Linea d'ombra - anno XV - n. 126 - giugno 1997

l a lettura dei quotidiani all'inizio della giornata è stata descritta da Hegel come "una realistica benedizione mattutina", come un rito secolare grazie a cui ci si orienta verso il mondo, e si impara a regolarsi. C'è ancora qualcosa di vero in questa descrizione: ma il mondo che appare sulle pagine dei quotidiani è sempre meno il mondo di Hegel, ed è sempre più quello di Flaubert. Sfogliare un giornale mentre si fa colazione equivale normalmente a trangugiare una dose di cattivo umore: questo incontro mattutino con la bètise appare decisamente sconsigliabile per chiunque non intenda deprimere inutilmente le proprie energie razionali. È stato uno di questi incontri, comunque, a fornire l'occasione per il mio articolo: 'la stampa" di Torino del 13/]/97 informava i suoi lettori che in un convegno organizzato dalla Scuola Holden si sarebbe discusso del "piacere di scrivere difficile e complesso". Iniziativa controcorrente: "perché le lettere nostrane" continuava Bruno Ventavoli "sembrerebbero, piuttosto, travolte da un allegro trionfo della semplicità" (Tamaro, i "cannibali", ecc). A questo convegno avrebbe partecipato Gianni Vattimo, la cui relazione veniva premurosamente e succintamente anticipata a fianco. Nulla di sorprendente, per quanto riguarda la notorietà dei protagonisti di questo convegno. Tuttavia, che un filosofo banalizzatore come Vattimo e uno scrittore come Baricco possano oggi presentarsi come gli alfieri della complessità, soltanto perché esistono filosofi (filosofi?) e scrittori di livello più infimo del loro, è forse un indizio a partire dal quale vale la pena di riflettere. Un atteggiare 'saggi der delMidcult GiovanniBottiroli mento solo spregiativo si lascerebbe sfuggire qualcosa che merita di essere segnalato e discusso: siamo entrati ormai nella seconda fase (e comunque in una nuova fase) del Midcult. Scrivo quest'articolo contro l'arroganza di chi è pronto a storpiare qualunque concetto pur di non rinunciare alla propria opinione: ma poiché i giudizi che esprimerò saranno giudicati a loro volta arroganti, chiamerò in seguito a mia difesa alcune auctoritates. Chiedo ora al lettore di pazientare un po', di darmi il tempo di evidenziare le premesse della mia analisi; altrimenti tutto si ridurrà a una sterile polemica. Esiste un genere di discorso che potremmo chiamare "conversazione epocale": esso si compone delle discussioni interminabili a proposito di nozioni tanto globali quanto vaghe come "illuminismo", "romanticismo", "modernità", "postmodernità", ecc. Laconversazione non è un genere concettualmente serio: infatti la filosofia è creazione di concetti, scrivono Deleuze e Guattari, e "la conversazione è sempre un ingombro quando si tratta di creare". 1 Oggetto della conversazione sono gli Universali, cioè nozioni vuote, come le etichette epocali e le genericità (epistemiche o estetiche) con cui ci si illude di precisarle. Vorrei far notare che, mentre le etichette sono termini eminentemente conversazionali, il destino dei concetti non è mai deciso una volta per tutte: è sempre possibile bloccarli, soffocarli precocemente nei loro contorni, farli regredire verso l'indeterminato. La nozione di "ironia", per esempio, sempre richiamata dai postmoderni, può seguire la via del concetto (in tal caso dovrà venire analizzata nella varietà delle sue forme e delle sue strategie) o può scimmiottare ciò che le manca. "È un testo postmoderno, pieno di ironia". D'accordo, ma quale? L'ironia semplice, alla Eco ("Come direbbe Liala, ti amo disperatamente") o l'ironia di Nabokov? E il bersaglio dell'ironia è la realtà (così. greve, così univoca), come asserisce l'ideologia postmoderna, oppure è la possibilità, come avviene in Zelig2 - parodia del molteplice e del divenire? La conversazione non è un genere di discorso totalmente privo di dignità: purché se ne riconoscano i limiti, purché non si creda di fare teoria quando si incespica nelle parole. Valéry diceva che solo persone prive di ogni rigore intellettuale possono mettersi a discutere sull'essenza del romanticismo. Non diremo lo stesso per la modernità e il postmoderno? Non sarà lecito invocare un po' di

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