Linea d'ombra - anno XV - n. 126 - giugno 1997

]AMAICA KINCAID, STORIA DI UN REATO ANTICO FrancaCavagnoli lJna luce livida, come quella di certi temporali che ancora non ce la fanno a scoppiare, irradia dalle pagine di Autobiografia di mia madre (Adelphi, pp. 174, lire 25.000), il libro più recente e più compiuto di Jamaica Kincaid, esemplarmente tradotto da David Mezzacapa.Un libro dal quale si esce a occhi asciutti, ma doloranti in tutto il corpo come dopo una febbre alta. Xuela è nata in Dominica, un'isola in cui magia e vita quotidiana sono strettamente intrecciate, da madre cari ba e padre per metà scozzesee per metà africano: Mia madre è morta nel momento in cui nascevo, e così per tutta la mia vita non c'è mai stato nulla fra me e l'eternità". li ricordo della morte della madre, coincisa con la sua nascita, scandisce con ritmo ossessivo l'esistenza di Xuela, consapevole di come fra lei e "la stanza nera del mondo" non possa mai esserci nessuno. Lamadre dal volto mai visto, che non ha potuto raccontare la sua storia, colma con il vuoto della propria vita troncata la vita della figlia, condannandola a un'esistenza segnata dalla solitudine, "dalla tristezza e dalla vergogna e dalla pietà per me stessa". Non avendo nient'altro da amare, sopraffatta com'è dall'odio per sé e per il mondo coloniale che la circonda, Xuela giunge ad amare se stessa per rivalsa e per disperazione: "Un amore del genere è sufficiente, ma niente di più, non è il tipo migliore; ha il sapore di qualcosa che è rimasto troppo a lungo in una credenza e si è irrancidito, e quando lo si mangia dà il voltastomaco". Equando resterà incinta, Xuela berrà una tazzacolma di uno sciroppo denso e nero e si sdraierà in una buca con il corpo "ridotto dal dolore a un vulcano di dolore". Dopo quattro giorni una donna nuova uscirà da quella buca, una donna che saprà cose che si possono sapere soltanto se si decide di tenere la vita fra le proprie mani. Con sconvolgente consapevolezza Xuela pronuncia parole acuminate come scheggeche si conficcano nel corpo della lettrice: "Non sarei mai diventata una madre, ma questo non sarebbe stato lo stesso che non avere mai bambini. lo avrei avuto dei bambini, ma non sarei mai stata una madre per loro. Ne avrei partoriti in abbondanza; mi sarebbero usciti dalla testa, dalle ascelle, di fra le gambe; avrei partorito dei bambini, mi sarebbero rimasti appesi addosso come grappoli sulla vite, ma io li avrei uccisi con l'indifferenza di un dio". Nel momento in cui espelle da sé un bambino che non può amare e che dunque non vuole, Xuela compie in re sogno un viaggio intorno alla sua isola, racchiudendo in questo movimento circolare il cerchio stesso della vita e riconoscendo per la prima volta se stessa in un gesto di appartenenza: "Percorsi a piedi il luogo che avevo ricevuto in retaggio, un'isola fatta di villaggi e di fiumi e di montagne, e di gente che cominciava e finiva la vita col delitto e il ladrocinio e non molto amore. Mi arrogai tutto ciò in un sogno". li libro gronda risentimento - a tratti un livore irredimibile - per un mondo, quello coloniale, odiato nell'intimo perché responsabile di crimini efferati. Con un ritmo apparentemente dolce come quello di una nenia, contrassegnato da riprese e ripetizioni quasi a voler mimare il movimento delle onde, ma in realtà percussivo come il rullo dei tamburi che in Africa celebrano sia la gioia sia il dolore, Kincaid rende omaggio agli schiavi vittime del Middle Passagee ci ricorda come le limpide acque intorno alle Antille celino a migliaia i corpi di un reato antico, le cui conseguenze ancora si riverberano sulle condizioni di vita degli abitanti di quelle isole

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