asco ·t· ar cri1ca no ai cassoni; il pane è messo a ruba. Qualcheduno in vece corre al banco. butta giù la serratura, agguanta le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini, per tornare poi a rubar pane. se ne rimarrà. La folla si sparge ne' magazzini. Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano [.. .I. Chi va, chi viene: uomini. donne. fanciulli, spinte. respinte, urli, e un bianco polverìo che per tutto si posa, per tutto si solleva, e tutto vela e annebbia". Bisogna avere la pazienza di aspettare un buon numero di capitoli, perché siano resi noti i risultati di tanto darsi da fare. Per un po', dopo la sedizione, l'abbondanza sembra tornata a Milano, come per miracolo: "Pane in quantità da tutti i fornai; il prezzo, come nell'annate migliori; le farine a proporzione". Non c'è nulla da fare, di farina non ce n'è, e servono poco gli espedienti studiati affinché la materia del pane non manchi. Né servono le minacce abbondanti nelle gride di don Gonzalo: "Lamoltitudine aveva voluto far nascere l'abbondanza col saccheggioe con l'incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, il lettore lo vede". Questo il commento amaro del narratore. Alle conseguenze della carestia si affiancano quelle di un'altra sciagura. Laguerra di successione porta infatti in Lombardia l'esercito di Ferdinando, e con esso razzie e peste. Sono soldati di ventura attirati "più che dalle paghe[ ...] dalle speranze del saccheggio e da tutti gli allettamenti della licenza". Disciplina ce n'è poca, ed è comprensibile che essi si abbandonino alle più devastanti azioni predatorie: "Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva a sacco addirittura: ciò che c'era da godere o da portar via, spariva; il rimanente lo distruggevano o lo rovinavano, i mobili diventavano legna. le case. stalle: senzaparlar delle busse. delle ferite. degli stupri". Lo 6copo del racconto è chiaro. Mentre moMra gli euuetti di una pratica ai 6oMentamento con6iderata normale per 6ecoli, Manzoni intende ri6vegliare nei lettori un 6en6o di matura civiltà. A un moto di compa66ione muovono invece le de6crizioni delle 6ouuerenze patite dalla cittadina di Vilegrad nel carolavoro di Ivo Andric, I ponte 6ulla Dri.na. Lanarrazione è condotta in modi cronachistici, quasi asettici, senzanessuna inclinazione al patetico. Non ce n'è bisogno. Lescene sono agghiaccianti di per sé. Terra ricca di tradizioni culturali, frutto dell'incrocio fra etnie diverse. la Bosnia è stata segnata da un destino tragico che le ha concesso solo brevi intervalli di indipendenza. I più feroci sono gli ottomani. veri e propri saccheggiatori di vite umane. Sene vengono nella Bosnia orientale per raccogliere un certo numero di ragazzi tra i dieci e i quindici anni. Un "tributo di sangue". Ladisperazione dilaga. Nella speranza di salvare i propri figli i genitori li nascondono nel bosco, insegnano loro a simulare l'imbecillità o a zoppicare, li rivestono di stracci, li lasciano nel sudiciume, alcuni addirittura li mutilano tagliando loro un dito della mano. Niente. Laselezione procede, e i ragazzi scelti vengono fatti proseguire su piccoli cavalli: "Suogni cavallo c'erano due canestri intrecciati, del tipo di quelli che si adoperano per la frutta, uno a ogni fianco, e in ogni canestro era stato posto un ragazzocon un piccolo pacco e una forma di focaccia. ultime cose portate dalla casa paterna". Dietro la carovana la massa di genitori e parenti dei ragazzi portati via: "Particolarmente tenaci e irrefrenabili erano le madri: correvano, con spedito calpestìo, senza guardare dove mettevano i piedi, nudi i petti, scarmigliate. dimentiche di tutto intorno a sé. lamentandosi e dolendosi come per un morto. Altre uscite fuori di senno, gemevano, urlavano come si sentissero lacerare l'utero nei dolori del parto, e, accecate dal pianto, andavano a cadere proprio sotto le fruste dei cavalieri". Dopo i turchi, gli austriaci. Il proclama del generale annuncia pace e tempi nuovi. Le truppe che entrano vittoriose in città non hanno nulla a che fare con quelle malnutrite e miseramente vestite del sultano. non pagate regolarmente. Ad avanzare sono soldati che abbagliano per la bellezza delle uniformi e che lasciano trasparire all'aspetto la sicurezza che hanno di sé. Non devastano nulla, costruiscono. Ma per gli abitanti l'impressione è che a venire saccheggiata sia la vita stessa: "ciò che maggiormente sorprendeva la gente della cittadina e la riempiva di stupore e di sospetto non era tanto il loro numero quanto i loro incomprensibili e imperscrutabili piani, la loro infaticabile solerzia e la tenacia con la quale procedevano all'esecuzione di quei lavori. Gli stranieri non riuscivano a rimanersene quieti e non consentivano a nessuno di stare in pace; sembravano decisi a impadronirsi, con la loro invisibile ma sempre più sensibile rete di leggi, di disposizioni e di prescrizioni. della vita stessa, con gli uomini, gli animali e gli oggetti inanimati".
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