Linea d'ombra - anno XV - n. 126 - giugno 1997

• Il IProbtema AIDSE PICCOLAPSICHIATRIA Eveniamo al secondo aspetto. L'Aids dà voce e ricettacolo a molta della cosiddetta area della psichiatria minore, così come tradizionalmente intesa. I centralini di informazione e di counselling sull'Aidssono letteralmente schiacciati di richieste, di domande e di ansie dei cosiddetti "worried well", dei pozzi senza fondo di preoccupazioni e di angosceda parte di persone che, nel 99percento dei casi, non solo non sono state contagiate, ma non hanno corso un reale pericolo di infezione. Si verifica una sorta di ansioso "turismo" telefonico, spessoda un centralino all'altro, alla ricerca di rassicurazioni che non si riescono a trovare dentro di sé, per cui le si esigono dal medico, dall'esperto, comunque da fuori di sé. In queste situazioni si nota tutto il "valore aggiunto" del pericolo conferito ali' Aids, sempre comunque superiore ad altre e più inquietanti minacce. Un valore aggiunto conferito dall'aspetto simbolico, di volano dell'immaginario che l'Aids costituisce, a cui continuano a contribuire, e non poco, ancora gran parte dei mass-media. La realtà è ciò che solo più viene rappresentato di essa: la mappa come il singolo dato allarmistico. Una ricerca in psicologia sociale rispetto alla criminalità ed al ruolo dei mass-media evidenzia come la valutazione della gente rispetto all'aumento del crimine, non si lega alla variazione effettiva del tasso di criminalità, quanto all'aumento di notizie in cronaca nera. Euna notizia accade ogni volta che viene ripetuta. Con essari-accade l'avvenimento a cui si riferisce. Si crea uno scarto massiccio tra il fenomeno rappresentato e la realtà, per cui l'effetto di un fenomeno non è proporzionale alla sua portata, ma alla quantità di volte di cui di quel fenomeno si parla. Per I'Aids la paura è moltiplicata perché c'è una combinazione tra l'effetto descritto ed alcune caratteristiche disorganizzanti che la malattia presenta di per sé: 1) le contraddizioni rispetto al controllo del contagio per ciò che concerne la sessualità; 2) l'incubazione subdola e prolungata del virus, 3) l'impotenza terapeutica (anche se oggi gli inibitori della proteasi, in terapie tricombinate, riaprono una finestra di speranza nei confronti di una malattia che, da mortale può divenire, a breve termine, cronica invalidante).Tutto ciò fa sì che la paura della malattia possa evolvere, sul piano psicologico, in una sindrome di allarme permanente. Si passacosì dalla paura della sindrome alla sindrome della paura. Lo stato di allarme dà luogo ad un impegno attentivo, nel tentativo di contenere il senso di impotenze e di incertezza. Ma la focalizzazione protratta sulle notizie, le interpretazioni, e le supposizioni, a lungo andare facilitano il rafforzarsi dell'ansia persecutoria (con un'accelerazione maggiore nelle istituzioni chiuse, dove, prima fra tutte il carcere, si possono sviluppare vere e proprie credenze paniche). Poiché la paura ha in genere un oggetto specifico da cui guardarsi, mentre l'ansia aspecifica no, accade che la prima possa fornire alla seconda quanto le manca. Edè così che la paura dell'Aids "aggancia" diffusi e diversi stati di ansietà. Si possono sviluppare forme di interessamento ossessivo ed attivare meccanismi di tipo fobico. L'Aids a cosa si presta? A fare da imbuto, da calamita per assorbire ed attirare verso di sè una molteplicità di ansie che non hanno nome e non hanno oggetto. Sull'Aids non vengono spostate solo le ansie nevrotiche latenti, che già sono tante, perché dai centralini telefonici vengono rilevati costantemente sensi di colpa, bisogni di espiazione, tratti ipo-paranoidi, ipocondrismi, depressioni e sentimenti di disistima, tendenze e identificazioni isteriche. Sull'Aids convergono ansie diffuse, indefinite, che mancano di un referente nosografico preciso, linguisticamente anonime, e che tuttavia permeano gran parte delle nuove norme di disagio psichico. L'ansia proiettata è un meccanismo difensivo, perché comporta sempre un qualche vantaggio rassicurativo. Edè manna per i movimenti ideologici a stampo fondamentalista, soprattutto se basati sull'effetto protettivo di norme e valori assoluti. Laddove un'etica dei principi non viene coniugata e mitigata da un'etica dell'affettività, il rischio della deriva fondamentalista non è da sottovalutare. A quel punto l'approfondimento, le conoscenze non costituiscono più uno strumento di conoscenze, un

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