In Italia e in Europa sono attive da anni società finanziarie o vere e proprie banche che svolgono questo lavoro. Alcune di essesono indirizzate verso obbiettivi specifici, come l'ecologia o la cooperazione sociale. Altre, come nel caso italiano, non pongono limiti di utilizzo se non verso attività di utilità sociale, o permettono ai soci che apportano il capitale di determinarne l'utilizzo verso i campi di loro preferenza. Oggi in Italia il fatto nuovo è il tentativo di costruire una Banca Etica, tentativo al quale partecipano molte delle più importanti organizzazioni del Terzo Settore. È un tentativo coraggioso, sia per l'entità della cifra che va raccolta, sia per la volontà di restare equidistanti dalle diverse culture politiche coinvolte (sia Aci i che Arei, tanto per fare un esempio, partecipano al Consiglio di Amministrazione), sia per la difficoltà di non subire pressioni e ingerenze da parte di potentati economici e politici. C'è, nel Terzo Settore, anche una posizione critica: ci si chiede perché imbarcarsi nella costruzione ex novo di una istituzione finanziaria, con tutti i rischi che comporta, anziché affidarsi a istituzioni già attive e di sicura affidabilità professionale. Ma già da venti anni lavorano in Italia le Mutue Autogestione (Mag), società finanziarie cooperative, in genere operanti su base territoriale, con più di venti miliardi raccolti e impiegati. LaCtm-Mag è un caso a parte, perché è la finanziaria della maggior centrale italiana di Commercio Equo e Solidale: distribuisce prodotti e alimentari e artigianali di associazioni o cooperative di base nel sud del mondo, pagando in modo equo i produttori, e cioè quattro o cinque volte di più del prezzo abitualmente corrisposto dalle grandi società multinazionali. Anche in quest'ultimo caso, il valore dell'operazione non sta tanto nella quantità dei prodotti distribuiti (ma attenzione: sono già un milione le famiglie dei paesi in via di sviluppo che beneficiano del circuito europeo denominato Fair Trade), che è evidentemente risibile in confronto al mercato globale, ma nella qualità dell'operazione, che diventa il fulcro della critica ai meccanismi commerciali a livello internazionale. Anche nel caso della Finanza Etica, la dimensione più interessante è quella internazionale. In molti paesi del sud sono attive istituzioni di microfinanza: istituti bancari che hanno come obiettivo quello di raggiungere le singole famiglie nelle campagne e nelle periferie delle città, e fornire loro il supporto creditizio necessario a far partire attività economiche di base: officine artigianali, distribuzione di frutta e verdura, allevamento. L'esempio più noto è quello della Grameen Bank del Bangladesh che in poco più di dieci anni è riuscita a raggiungere due milioni di famiglie in quel paese. Le istituzioni di microfinanza nascono in molti casi grazie alla iniziale sottoscrizione di quote di capitale da parte di cittadini dei paesi ricchi, che ricevono regolarmente l'interesse pattuito per i loro depositi. Molte delle Ong che in tutto il mondo lavorano con i paesi poveri si pongono oggi il problema di veicolare in senso finanziario le poche risorse a loro disposizione, così da poterle riutilizzare una volta completato il progetto. El'idea di stimolare la nascita in loco di piccoli istituti di credito (banche di villaggio, è il termine più utilizzato), è buona, motore sicuro di sviluppo. Ripeto: queste operazioni sono interessanti sotto due aspetti. Per l'impatto reale (la microfinanza raggiunge oggi otto milioni di famiglie povere nel mondo, ed è vicina a una soglia di esplosione che può moltiplicarne gli effetti in maniera esponenziale). Eper l'effetto di amplificazione e oggettivo rafforzamento che hanno le posizioni critiche nei confronti dell'andazzo finanziario globale. In parole povere - in soldoni, appunto - a me sembra interessante e divertente la proposta di associarsi e utilizzare le nostre risorse finanziarie per costruire economia alternativa e impresa sociale. Restada interrogarsi sul perché queste operazioni attecchiscano più facilmente in area cattolica, e perché la sinistra laica fatichi tanto a farle proprie. Forse ci bastano le Coop? Ma accade sempre più spesso, in questi ultimi anni, di registrare come la sinistra arrivi buon ultima su molti terreni. Il caso del volontariato è emblematico. Certo, in rochi anni il paesaggio sociale si è trasformato, e la sinistra fatica ad adeguarsi. Chi oggi si interrogé!- sulla questione sociale, in particolare nel ricco nord Italia, rivolge la sua attenzione verso aree di povertà e disagio che sono largamente minoranza sulla popolazione totale, o verso forme di devianza da una norma largamente condivisa. O rivolge la propria attenzione verso il sud del mondo, di cui l'immigrazione non è che il segnale più immediatamente percepibile. Chepoi la nostra società sia malata nel suo complesso, che la norma stessasia origine di sofferenza 8 psicologica, è un altro conto. Ma in questi anni, a sinistra, abbiamo dovuto scoprire forse con qualche senso di fastidio che il volontariato sociale si era sviluppato in modo più coerente in ambito cattolico. Ricordo, su un lontano numero di Linea d'Ombra dedicato al Pci dopo il crollo del muro, una domanda provocatoria: nelle periferie degradate delle grandi città, hanno più impatto (lavorano di più) le sezioni del Pci o le organizzazioni del volontariato cattolico? Ci sono oggi minoranze - che sempre restano tali - del mondo cattolico che hanno scoperto il gusto forte della critica all'economia reale. Con queste vale davvero la pena di confrontarsi, e subito, finché resta aperta una stagione di disponibilità reciproca tra culture tradizionalmente avverse, stagione probabilmente atipica nel paese del Vaticano. Eallora. Finanza Etica, Commercio Equo e Solidale: a quando ci arriva anche la sinistra?
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