocco nell'ultimo album dei Negrita è molto difficile. XXX è un disco scontato dalla prima all'ultima nota, dove si usano tutti, ma proprio tutti, gli stereotipi cari al rock'n'roll di scuola americana. Tanto che il disco è stato registrato in gran parte negli States, senza però nessun guizzo di originalità, neanche nei testi, senza niente che sia dotato identità propria: un album. fatto come fosse Ligabue non essendo però Ligabue. Eppure la critica specializzata tutto questo si è guardata bene dal dirlo: anzi, ha contribuito a fare sì che ai Negrita possa essere assegnata la palma di gruppo rock italiano più sopravvalutato. Quanto ai Timoria, il loro Eta Beta è probabilmente la più grossa delusione dell'ultimo periodo. I precedenti lavori, pur non eccelsi, consentivano comunque di immaginare un miglioramento e una crescita artistica, che avrebbe dovuto sfociare in questo cd. Purtroppo i fatti smentiscono questa speranza: ci si trova di fronte a un disco di canzoncine banali e bruttine che non rendono certo giustizia alle possibilità dei Timoria, e soprattutto alle qualità vocali del suo cantante, Francesco Renga. La sensazione è quella di una smaniosa ricerca del successo, della consacrazione definitiva, che però come risultato non ha ottenuto altro che far perdere di vista la strada da percorrere, inducendo a costruire brani senza grinta, troppo poco omogenei, troppo diversi, come genere, l'uno dall'altro, e con strizzate

l d'occhio al commerciale troppo marcate. Sempre di canzoni bruttine e banali si tratta anche per l'esordio dei Bluevertigo, così come per il secondo disco dei Soon, lombardi entrambi ed entrambi molto pompati sia dal management che dalla critica. I primi propongono un miscuglio di suoni, anche un po' pretenziosi, che a conti fatti non hanno nulla di nuovo se non il fatto che raramente qualcuno era arrivato a scrivere ritornelli così raccapriccianti e testi così poco significativi; i secondi invece, lasciato alle spalle il brit-pop all'italiana che li aveva contraddistinti con il primo album, sono passati a una musichetta facile facile, condita da una voce femminile senza personalità e da arrangiamenti poco curati. Volendo proporre delle indicazioni positive, non si può cominciare senza ricordare due band, probabilmente le migliori in circolazione, come Csi e Marlene Kuntz, le quali però, anche grazie al lavoro della loro etichetta, semi-indipendente, hanno saputo conquistarsi un pubblico abbastanza,vasto. Ci limitiamo a citarle, preferendo occuparci di gruppi meno affermati. L'esatto contrario dei Bluevertigo e dei Soon lo si ritrova nei livornesi Virginiana Miller, che con i Subsonica di Torino sono la vera rivelazione di questa prima parte di 1997, e nel loro cd Gelaterie sconsacrate, pregevole esempio di quello che dovrebbe essere un disco di pop-rock e di come si possa riuscire a coniugare sonorità tipicamente inglesi a melodie e liriche assolutamente italiche: suoni equilibrati, grazie ad arrangiamenti pressoché perfetti, voce di grande presa e personalità (che si può valutare anche meglio nelle esibizioni live), melodie accattivanti e originali, ottimi strumentisti e testi intelligenti, anche laddove vanno a toccare temi all'apparenza banali e frivoli, come le vacanze estive di un bambino (Tutti-a/ mare) o drammatici come fatti di sangue realmente accaduti (L'uomo di paglia). Proprio a un certo tipo di pop inglese si rifà un ragazzo genovese, assolutamente sconosciuto, con all'attivo un disco (anche questo del 1996), che prende il titolo dal suo nome d'arte, Lo-fi Sucks. Lo-fi, ovvero il contrario di Hi-fi, disco registrato in pochissimo tempo e a costi ridotti, canzoni divertenti e rilassanti, cantate in buon inglese, senza grandi pretese, ma ben congegnato: garantito, si stenta a credere che l'autore sia italiano. Una band di cui probabilmente, auguriamocelo, si parlerà molto e molto presto sono i citati Subsonica. Il loro primo cd omonimo è veramente un disco non comune: atmosfere che vanno dal reggae all'hip hop, dal dub al drum'n'bass ai telefilm degli anni Sessanta, ma con ritmiche e suoni che guardano al futuro. Se di rock di impronta americana bisogna parlare, anche se spostandoci più verso il Seattle sound o grunge, per intenderci, lo stesso spazio dei Negrita non è stato dato all'ultimo lavoro dei milanesi Karma. Astronotus, uscito lo scorso anno, è un album potente e melodico al tempo stesso, suonato, cantato e arrangiato ottimamente, dove si posso gustare dolcissimi riff di chitarra in sottofondo e un uso di percussioni etniche dal tocco decisamente originale e raro da ritrovare in questo genere. Avorio è certamente il brano più esplicativo, ma il top è costituito dalla title track, lunghissima suite dove vengono inequivocabilmente a galla anche le capacità tecniche dei singoli. Per finire, un