a nuovissimo, anche se non è che la tappa o generazione più recente di una dinastia di ragni a cui Bourgeois lavora ormai da anni. Lei, il ragno, è un gigantesco insetto d'acciaio dalla zampe esili e snodate e dal ventre (una specie di cestino metallico a maglie larghe) gonfio di uova di vetro (la durezza del metallo vs la fragilità del vetro, la potenza del corpo che contiene vs l'assoluta delicatezza e precarietà di ciò che in/da esso è portato). Questo ragno, a differenza dei suoi predecessori, non occupa lo spazio liberamente, nella sua singolarità. L'artista lo ha collocato sopra (il ventre/corpo) e intorno (le otto zampe) a una "cella" del diametro di un metro e mezzo circa e alta poco più di due metri. Attorno a questa stanza, sigillata da ogni lato da una fitta rete metallica e occupata da una vecchia poltrona dalla tappezzeria lisa e da una serie di elementi su cui torneremo, il ragno serra le zampe in un gesto potentissimo di racchiudimento, contenimento, protezione, possesso. Nell'avviluppare la piccola cella cilindrica e il suo contenuto, il ragno sembra assumerne le dimensioni e il volume, prendendo a sua volta una forma conclusa, inespugnabile, impenetrabile. Ragnoe cella, fusi nell'unità di un continuum dove le maglie della rete/parete sembrano i fili di una portentosa tela tessuta dall'animale, si sono trasformati in una cittadella imprendibile, autosufficiente, fuori dal tempo. Attorno/sulla poltrona, simbolici e iperletterali, incombono dall'alto due piccoli orologi da taschino, un minuscolo ciondolo portafotografie, una boccetta di profumo vuota. Sul pavimento e sulle pareti, come a Come reotituire, inoomma, all'opera quel che è dell'opera, cercando di diotricare i ouoi evidenti e eoplooivi elementi autobiograftici e narrativi dalle ocelte ftormali, compooitive, spaziali, materiali che ne ftanno ciò che oono? Perché parlare degli uni per dire delle altre, quando l'opera è già, di per oé, punto di ouprema oaldatura, eopreooione piena di tale inocindibile neooo? LouiseBourgeois"Untitle" 1996 brandelli, restano le tracce di vecchie tappezzerie sfilacciate e sbiadite dal tempo: un putto a cui la mano pruriginosa di qualche vittoriano padrone di casa ha censurato i genitali con un secco taglio artisticamente rammendato; un piede stretto nel calzare e congelato nell'incedere danzante di una Gradiva di cui nulla è rimasto. Tra le maglie della rete affiorano a poco a poco minuscole schegged'osso, piccole ventose da salasso in vetro trasparente, una chiave, una misteriosa forma in gomma nera nella quale sono confitti un pugno di vecchie medaglie da premio scolastico, un lungo ago da lana, uno spillone, uno specchio-spilla miniaturizzato ( nelle opere di Bourgeois lo specchio non è simbolo o metafora della vanità femminile. Contrapponendo alla tradizione iconografica occidentale un suo fermissimo e critico punto di vista, l'artista afferma che "lo specchio è il coraggio di guardarsi in faccia".) G Frammenti, mutilazioni, reperti, residualità: il moto immobile del tempo. Nella stanza guardata o filata dal ragno non c'è un prima e non c'è un dopo, non c'è evoluzione e non c'è meta. Siamo quello che siamo stati e quello che saremo. Qui, adesso, per sempre. Chi si volesse avventurare in interpretazioni, si accomodi. L'artista, nel dare corpo lei stessaattraverso l'atto di creazione alla sola interpretazione possibile, lo consente e lo rende allo stesso tempo implausibile o ridondante. Se il significato dell'opera sta, innanzitutto, in ciò che vediamo, il Ragno/Cella è quel "viaggiare nel tempo, ma non nello spazio", di cui Bourgeois parla con sollievo, come di un approdo di libertà. Dentro la Cella ci
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