Linea d'ombra - anno XV - n. 126 - giugno 1997

l dente, la classe operaia, la piccola borghesia intellettuale. Basta leggere i documenti congressuali del congresso straordinario del Pds del 1992, le prese di posizione del mondo cristiano-sociale, o ambientalista, per capire perché la neoborghesia scelse nel 1993 la Lega di Formentini e abbandonasse al suo destino marginale Dalla Chiesa e il suo inconsistente e desueto armamentario ideologico. Da quella sconfitta le forze democratiche cittadine non trassero la lezione princiaple: la sinistra aveva person per assenza di politica, e se voleva vincere bisognava che si mettesse in sintonia con la neoborghesia, percorsa al suo interno da profonde divisioni, ricca di articolazioni e di situazioni materiali contraddittorie e intercettare programmaticamente il suo malessere. Bisognava cioè confrontarsi davvero con la "questione settentrionale", invece eh epartecipare o promuovere dotti convegni.Questa neoborghesia non è infatti tutta uguale, un monolito neoliberista e reazionario che sa esprimere soltanto "sovversivismo" ed egoismo sociale. Al suo interno racchiude grandi risorse democratiche, espressione di quella Italia "dei valori" che vuole più potere e autonomia, vuole uno stato che funzioni e che sia rivolto ai bisogni del cittadino, che si riconosce in un principio di solidarietà sociale, ove esso sia disgiunto da clientalismo, da sovraccarichi burocratici, da palesi affiliazioni partitiche. Per individuare queste componenti della neoborghesia, però, bisogna evitare di leggere il posizionamento politico dei soggetti sociali lungo il crinale di moderazione/progressismo, ma servendosi di quello conservazione/innovazione. Solo a questa condizione esse possono essere intercettate: solo a condizione di un profondo cambiamento culturale si può pensare che esse guardino positivamente al centrosinistra e diventino promotrici di quel patto riformatore per il governo della città, che costituisce l'essenza del progetto democratico. Queste elezioni ci hanno sorpreso ancora in mezzo al guado: nella convinzione diffusa che il problema della sinistra sia ancora quello di convinvere i moderati della bontà riformatrice dei suoi programmi, si è perso di vista che il problema era - e resta - convincere la parte avanzata e dinamica della neoborghesia che il centosinistra sia sufficientemente innovatore per interpretare i suoi bisogni e per rappresentarla sul piano politico.Tutto questo non è accaduto. E che così fosse emerge dal fatto che proprio perché la sinistra democratica ha esitato di fronte a questa prospettiva l'Ulivo a Milano non sia di fatto mai nato. Infatti, senza ancorare il campo di forze rappresentato dall'Ulivo al progetto di estendere alla neoborghesia l'area sociale di riferimento, era assai diffcile che l'Ulivo potesse impiantarsi in una città come Milano, dove persino i nuovi partiti nati dalla fine della Prima repubblica fanno fatica a radicarsi. La coalizione di forze che ha sostenuto Fumagalli è apparsa per quello che era: un cartello di forze minoritario costruito a tavolino, piuttosto che un rassemblement espressione della molteplicità delle culture democratiche presenti nella città, raccolte dietro una persona e un progetto. Questo difetto di prospettiva ha consegnato la maggioranza della neoborghesia al centrocentra, con il risultato che la lunga transizione politica della città cominciata con Tangentopoli e la crisi del craxismo (e di cui la stagione del leghismo appare ora una tappa occasionale) si è conclusa con una vittoria delle forze conservatrici all'opposto che a livello nazionale. Milano è ora nelle mani di una serie di poteri reali che vanno dalla Compagnia delle opere a Mediaset, in grado di ricompattare intorno a sé le forze nuove del capitalismo neoindustriale. La sconfitta è dunque più grave di quel che sembra, e la stra della sinistra democratica più impervia e faticosa di quel che ci dica quel 47 percento di voti conquistato da Fumagalli. Questa però è la sifda e su di essa si misurerà la capacità della sinistra di esprimere una classe dirigente, che costituisca una risorsa vera per tutta la città. AlbertoDeBernardi I VIZIETTDIIBLAIR IE bbro di voti, travolto dall'entusiasmo di milioni di elettori inglesi momentaneamente dimentichi della proverbiale flemma, forse anche ubriaco di whisky scozzese o annebbiato dai fumi di birra irlandese, il neo-premier Tony Blair, la mattina di domenica 4 maggio, al suono del campanello, si affaccia alla finestra e scorge un fattorino seminascosto da una gigantesca corbeille di fiori. Dimentico di essere diventato un personaggio assai pubblico - succede sempre ai capi di governo o ai presidenti: pensate a Cossiga-Prozac,a Bush che fa indigestione di sushi, a Eltsin che si nasconde nella pancia di un aereo in territorio irlandese, a Prodi che si fa fotografare in calzoncini da ciclista, a Leone che fa le corna, a Clinton che bacia la moglie - e ansioso di verificare di chi sia l'omaggio floreale, Tony si precipita alla porta con la camicia da notte sexy e la parrucca che indossa di solito la sera quando lui e Cheri si scambiano i ruoli da bravi professionisti. Scatta l'obiettivo dei fotografi immortalando residui di trucco, ciocche scomposte, stinchi magrissimi e smorfia orripilata. La foto fa il giro del mondo e dei quotidiani senza che i giornalisti - come sempre ottusi e privi di fantasia - si accorgano che quella ca- •

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