as oltar mento cui si stava andando incontro. ComeCalvino, Fofi ci segnala negli scrittori trattati un "midollo di leone" che è "nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia". Ribadisce, Fofi - e si vedano le lucide pagine dedicate a Silone - la convinzione calviniana (ma anche morantiana) dell'impossibilità di liberarsi da soli, la liberazione essendo possibile solo come atto collettivo. Molti degli autori trattati da Fofi (anche parecchi di quelli compresi nella sezione "Panorama borghese") non soffrono del male secolare che Calvino, sulla scia di Gramsci e Vittorini, rilevava negli scrittori italiani, quella mancata integrazione che pesava sulla loro opera e sulla loro esistenza come una maledizione. Parecchi di questi scrittori provengono dalle classi subalterne (Scotellaro, Jovine, Silone) e ne rappresentano l'universo senzacomplessi. Come fanno d'altra parte altri, di formazione eminentemente borghese - i Levi, e i Comisso ad esempio, ma non solo - i quali si muovono pur da prospettive affatto dissimili, con quella chiarezza di visione e quella vigile lungimirante disinvoltura indispensabili per entrare in contatto con un'umanità altra si tratti dei cafoni deprivati dell'Italia degli anni Trenta o delle "larve" della Napoli del secondo dopoguerra, e restituircene un resoconto antropologico e una rappresentazione artistica che rimangono insuperati. L'incontro del critico con gli scrittori, non è soltanto un incontro con l'opera. Gli autori stessi rientrano nel quadro della rievocazione e non per ragioni di colore. Il principio rivendicato da Fofi in apertura di volume è che la biografia di un autore serva spessomolto più di tanti interventi critici a comprenderne l'opera. Così, Fofi ci fa partecipi di memorie, immagini (un ambiente, un carattere, un momento sono ricostruiti con pochi efficaci tratti) distribuite con maestria, e di queste sue frequentazioni ci regala istantanee memorabili, icastici ritratti, come prometteva il sottotitolo del libro. Dolci in partenza per la Sicilia, che Fofi seguediciottenne a Palermo; Pratolini, vecchio e "quasi immobilizzato dalla malattia", seduto sotto una grande fotografia che "mostrava un garzone a piedi scalzi all'angolo di una strada che poteva ben essere via de' Magazzini". Silone negli uffici dell'Associazione per la libertà della cultura. Le figure, i ricordi, il dato biografico si fondono con la valutazione critica, la asseverano in modo diretto, preannunciano o confermano il giudizio sullo scrittore. È il caso del profilo che Fofi traccia di Vittorini in Sicilia, venuto a portare solidarietà ai carcerati di Partinico. "Vittorini, alto, asciutto, bello, di poche parole, mi fece irresistibilmente pensare a un 'cavaliere antiquo', a un Carlomagno come lo si vedeva allora nell'opera dei Pupi, insomma a una sorta di eroe, più vicino all'uomo d'azione che al letterato". Vittorini è infatti più uomo d'azione, soprattutto nel campo dell'organizzazione culturale, che scrittore. L'affinità riscontrata nel campo dell'impegno non condiziona l'analisi del critico che dei romanzi di Vittorini salva, in modo forse troppo sbrigativo, solo Le città del mondo. I grandi scrittori, borghesi o contadini, rievocati da Fofi hanno in comune anche una fondamentale purezza. Si vedano a questo proposito le chiare, anche se troppo fugaci, pagine dedicate a Comissoe a Sabae, più avanti, a un altro grande scrittore, Beppe Fenoglio. personalità che avrebbero meritato maggiore spazio, un'analisi più estesa. Fenoglio in particolare, e non solo per i capolavori resistenziali ma anche per il lucidissimo affresco lasciatoci nei racconti delle durezze e dei lati oscuri di quella civiltà contadina di cui si piange la scomparsa. È significativo che Fofi scelga di concludere la raccolta, che è anche una lunga galleria di figure maschili, con l'omaggio a ElsaMorante e Anna Maria Ortese. "Una coscienza che non ha tregua" è la definizione di un tratto fondamentale del magistero della Ortese, che si attaglia perfettamente anche a ElsaMorante. Di letteratura della coscienza si può secondo noi parlare a proposito di tutti gli scrittori trascelti da Fofi, ma applicata a queste due grandi figure la definizione assume un significato speciale perché la loro lotta contro i mostri ci pare ancora più stupefacente oggi per l'intrepida lucidità con cui fu condotta in anni se altri mai tormentati. Intendevano contrastare, entrambe le autrici, quel silenzio della ragione che si stava estendendo come una peste nell'Italia pre-boom e opporgli il potere disarmato e terribile della parola - quel potere di dire che i contadini e i diseredati riconoscevano istintivamente in Carlo Levi e a cui assegnavano una funzione, non solo "consolatrice", ma di riparazione, di risarcimento, di giustizia. Questo faceva Anna Maria Ortese descrivendo l'inferno concentrazionario dei Granili, questo ha fatto ElsaMorante con tutta la sua opera Il lascito di esntrambe ribadisce ai lettori di oggi, come a quelli che avevano orecchie per intendere allora, come sosteneva Calvino proprio negli anni in cui Fofi lavorava con Dolci in Sicilia, non soltanto che "la verità è dalla parte della fantasia anche se smentita dalla politica reale", ma allo stesso tempo che il silenzio della ragione è minaccia sempre incombente, condizione nostra attuale. Chedovere dello scrittore, iscritto in quel dono che gli/le è stato concesso in sorte, è proprio quello di non sottostare, come affermava Simone Weil, alla legge di gravità; di rispondere - come Anna Achmatova - "Posso" alla richiesta che la grande poetessa russa si sentì avanzare mentre faceva la fila davanti al carcere dalla Lubjanka: "Ma lei può descrivere questo?"
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