0----+--'-'-1 s----- .=.::~: lci.....+--i; ------'-'-'-'-'Gian ............... carlo... ........... Ascari ~~ Unacrisiannunciata Pre6enze in calo davanti agli 6chermi: colpa del tempo, o non piutto6to di programmi prevedibili e noio6i nella loro 6pettacolarità, privi di inuormazione e di cultura? Oltre agli 6pettatori, la televi6ione Ma uccidendo 6e 6te66a... TI' primi ad andarsene sono stati i ll bambini. Hanno tirato su i loro giocattoli e si sono allontanati dai televisori in molti, già alla fine del '96. Dall'inizio di quest'anno è toccato agli adulti: tre milioni circa che nei primi mesi del '97 hanno disertato i programmi di prima serata, sparendo chissà dove. Questa neanche tanto lenta erosione dell'ascolto televisivo comincia a innervosire gli addetti ai lavori che, come il direttore dell'Auditel, si rifugiano nella meteorologia, prendendosela con il clima particolarmente mite che quest'anno spingerebbe gli italiani fuori casa. Qualcosa comunque sta accadendo e contraddice quella che pareva ormai una legge assoluta, l'irresistibile e irreversibile ascesadegli ascolti televisivi. Certo, può trattarsi di una crisi passeggera,ma va a cadere nel pieno di una crisi profonda che sta investendo alcuni modi di fare televisione. I programmi più colpiti dalla disaffezione sono infatti quelli giornalistici di prima serata, proliferati in questi anni sul modello "realista" della Rai 3di Guglielmi. A ben vedere, queste trasmissioni sono tutte adattamenti televisivi di moduli nati dalle lotte degli anni '60-'70: l'assemblea, il gruppo di autocoscienza, la controinformazione. A queste categorie possiamo infatti far risalire trasmissioni come quelle di Santoro, Lerner e Annunziata, ma anche "Chi l'ha visto?", "Mi manda Lubrano", "Amici", eccetera. Ad esempio, dal rituale assembleare alcuni di questi programmi hanno mutuato quasi tutto: il colpo di scena, la concitazione, i duelli tra i leader, gli slogan e a volte persino il cammellaggio dei partecipanti. Allo spettatore viene offerta dunque una formula che apparentemente rappresenta il massimo della democrazia, ma che alla lunga si rivela mera rappresentazione di democrazia. Manca infatti la cosa fondamentale, la possibilità per chi assiste di partecipare realmente, se non indicando al telefono un sì o un no o qualche vago quesito. li risultato si traduce in un crescente senso di frustrazione per lo spettatore, che lo porta inevitabilmente ariconoscere i limiti e i caratteri illusori del gioco. Comincia così a considerare questi programmi per quel che sono, spettacolo; e inizia a selezionarli come farebbe con qualunque telefilm o situation comedy. Non li considera più fonti d'informazione indispensabili per conoscere la realtà, ma sceglie il presentatore e l'allestimento migliori, lasciando perdere il resto. Ese i programmi che erano innovativi cominciano a mostrare la corda, tutto il resto del carrozzone televisivo (quiz, varietà, trasmissioni di intrattenimento vario) semplicemente boccheggia. Cosìanche i talk show infarciti di "gente comune" che si esibisce in liti condominiali, agnizioni, rappacificazioni sentimentali, hanno toccato il livello di saturazione. Qui si rivela infatti tutta la falsa coscienza che sta nel "dare la parola a tutti": il risultato è solo un confuso balbettio in cui non c'è memoria e non c'è il giusto e l'ingiusto. Lastupidità e la protervia hanno dirit- • to di parola come la ragione e la tolleranza, e spesso prevalgono. Ciò che tutto giustifica è il fatto di esserci, la presenza in video; quei cinque minuti di celebrità che toccano a tutti di cui parlava Andy Warhol. È perciò probabile che un bel po' di spettatori, dopo aver assistito all'ennesima lite tra vicini in televisione, abbiano preferito spegnere lo schermo e andare a fare quattro chiacchiere con i loro vicini reali. E infatti il quesito più interessante resta quello di cosa facciano ora i transfughi del video. Forse si dedicano alla lettura, alla cura delle piante, a Internet. O forse sono in casa, seduti davanti al televisore spento, pensando alla loro vita.
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