• OPINIONE:UNASCONFITTA CHEVIENEDALONTANO A Milano il centrosinistra ha perso onorevolmente, ma ha J:-!.. perso. A questo punto importa dare una risposta convincente al quesito inevitabile: perché ciò è accaduto di nuovo? Per fortuna il dibattito che ha cominciato a prendere forma nelle sedi politiche e sui giornali è sfuggito a due falsi problemi che risposte superficiali o strumentali potevano sollevare e fornire come risposta di comodo. Il primo riguarda il mancato apparentemento con Rifondazione comunista. I dati a disposizione sulle scelte elettorali milanesi mettono in evidenza che anche con Re la coalizione che ha sostenuto Fumagalli avrebbe perduto, per la semplice ragione che gran parte dell'elettorato rifondazionista ha scelto Fumagalli nonostante l'indicazione contraria del proprio partito, e quella minoranza che "è andata al mare" non avrebbe potuto colmare la distanza che separava i risultati dei due candidati al ballottaggio. Attribuire la sconfitta del centrosinistra al mancato apparentamente con Re è poi fuorviante dal punto di vista politico, perché non è all'interno di una deriva massimalistica, che aggreghi marginalità, classismo e giustizialismo che la sinistra può trovare le risorse non solo numeriche, ma soprattutto culturali, per ribaltare le proprie condizioni di minorità a Milano. Unire la sinistra non è la prospettiva lungo la quale la sinistra democratica deve indirizzarsi, perché questa unità avrebbe inevitabilmente una fisionomia conservatrice: un miscuglio di richiami ideologici, di tutele corporative, di chiusure di classe, che costituisce l'esatto contrario di un progetto democratico di governo della città. L'altro falso problema è quello della inedeguatezza del candidato. Il teorema secondo il quale se al posto di Fumagalli il cen6iugno1997 trosinistra vesse scelto Moratti o Rossi avrebbe vinto, è destituito di fondamento. Fumagalli rappresentava una delle figure più autorevoli che la società civile democratica cittadina aveva da spendere. Sgombrato il campo dai due falsi problemi, si può cerca di dare qualche risposta problematica al quesito che avevamo posto.La sconfitta del centrosinistra non è dunque imputabile a errori tattici e contingenti, ma viene da lontano e costituisce l'ultimo anello di una catena cominciata con quella di Dalla Chiesa e proseguita con quella di Masi e con gli 11 candidati su 12 sconfitti alle politiche del 1996. Questa lunga catena affonda le sue radici nel fatto che le forze della sinistra democratica non hanno saputo interpretare la grande trasformazione che ha caratterizzato la città in questo ultimo decennio. Il crollo della Milano fordista ha implicato l'emersione di un nuovo agglomerato di ceti medi che si può definire con il termine "neoborghesia", espressione del nuovo capitalismo "flessibile", del lavoro autonomo, della piccola impresa, delle nuove professioni dell'era telematica. Questa classe costituisce ormai la maggioranza della società milanese; anzi Milano rappresenta la capitale della neoborghesia italiana, laddove essa appare liberata sia dai vecchi ancoraggi rurali e confessionali che caratterizzano quella del Triveneto, sia dai legami con la vecchia tradizione riformista che ne orientano l'appartenenza politica nell'Emilia e in parte dell'Italia centrale. Gli orientamenti politici di questa neoborghesia hanno contribuito in maniera determonante al collasso del sistema politico cittadino, sia perché essa era esclusa dal sistema delle mediazioni sociali che facevano capo ai partiti, ancorate ai modelli della Milano operaia e industriale, sia perché non era pienamente rappresentata nemmeno all'interno della deriva clientelare e conservatrice propria dell'asse Dc-Psi su cui si è retto il governo reale della città negli anni Ottanta. Nel 1990-1991 questo nuovo centro strutturale della società milanese ha tolto la delega ai vecchi partiti in nome di una confusa tavola di valori nella quale erano iscritti i cardini della fisionomia di questo coacervo sociale: efficienza, antistatalismo, libertà di intrapresa, autonomia, certezza del diritto, modernizzazione. L'esito della tornata referendaria di quegli anni è emblematico del fatto che questa neoborghesia fosse animata da un'ansia di cambiamento, da una voglia di voltare pagina con la vecchia Italia dei compromessi e delle corporazioni. Ma la sinistra ha guardato con sospetto tutto questo. Ha letto, vittima di un riflesso condizionato, questa tavola di valori come di destra, rifugiandosi nelle sue tradizionali casematte sociali: il lavoro dipen1
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