album che si pensava potesse riscuotere un discreto successo, viste anche le ottime critiche ricevute, e che invece non ha ricevuto abbastanza attenzione, è Tregua di Cristina Donà. La cantante aveva precedentemente partecipato alla raccolta di ninne nanne Matrilineare, e non fa certo mistero delle sue muse ispiratrici: P.J.Harvey, Kristin Hersch e Suzanne Vega appaiono e scompaiono chiaramente nelle composizioni, ma la sua arma vincente è quella di averle sapute fondere insieme, creando così uno stile proprio. RobertoPeciola LAPAROLGAIUSTALMOMENTGOIUSTO A bbiamo letto alcune raccomandazioni nel rapporto del Comitato dei Quaranta insediato dal ministero della Pubblica Istruzione: diamo assoluta priorità al controllo della parola e puntiamo sulla capacità di scrivere correttamente in italiano ... Con nuova enfasi e urgenza, sottolinea il comitato. L'appello è rivolto alla scuola. Giustamente: perché comincia tutto da lì. Però dovrebbe continuare. La continuazione darebbe luogo a una interpretazione bassa e quindi a conseguenze logiche, ma in fondo poco esaltanti, anche se di grande utilità pratica. Per esempio potremmo disporre di una certificazione in cui le informazioni dovute o richieste al cittadino sono espresse in puro italiano che è molto più comprensibile dell'italiano burocratico amministrativo, leggeremo nelle stazioni ferroviarie "timbrare il biglietto", piuttosto che "obliterare il biglietto". La casistica è enorme; basterebbe leggere il modello 740 che vi sarà passato tra le mani nei mesi scorsi. Ma la raccomandazione del Comitato dei Quaranta dice forse qualche cosa di più nelle prime parole: diamo assoluta priorità •

• al controllo della parola. Se l'indicazione diventasse norma sconvolgerebbe la pratica politka italiana, che prospera grazie a un dissennato uso delle parole. Non ci riferiamo all'onesta schiettezza del neo sindaco di Lecco che propone programmi "circoncisi". Ci riferiamo agli strateghi della politica italiana, agli inventori di una nuova lingua che si onora di induci, di convergenze, di apparentamenti. LASCRITTURSIAESERCITA S i terrà a Lucca dal 31 agosto al 6 settembre la manifestazione "Scrivere oltre le Mura": sei corsi che toccano quasi tutte le forme di scrittura creativa. Narrativa con Pietro Pedace, docente di letteratura alla New York University e di scrittura creativa alla Sapienza di Roma; scrittura teatrale con Julio Cesar Monteiro Martins, scrittore brasiliano, docente di scrittura creativa al Goddard college negli Stati Uniti, docente di letteratura brasiliana all'Università di Pisa; sceneggiatura con Vincenzo Cerami, scrittore e tra i più noti sceneggiatori italiani; sceneggiatura del fumetto con Lorenzo Bartoli, sceneggiatore di Arthur King, disegnatore della Sergio Bonelli Editore; Valerio Magrelli, poeta e professore all'Università di Pisa; teoria e tecnica della traduzione con llide Carmignani. Ci sono poi tre corsi un po' particolari: saper leggere con Stefano Velotti, docente di estetica alla Sapienza di Roma; la parola e l'immagine con Andrea Bocconi della Società italiana di psicosintesi; dalla scrittura alla maschera, corso per bambini, di Fabiana Carnicelli. I corsi, per un numero massimo di 25 allievi, saranno tenuti in_alcuni tra gli spazi più belli della città: le casermette e Villa Bottini. Il costo varia dalle duecentomila alle cinquecentomila lire. Per informazioni tel. 0583/ 47660. ILMUSEODELLBAIENNALE S bagliamo a identificare col curatore di turno la Biennale Internazionale d'arte di Venezia. Nonostante il protagonismo del critico del momento - e Germano Celant, curatore di questa 47esima edizione è un vero campione in questo senso - la Biennale è fatta soprattutto, anche quantitativamente, dalle 1997 opere dei padiglioni nazionali. I curatori dei quali fanno le loro scelte indipendentemente dalle direttive del curatore tardivamente nominato dall'Ente Biennale. Diversamente da quanto sostiene lo stesso Celant, l'ormai secolare schema bicanalesco dei padiglioni ha ancora senso, essendo tutta da dimostrare la globalizzazione del mondo dell'arte (che Celant chiama "tribù nomade" assoggettandola, sulla scia dei versi di Leopardi, al fascino di allegoriche lune, stelle e pianeti rappresentati dagli artisti stessi). È vero, invece, che ognuno esiste sempre in relazione al contesto nel quale vive e opera; il lavoro di un'artista pienamente inserita nel grande giro internazionale qual è l'inglese Rachel Whitehead, tanto per fare un esempio, nasce ed esiste "grazie" alle periferie degradate della Londra thatcheriana. Nasce ed esiste all'interno della dimensione domestica - e proprio un appartamento sembra il padiglione inglese, con le sue stanze inanellate - della quale Whitehead registra la forma del tempo rilevando con i calchi gli spazi vuoti e di risulta. Un altro