Linea d'ombra - anno XV - n. 126 - giugno 1997

asc ironia, per ciò che riguarda le etichette epocali? Si converrà che non sono le discussioni sul termine "illuminismo" a costituire la grandezza della filosofia del Settecento, ma la Scienza nuova o la Critica della ragion pura (questo non ha impedito a Kant di scrivere un breve testo sull'illuminismo). Come non sentirsi avviliti, allora, di fronte alla risonanza acquistata negli ultimi quindici anni dalla conversazione epocale? li dibattito sugli Universali vuoti, dalla crisi della ragione alla fine della storia, ha quasi completamente eclissato la ricerca sui concetti: una filosofia doxastica, che ha trovato ovviamente nei massmedia il terreno ideale per espandersi e per autocelebrarsi, ha emarginato l'euristica, e ha trasformato i grandi autori in oasi da saccheggio. Econ quanta insolenza i conversatori pretendono di pensare! D'altronde la conversazione epocale è un genere che non si può fare a meno di coltivare, ogni tanto e sia pure con l'opportuna dose di snobismo: si dovrà cercare dunque di praticarla nel modo migliore possibile. Distingueremo un modello lineare e un modello paradossale. I discorsi epocali sono quasi irresistibilmente attratti non solo dalla vaghezza delle conversazioni, ma anche dalla linearità delle narrazioni: li vediamo allora puntare il dito verso l'unica direzione che attribuiscono all'avvenire (o meglio, a un presente saturato di irreversibilità). Si allontanano da questa impostazione quei discorsi che descrivono un'epoca non mediante la sua linea di tendenza ma per mezzo dei suoi paradossi (penso al bel libro di Antoine Compagnon sulla modernità). Il postmoderno potrebbe dunque venir descritto non come l'epoca del "post" (cioè mediante una coppia di segmenti giustapposti e divergenti) ma come un'epoca composta da spinte conflittuali: l'epoca della più grande complessità sarebbe anche, nello stesso tempo, quella che mette in atto con magar gior brutalità procedure di semplificazione. Si otterrebbe così un buon punto di partenza. Un punto di partenza, si badi, non un concetto e tanto meno un'analisi. Ma l'analisi può iniziare in condizioni più favorevoli. Si potrà ipotizzare, per esempio, che l'epoca della borghesia corrisponda a una alfabetizzazione e a una diffusione della cultura senza precedenti ma anche a una produzione di betise dalle dimensioni prima inimmaginabili. È solo nella moderna epoca borghese, in effetti, che può venire denunciato il fenomeno della stupidità universitaria. li pamphlet che Schopenhauer pubblica nel 1851offre una campionatura parziale delle astuzie accademiche, tanto risibili quanto efficaci ("un professore proclama la dottrina del suo collega, che fiorisce nella università vicina, come la vetta finalmente raggiunta della sapienza umana ed ecco che egli è subito un grande filosofo, che prende senza indugio il suo posto nella storia della filosofia, cioè in quella a cui sta lavorando per la prossima stagione libraria un terzo collega ecc")3. L'elenco di queste astuzie può venire facilmente aggiornato; vorrei citare un caso recente di parassitismo, in cui però l'operazione si ritorce almeno virtualmente - agli occhi cioè di ogni lettore attento - contro i suoi ideatori. Si tratta del Gusto del segreto (la terza Bari '97), firmato da J. Derrida e M. Ferraris (sic). Sesi esclude il saggio in appendice, il libro risulta composto di una serie di interviste, o meglio di intrufolamenti, di mosse adescanti e di insinuanti proposte, il cui miserevole obiettivo è la "debolizzazione" di Derrida. Ora, Derrida non è esente da colpe, nella misura in cui subisce le piaggerie dei suoi interlocutori; ma poiché è un grande pensatore, e non riesce a fare a meno di esserlo, ecco che reagisce fieramente quando si cerca di trascinarlo verso modi di argomentazione che non sono precisamente i suoi. L'eleganza e l'ironia con cui, per esempio, si sottrae alle dicotomie sciocche di Vattimo, sono degne di plauso. Credo che valga la pena di riproporre in una forma più sintetica certi scambi di battute; il lettore che vorrà tornare sulle pagine 103-108del testo citato, giudicherà se, al di là dei tratti caricaturali, questa parafrasi sia veritiera: Vattimo: "li fondamento è cattivo, la sfondazione è buona. Laviolenza è cattiva, l'argomentazione è buona". Derrida: "Esiterei a porre una opposizione. Anzitutto non sono sicuro che la violenza sia un male, e preferirei contrapporre più tipi di violenza piuttosto che opporre violenza e non violenza". Vattimo: "Beh, sì, cioè" Derrida: "Inoltre, la potenza argomentativa può dispiegarsi con violenza estrema" Vattimo: "Voglio dire ... " Derrida: "Bisognerebbe distinguere ancora tra violenza e brutalità. Quest'ultima riduce all'amorfo, fa perdere la differenziazione. Forse bisognerebbe ridiscutere la coppia apollineo/dionisiaco: Dioniso, dio della violenza informe ..." Vattimo: "Sono d'accordo con lei". li contrasto tra un pensiero diluito e cicalante, come l'avrebbe chiamato Schopenhauer, e uno stile di pensiero autenticamente filosofico, capace di porre - all'interno di una logica congiuntiva e parergonale, com'è quella derridiana - le distinzioni necessarie, è chiaramente percepibile anche nelle altre interviste. La betise filosofica con i suoi stereotipi - la postfilosofia, la confusione tra filosofia e letteratura, l'indebolimento o la dissoluzione del problema della verità - viene sempre duramente respinta: il tono smorzato cela ma lascia anche intravedere il disprezzo per il caso internazionalmente più noto di kitsch filosofico, quello di Richard Rorty (ma di ciò un'altra volta). Cattivo gusto, kitsch, stupidità, MidG

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