padiglione che ho molto apprezzato è quello dell'Olanda per la capacità dimostrata da Mik e Oorebeek di coinvolgere organicamente l'ambiente del loro padiglione con opere e ambienti che, pur relazionandosi, mantengono la loro individualità. Quello del rapporto con lo spazio, di approccio critico al contesto architettonico, è del resto una costante di questa Biennale. Basti vedere come si è mosso un pittore come il portoghese Sarmento, con i suoi quadri appositamente preparati per le stanze di Palazzo Vendramin. E basti vedere come sono andate le cose all'interno del Padiglione centrale, ai Giardini del Castello e delle Corderie dèll'Arsenale: ossia nei luoghi dove ha preso corpo l'altra metà della Biennale, quella firmata da Celant che, com'è ormai a tutti noto, ha riuniti circa sessanta artisti, appartenenti più o meno a tre generazioni, sotto il titolo di "Futuro Presente Passato". Ognuna delle "stelle di diversa grandezza" galleggianti "in una galassia enorme" - tanto per citare la siderale prosa di Celant che sembra proprio essere stato fulminato dal recente restauro della trilogia di Guerre stellari - ha fatto più o meno i conti con lo spazio a disposizione. Del resto proprio in questo senso mi sembra vada buona parte della ricerca di oggi: che facciano scultura o installazione o ambiente o performance o, anche, pittura, tutti ormai si relazionano allo spazio tridimensionale che hanno intorno. E in questa direzione conduceva inevitabilmente l'allestimento pensato da GaeAulenti per le Corderie, dove è stata evitata, fortunatamente, la mortificante divisione in tanti stand allineati, lasciando alle monumentali colonne di scandire ritmica-

mente lo spazio. In un ambiente che sembra una cattedrale romanica non c'è da meravigliarsi se abbia prevalso un certo gigantismo: Marco Bagnoli ha messo una sua colonna al centro di quattro preesistenti per proiettare sopra queste l'ombra di un ricordo manierista (Parmigianino? Pontormo?); Maurizio Mochetti ha gonfiato due giganteschi palloncini incastrandoli tra due campate; pure Julian Schnabel ha tirato fuori cinque quadroni dei suoi piazzandogli davanti due sculture di ferro. In questo contesto, presentarsi con degli acquerelli sarebbe stato probabilmente un suicidio (a meno di non essere grandi pittori, cosa che non è Francesco Clemente, autore di una proposta imbarazzante per pochezza di mezzi e di idee). Quella del gigantismo è una delle critiche mosse alla Biennale celantiana. La dimensione ciclopica, oltre a rappresentare bene l'ego smisurato del creatore, può essere interpretata come segno effettivo di una crisi di proposte dal momento che un forte impatto scenografico può servire a coprire la debolezza del concetto. Tuttavia, tale sovradimensionamento delle arti visive potrebbe essere interpretato come un desiderio di autonomia - magari goffo o impacciato - rispetto ai venticinque pollici del video o a quelli dello schermo del persona[ computer, come anche alle poche dita della pagina scritta e stampata. La cosa terribile della Biennale di Celant è la sostanziale mancanza di curiosità nei confronti di ciò che accade fuori dalla logica dell'arte occidentale, fuori dalla rete di gallerie e musei dei paesi forti. Manca il gusto della ricerca per ciò che è nuovo e questo indipendentemente dall'età di chi lo produce. È una Biennale museale, hanno detto, e a ragione, in moli. È la Biennale di uno, arrivato all'apice della carriera che ama autocelebrarsi. E che ha uno sguardo preferenziale per quel paese, gli Stati Uniti, che l'ha portato sull'altare del Guggenheim Museum newyorkese. Avendo sei mesi a disposizione, Celant è andato sul sicuro. E si è affidato prevalentemente alla vecchia guardia degli anni Sessanta, ai resti dell'arte povera e pop. I senatori hanno vivacchiato oppure miseramente fallito. Ma Tony Cragg è stato grandissimo, così pure Anselm Kiefer. Davanti a Rebecca Horn, poi, te ne freghi se è nota e famosa: la sua installazione di rovine emoziona sempre. Nonostante tutto la Biennale di Celant è meglio delle ultime due. Anche perché ciò che non manca a Celant, e ai suoi collaboratori, è la capacità di mettere perfettamente in moto la macchina organizzativa e di allestire le mostre. Il grande quadro di Kiefer lo vedi prima attraverso una porta, che te ne ritaglia un brano, e poi ti esplode davanti quando sei entrato nella stanza. Perfetta anche la collocazione dei due specchi di Reiner Ruthenbeck che ti incastra nelle sue diagonali. È buona l'idea di relegare in una buia cantina la macelleria di Marina Abramovic (anche Tarantino aveva messo negli inferi di un negozio lo scannatoio di Pulp Fiction) per collocare al piano superiore le delicate campiture cromatiche di una fuori quota come l'ottantacinquenne Agnes Martin. Felice è stata la proposta di ridurre a tre presenze, ma con sette sale a disposizione, la compagine del padiglione Italia 1: buona 8 anche l'idea di invitare i tre artisti a lavorare insieme. Peccato che Cattelan, Cucchi e Spalleti hanno viaggiato ognuno per suo conto senza saper rinunciare ognuno alla sua cara e fedele cifra stilistica. Del resto è assai improbabile ottenere un accordo - di quelli che esistevano all'interno delle botteghe rinascimentali - tra persone abituate a lavorare individualmente, e su se stesse. Anche l'idea di un'osmosi tra "Futuro Presente Passato" non sta in piedi. Quest'atmosfera di fine secolo induce molti a leggere sullo stesso piano le opere delle avanguardie storiche con la ricerca successiva e quella attuale: un secolo ricompattato grazie a immaginari nessi formali e poetici, tra l'inizio e la fine. Ma il nostro è un secolo fatto di fratture più che di fluidità. E poi mi dici che possiamo avere in comune noi opulenti trentenni occidentali, noi che la guerra la vediamo sulla Cnn o, a puntate, su "Panorama", con chi tra le macerie del Novecento è cresciuto. CarloAlbertoBucci

• Il lperSooaggio EttoreColombo Italo la volontà di agire oenza deleghe, collettivamente negli intereooi di una comunità più uorte dei particolariomi ' IE quasi più dura che trovarsi a tu per tu con Massimo D'Alema,riuscire a incontrare Italo Siena,milanese, di anni 48, una laurea in medicina, un curriculum da normale, normalissimo medico di base,che prima si schernisce,poi accetta, poi devi avere tanta fortuna a trovarlo libero almeno per un'ora. Non che abbia leader di partito o capitani d'industria da incontrare, "è che al mattino sono qui in studio, e arrivano venti, trenta personea volta, il telefono squilla in continuazione, comevede, poi passoamangiareun bocconea casa,di pomeriggiosono al Naga.Arrivo a seradistrutto, ma continuo a fare il volontario. li sabato,almeno, vado a passeggiare in montagna.Sa,ho moglie e due figlie". Morale: è una vera e propria impresa, farsi dare un appuntamento dal dottor Siena.Un'intervista, poi. Senon ci fossedi mezzol'associazione... Masolo guardandolo in faccia,da vicino, riusciamoa capirlo, Italo Siena:non alto, magrissimo,una barba folta e scompigliata in viso, nerissima, i capelli ancora più arruffati di chi si è alzato presto per andare in studio, giusto dietro il cimitero di Musocco.Per noi, dall'altra parte della città. Dottor Siena, il Naga cura gli extracomunitari, e lo ba grati6. Opera meritoria. Ma dei 6uoi colleghi coinvolti in "Medicopoli" che dice? Dovrebbevederli, i miei colleghi. Ogni volta chemandavo da loro un extracomunitario per una visita specialistica,mai che l'abbiano fatto pagare.Un cardiochirurgo famoso,ad esempio,ha curato un bambino del Burundi afflitto da malformazionecongenita gratis, comesenulla fosse.Altri ci fanno usare i macchinari cheservono in casodi sospetti tumori o di malformazioni ortopediche comesenulla fosse.Non le dico i dentisti, di solito accusatidi esserei più cari, che rifacevano dentature perfette, ancheogni giorno, a degli immigrati, senza chiedereuna lira in cambio.Ti sembreròcorporativo, maè questa la mia esperienzadi tanti anni. [eco, è proprio que6ta la bra6e di Italo Siena, medico di ba6e della UMl 111, ma 60prattutto 6ocio bondatore del Naga (AMociazione Volontaria di AMi6tenza Socio-Sanitaria a Stranieri e Nomadi), che colpi6ce, che rimane nella te6ta, in luogo delle tante e dettagliatiMime inbormazioni che lo

6te66o dottore outre 6ull'attività del Naga. Del re6to, lo 6candalo della Mnità in Lombardia ha raggiunto proporzioni talmente gro66e (partendo dai "baroni" degli o6pedali, allargando6i a macchia d'olio a centinaia di medici di ba6e. travolgendo decine di ammini6tratori pubblici e, naturalmente. binendo ai politici) da portare con 6é la vecchia 606petto6ità italica nei conbronti della medicina. Qua6i ci gode, Latanto idolatrata "gente comune", a gridare 6Ubito al "tutti Ladri!" e, di r(6ulta, al "tutti incapaci!". Fo66ebacile, bare il medico. Fo66e bacile, guadagnare due milioni al me6e e lavorare tutto il Mnto giorno, 6enza una pro6pettiva certa di aMunzione "dopo". Fo66e bacile, diceva giorni ba il medico-cantante [nzo Jannacci, in un intervi6ta, "6tare in All'inizio erano tutti miei amici, una ginecologa, un medico di base e qualclie volontario, anche perché - come può ben immaginare - l'associazione è completamente priva di fini di lucro, piedi tutta la notte, in un pronto 60ccor6o, con Lagente che ti arriva a ondate e il 6angue che 6Chizzada tutte Leparti. [ 6e 6bagli a inbilare L'agonella vena, neMuno dice: "tranquillo dutùr, capita,'. Strano uomo anche Lui, que6to Italo Siena, che ama i 6Uoi pazienti normali, quelli "italiani", ma ama ancor di più i 6Uoi pazienti "diver6i". Per colore della pelle, l.ingua, riti, U6i e co6tumi. Quelli che italiani proprio non 60no. Ma che hanno bi.6ogno di cure, come tutti. Che, cioè, 6i ammalano, come tutti. Conuna piccola dibberenza, ri6petto a noi: non avendo un reddito, una re6idenza, alle volte una cittadinanza, non 60lo non po66ono permetteni le cure mediche, ma - 6e per 6bortuna gli capita di incontrare un "tutore dell'ordine" - ri6chiano pure l'arre6to. Per immigrazione clande6tina, commercio abu6ivo, burto, 6paccio, pro6tituzione. Le6olite co6e, in6omma. "[ la mia broncopolmonite, doc?". "Quella puoi curartela in carcere, amico". t. a loro, ai nomadi, agi.i extracomunitari, ai "neghèr" come Li chiamano a Milano, che Italo Siena dedica da dieci anni Laparte uondamentale della 6Ua vita: il tempo Libero. Il Naga ha un nome lungo. bone troppo. ma un 6imbolo belliMimo. Un 6erpente a 6ette te6te, tratto dalla mitologia indiana, 6imbolicamente arrotolato attorno ad un monte Mcro, il monte Meru, un vero archetipo. Il 6erpente "con6erva valenze 6imboliche contraddittorie, ma le più po6i.tive di e66e ricominciano ad U6cire dalla dimenticanza per ridare armonia e Libertà a tutti gli uomini, 60prattutto a quelli a cui 60no negati i diritti bondamentali", recita lo 6tatuto del Naga. t. co6ì, dottor Siena? Lei vuole sapere come è nato il Naga e di cosa si occupa? Guardi, voglio cominciare con dei ricordi personali, che non amo, ma è per capirci. Nel 1987vengo a conoscenza che in uno dei campi nomadi di Milano, non c'era nessuno che offrisse assistema del servizio medico nazionale. Allora ci vado e non le dico cosa trovo. Una persona anziana, in particolare, aveva tutte le malattie del mondo: un infarto, l'epatite, era cieco da un occhio, paralizzato su una sedia a rotelle, nonché diabetico. Nel campo, che si trovava in fondo a via Triboniani, zona Certosa, non entrava nessuno, che non fosse dei loro, da anni. lo mi sono offerto subito e i servizi sociali dell'amministrazione comunale di allora sono stati ben lieti che qualcuno se ne occupasse, cosa che loro non facevano. Da solo, però, naturalmente non ce la facevo, così ho parlato con alcuni colleghi, che avevano la mia stessa sensibilità sociale su questi temi, e abbiamo deciso di fondare il Naga. All'inizio erano tutti miei amici, una ginecologa, un medico di base e qualche volontario, anche perché - come può ben immaginare - l'associazione è completamente priva di fini di lucro, ci siamo registrati all'Albo del volontariato, con tanto di regolare statuto, e la sede all'inizio era in questo studio dove siamo ora, il mio ambulatorio. Morale: eravamo in sette (tre medici e quattro volontari), ora siamo in duecento (circa 60 medici e 140 volontari, di cui solo due persone sono pagate part-time per il lavoro di segreteria), abbiamo una sede vera, quella in viale Bligny 22, anche perché il mio studio era troppo piccolo, e organizziamo convegni, come

• • 11 lperSonaggio ItaloSiena Fotodi: FrancescoGarufi/Contrasto quello dell'anno scorso, pubblichiamo libri e persino dischi. In quanto ai numeri degli extracomunitari visitati, se il primo anno venivano poche persone al giorno, adesso facciamo 70 visite al giorno. Chevuol dire 350alla settimana, 1200al mese e 30.000 circa all'anno. Alt. 6i uermi un attimo, dottor Siena. [ i 6oldi, dove li trovate? Li rubate? Tutti i fondi del Naga arrivano tramite sottoscrizioni, per non parlare dei soldi che ci abbiamo messo (e perso) noi fondatori, soprattutto all'inizio. Da poco abbiamo partecipato a due progetti di ricerca, i cui proventi abbiamo devoluto all'associazione. Dei contributi pubblici non parliamo. Dopo anni di denunce e di petizioni alle Ussl, al Comune, ai più vari enti, siamo riusciti ad ottenere l'affitto della sede di cui le parlavo prima. Ad un prezzo basso, è vero. Ma non le dico in che condizioni ce l'ha data il Comune, quanto ci è voluto per ristrutturarla (il posto è grande, circa 200 metri quadri, ma i lavori ci sono costati quasi 200 milioni, e lì non c'era nulla, solo sporcizia e topi) e il tempo che ci abbiamo messo noi. Comunque, se non fosse stato per la mobilitazione dei mass-media (ne parlarono !'"Unità", la "Repubblica", il Tg3), la sede non ce l'avrebbero data. Com'era. allora, la 6ituazione Mnitaria degli extracomunitari. a Milano? I numeri dell'immigrazione, nell'87, erano molto bassi, rispetto a oggi. Non c'era stata ancora la legge Martelli sulla reFosse facile, diceva giorni fa il medico-cantante Enzo J annacci, in un intervista, <<stare in piedi tutta la notte, in un pronto soccorso, con la gente che ti arriva a ondate e il sangue che schizza da tutte le parti. E se sbagli a infilare l'ago nella vena, nessuno dice: "tranquillo dutùr, capita">>. golarizzazione dei flussi. Quasi tutti gli extracomunitari che venivano da noi erano privi di permesso di soggiorno, ma la disponibilità delle istituzioni era maggiore: erano le stesse Ussl, ad esempio, o l'ufficio di igiene di via Statuto che ci segnalavano i casi-limite, i luoghi dove andare. Anche se spesso giocavano allo scaricabarile, su certe cose c'era più tolleranza di adesso. Per fare un'altro esempio, gli esami del sangue non si pagavano, non c'era il ticket e molti ospedali ci offrivano delle consulenze o esami specialistici gratis. Poi, piano piano, i numeri sono aumentati, l'intolleranza altrui anche, noi siamo stati invasi dalle domande di visite (del resto si era diffuso, tra le comunità degli extracomunitari, un formidabile tam - tam: tutti sapevano che noi c'eravamo e non dovevamo più andarli a cercare noi), l'amministrazione ha iniziato a chiudere le strutture di accoglienza, dicendo che spendeva troppo, come i campi nomadi o le baraccopoli, e noi abbiamo dovuto allargarci per forza. Altrimenti non avremmo retto. In60mma. avete iniziato ad a66umere un ruolo parai6tituzionale. NeMuno vi ha mai accu6ato di uare della "6upplenza" non richie6ta? Naturalmente, è successo, ma cosa vuole, sono - come si direbbe - i "rischi del mestiere"; e poi c'è un discorso più generale da fare. Il nostro, ci tengo a dirlo, nasce come un discorso di denuncia, non di assistenza. Il Naga è un'associazione laica, fatta da molte persone "di sinistra", ma nel senso sociale e non politico del termine, come aveva capito Giorgio Bocca,

II coloredellasalute che parlò di noi nel suo libro Gliitalianison razzisti?, qualche anno fa. Noi copriamo un bisogno, quello dell'assistenza medica agli extracomunitari, ma indichiamo anche un problema: nessun'altra lo fa. Invece, sarebbe un dovere delle nostre istituzioni, quello di farsi carico. Per loro, gli immigrati sono tante mosche. Bene, noi mettiamo insieme tutte queste mosche, le convogliamo in uno spazio facilmente riconoscibile. E le mosche diventano un grosso punto nero, molto visibile. Qualcuno se ne deve fare carico: oggi quelle mosche sono un "problema". Il nostro, quindi, non è un modo, pietistico e comodo, per fare assistenza, ma lo strumento per condurre una lotta e rivendicare dei diritti negati. [ della 6celta di accentrare e non di diluire 6Ul territorio, COM mi dice? Anche di quello ci hanno accusato, di voler ghettizzare le persone, convogliandole in un luogo fisico unico, invece di spanderle sul territorio. Ma non è una ghettizzazione anche maggiore, nasconderle del tutto? Seil problema rimbalza al centro, se si fa tale, solo allora investe il territorio. Nell'89 abbiamo organizzato un grande convegno, "Il colore della salute", per ricordare a tutti che gli immigrati non erano portatori di malattie infettive come la lebbra o, peggio, l'Aids, sciocca paura diffusa dai media. L'immigrato-tipo è un giovane di colore, età compresa tra 20 e 40 anni, normalmente sanissimo: se si ammala è per le ragioni più banali, quotidiane, come il raffreddore. Nel '95, con un altro convegno, che questa volta s'intitolava "Salute senzacolore", abbiamo invece affrontato un altro tema, la necessità di porre attenzione al diritto alla salute, dato che ormai, stante il forte afflusso di immigrati in Italia dal1'89 in poi, il problema diventava quello di assicurare un servizio sanitario a tutti, immigrati regolari e immigrati clandestini, rifugiati politici o stranieri senzapermesso di soggiorno che siano e da qualunque paese vengano". [eco, appunto. Parliamo un po' anche di "politica", dottore. [ di governi. Guardi, è molto semplice. Il decreto sull'immigrazione del governo Dini, che ora è stato reiterato per la parte che c'interessa dal ministro Bindi, è frutto di una elaborazione che ha visto il Nagae la Caritas in prima fila. In sostanza, dice che le donne in stato di gravidanza o che devono abortire e i bambini, al di là del fatto che siano immigrati regolari o clandestini, possono rivolgersi alle strutture pubbliche (Ussl, pronto soccorsi) e farsi curare. Senzapagare e soprattutto senzaessere segnalati alla polizia. Eche tutti coloro, a prescindere se donne o bambini, che soffrono di malattie infettive (dette "di interesse pubblico") hanno gli stessi diritti. Questa normativa, approvata all'epoca da quasi tutte le forze politiche, non solo ci pone all'avanguardia di quasi tutti i paesi civili del mondo, ma soprattutto stabilisce un principio di fondamentale importanza: che si ha diritto all'assistenza sanitaria a prescindere dallo status giuridico. Ma attenzione, io le sto parlando esclusivamente delle norme sanitarie, perché il mio giudizio, personale ma più generale sulla legge per l'immigrazione, sia quella Dini che quella Turco attuale, non è positivo, in quanto lo trovo un provvedimento restrittivo. Dottor Siena, può 6piegare, ora, la tipologia di un normale paziente Naga? Per quanto riguarda i pazienti, la tipologia è cambiata sensibilmente, dall'87 al '97: una volta c'erano molti più bambini e più donne, che ora - come le dicevo prima - possono invece recarsi nei consultori pubblici, e siamo noi stessi a spingerli a farlo, ad informarli che è un loro diritto e abbiamo anche denunciato le strutture sanitarie che li avevano respinti. Per il resto, sono aumentati sensibilmente gli immigrati provenienti dai paesi dell'Est, in particolare dall'Albania rispetto agli africani, soprattutto provenienti dal Marocco e dal Senegal,che arrivavano prima, ma non mancano, in questi mesi, molti rifugiati provenienti dallo Zaire. Dal punto di vista sociale, gli immigrati sono più inseriti di un tempo e da noi vengono per la maggior parte quelli senza fissa dimora, che dormono per strada, nelle macchine, nelle baracche o dove capita. Lemalattie più diffuse sono quelle dermatologiche, oppure i reumatismi, le malattie ortopediche, molto diffuse, e quelle gastroenterologiche, anche se non manca l'insorgenza di malattie infettive come la tubercolosi. I problemi principali che ci troviamo ad affrontare con loro, sono i soliti che un europeo ha quando si trova di fronte a un extracomunitario: la lingua (molti di loro non parlano né inglese né spagnolo né francese) e la diffidenza di-trovarsi di fronte degli estranei, soprattutto per le donne. Hanno un altro "assunto corporeo", rispetto al nostro, e persino un'altra modo di "raccontare" le loro malattie. Spesso ricorriamo a figure terze, persone loro amiche che le accompagnano da noi, che ci conoscono, che traducono in italiano quello che loro dicono, che le rassicurano mentre le visitiamo. Ma non è facile anche così: le ambiguità possono essere tante. Grazie a un corso del Fondo sociale europeo, stiamo formando proprio degli "intermediatori culturali", cioè degli operatori che possano fare da tramite tra la loro cultura e la nostra. Alcuni, così, trovano anche un lavoro. ln6omma, dottore, Uini6ce che tra un po' mi diventa "negro" anche lei. .. Beh, una cosa è certa: i medici che vengono al Nagaa pre- • stare la loro opera gratuita sono tutti fortemente motivati, privi di pregiudizi, in genere giovani medici di base alle loro prime esperienze lavorative, oppure anziani dottori in pensione o quasi che hanno fatto i volontari, magari in Africa o in ospedale, e che vogliono continuare a farlo con noi, al Naga (dove tutte le cariche vengono rinnovate ogni due anni: tanto per capirci, io sono stato presidente per due anni, poi basta, ed è giusto così) e che non hanno alcun problema ad entrare in contatto con gli immigrati. Al punto che molti, come io stesso, ne siamo diventati amici, siamo andati spesso a casa loro e abbiamo fatto tardi, dopocena, a bere e a fumare insieme. Poi sa com'è, loro spessovengono tutti da uno stesso paese, non nel senso di nazione del termine, ma proprio di villaggio. Così, un paio di anni fa, sono andato a vederne uno, Benin Mellae, in Marocco. E le assicuro che mi sono trovato benissimo, a bere tè, lì in mezzo a loro.

• Il jperSonaggio Italo Siena Noi copriamo un bisogno, quello dell'assitenza medica agli extracomunitari, ma indichiamo anche un problema: nessun'altro lo fa. Invece, sarebbe un dovere delle nostre istituzioni, quello di farsi carico. Per loro, gli immigrati sono tante mosche. Bene, noi mettiamo insieme tutte queste mosche, le convogliamo in uno spazio facilmente riconoscibile. E le mosche diventano un grosso punto nero, molto visibile. Naga: Chi,dove,quando Il Naga (Associazione volontaria di assistenza sociosanitaria agli stranieri), ha la sua unica sede a Milano, all'ultimo piano di un fatiscente palazzone, sito in via Bligny 22 (tel. 02/58305289 - fax 02/58300089). Nato essenzialmente come servizio ambulatoriale per immigrati clandestini, il Naga si è successivamente ampliato, arrivando persino a impostare - insieme ad altre associazioni di volontariato laico e cattolico - "la legge per il diritto alla salute di tutti", come la chiamano loro, che più precisamente corrisponde al diritto all'assistenza sanitaria per gli immigrati, regolari o irregolari che siano, presenti su suolo italiano. Si tratta dell'ordinanza del 15 novembre 1996, emanata dal ministro per la Sanità Rosi Bindi (governo Prodi), relativa ai cittadini stranieri, già reiterata due volte (di. 7 febbraio 1997 e 13 maggio 1997), e derivata a sua volta da una ordinanza emanata dal ministro della Sanità Elio Guzzanti (governo Dini) del 14 maggio 1996. Ordinanze complesse e contortamente reiterate dal governo italiano, ma che prescrivono alcune norme di fondamentale importanza e civiltà, quali: le cure urgenti per malattie e infortunio; la medicina preventiva (comprese le malattie infettive); la gravidanza responsabile e la maternità; l'assistenza sanitaria ai minori; la gratuità delle suddette prestazioni (salvo quote di partecipazione come per gli italiani); un'affermazione di principio sul diritto più generale alle cure (da attuare con successivi decreti); nessun tipo di segnalazione (salvo il referto come, ove previsto, per gli italiani). L'attività di assistenza sociosanitaria del Naga, comunque, prosegue nelle forme consuete: all'ambulatorio di base si affiancano laboratori specialistici, tutte le prestazioni offerte sono gratuite (come i farmaci). Il Naga si organizza poi in vari sottogruppi, di cui il più attivo è certamente il "Gruppo Nomadi", nato nel 1987, e attualmente composto da una decina di soci, che prestano la loro assistenza clinica direttamente nei campi Nomadi, autorizzati e non, tramite ambulatorio mobile (camper). Il "Gruppo Carcere", composto da circa altri dieci soci, si occupa degli interventi in carcere, presso il carcere milanese di San Vittore. Il "Progetto Cabiria", invece, ha come obiettivo quello di prevenire la diffusione del virus Hiv tra gli extracomunitari a rischio, mediante uscite su strada con il camper, colloqui con prostitute e gruppi di immigrati. Ma è il "Settore Ricerca" a fornire il maggior apporto economico al Naga, riuscendo ad ottenere contributi sia della Cee che dalla Regione Lombardia grazie alle attività, all'elaborazione dati e cartelle cliniche. Presso il Naga, inoltre, c'è un "Centro di documentazione", dove funziona un servizio prestiti: dispone di oltre 800 libri sull'immigrazione. Il Naga partecipa alla "Rete antirazzista" e a varie iniziative di lotta e denuncia sul terreno sociale e politico, ad esempio contro la tortura, come dimostra la fondazione del "Gruppo Rifugiati e Torturati Politici", che collabora con altre associazioni umanitarie e fornisce aiuto ai rifugiati politici per l'inoltro delle domande di asilo (i dati sono tratti dal bollettino "Speciale Naga informa" pubblicato il 4/12/96).

fjylvieCgyaud POESIA o §CC(iel ll117lcffi ..... I (d}o Roald Houumann, oopravviMuto ad Auochwitz, premio Nobel per la chimica, è teotimone oenoiblle dei legami tra penoiero emateria ~ ~N on che i chimici siano più di altri portati alla riflessione, però le domande che pongono, e il mestiere con cui rispondono, li inducono a prendere in considerazione delle polarità e le tensioni che vi sono associate. Omagari le dualità aleggiano nel subconscio del chimico. Le dualità, delle molecole e dei processi attraverso i quali si producono, mi sembrano importanti perché creano un legame tra il chimico e il non chimico. È possibile dare una risposta alla domanda 'Che cos'è?' e cercare di capire se la sostanza è la stessa di altre, oppure no. Ma perché interessa saperlo? Perché la questione dell'identità, della nostra identità, formata nell'infanzia in una danza intricata di legami e di separazioni, per noi conta: i processi naturali si collegano al mondo interiore delle nostre emozioni. L'identità e l'inganno, le origini, il bene e il male, il condividere e il tenere per sé, la resurrezione, il pericolo e la sicurezza, il superamento degli ostacoli sono alcuni dei costrutti psicologici o delle strutture mitiche che c'entrano con il mondo delle molecole. Questi punti di vista emotivi plasmano consciamente e inconsciamente la psicologia ludica e meravigliosa del chimico ... Credo che il legame insieme materiale e psicologico che si esprime con delle polarità ci aiuta a capire perché amiamo e temiamo le sostanze chimiche." È una citazione da TheSameand Not the Same, il libro che Roald Hoffmann ha pubblicato nel 1995dalla Columbia University Press. Fatto di brevi capitoli con molte illustrazioni, sotto il segno di Giano bifronte, racconta di educazione e di democrazia, del centauro Chirone prediletto dall'autore, del Davide aà di Michelangelo rimosso da Piazzadella Signoria a Firenze, w della Donna di Picche di Cajkovskij con una pagina dello spartito, di Paperino con una pagina del fumetto, di ikebana e di Primo Levi. Storie di incontri, a volte allegri e a volte strazianti, tra la materia inanimata e quella animata del corpo e della mente. L'autore, di passaggio a Milano per il convegno organizzato da Hypothesis "Il futuro del sapere, il futuro del lavoro", è famoso in ambito scientifico: anche i distratti hanno sentito delle regole Woodward-Hoffmann (nate dallo studio delle simmetrie e dei legami nelle reazioni concertate, permettono di spiegare e di prevedere la stereochimica di certi tipi di reazioni in chimica organica; si parla anche di regole di conservazione della simmetria orbitale); del premio Nobel che ha ricevuto nel 1981;del fatto che è per ora l'unico ad essere mai stato premiato per la chimica sia organica che ino_rganica;che con il suo gruppo della Cornell University ha messo a punto degli "attrezzi" concettuali per spiegare la struttura e la reattività di molecole, sia organiche che inorganiche, fino a sistemi estesi in

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==