in "Le case della Vetra", in una privata conversazione dei primi anni '60, Fortini già mi aveva fatto rilevare una atmosfera da "lutto ambrosiano", un lutto (intendendo) già pronunziato rispetto a quello normale liturgia cattolico-romana. Ma com'è il lutto "ambrosiano"? Più nero o meno nero? Sarà forse più fondo e più triste, ma anche (secondo la mia impressione) meno nero, anzi quasi un grigio sporco stando a certi drappi di velluto che le agenzie di pompe funebri appendono a Milano ai portoni delle case dove c'è un morto (benché si muoia sempre di meno in casa propria). Che non sia , dunque e in fondo, un lutto sostanzialmente più discreto, senza urlati lamenti rituali, meno esibito e più in interiore homine? Certo non sono pochi, in tutta la poesia di Raboni prima e dopo la svolta di "Canzonette mortali", i motivi e i momenti in cui si contemplano il mistero della Morte e si fa dei perduti "affetti" e "oggetti" un quasi marchingegno di sopravvivenza virtuale. Ma appunto (come quei velluti grigio sporco rispetto al nerissimo cattolico-romano) sono motivi e momenti colti e patiti alquanto di sbieco (come in Lorca quel polso ferito "que ronda/ las cosas del otro lado"), da angolature di altri dove e altri quando e segnati da un'emozione però non meno autentica nel suo darsi per vie mediate. Così accade che, in questo Autore quanto altri mai lombardo nella sua puntualità e nella sua economia retorica, la poesia apparisse in una prima sua fase contrabbandata in panni a-poetici, quasi verbalizzanti vicende impersonali, dove l'autobiografia del Poeta a imitazione dei grandi Maestri che si autoeffigiavano in un angolino dell'affresco, si scavava comunque e sempre un suo spazio discreto, ma cruento. Non a caso una provvisoria autoantologia di Raboni si era manzonianamente intitolata "A tanto caro sangue" (i testi in essa trascelti sono qui restituiti alle raccolte d'origine, mentre dell'autoantologia persistono il titolo e due gruppi di "Ultime" e "Disperse"). Un po' sommariamente ho accennato a "Canzonette mortali" come a una svolta , ma appena per voler registrare non tanto un alternarsi o cambiamento di materiali, quanto piuttosto di procedimenti. Nelle "Canzonette", come poi anche nei successivi "Versi guerrieri e amorosi", due raccolte di forte e anche drammatica ispirazione amorosa, persiste l'ossessione del tempo e dei count-down, proiettata però nella nostalgia di un futuro dissipato troppo in anticipo rispetto a una presenza amata. Ma, da queste due raccolte e sempre in crescendo fino alla più recente e bellissima dal titolo shakespeariano di "Ogni terzo pensiero" la poesia di Raboni si vestirà ostentatamente da poesia: l'iperpoetico delle forme chiuse, della prosodia arcaicizzante e anche di quel robusto manieristico versificare che trova il suo acme nei "Sonetti di infermità e convalescenza" e più ancora nella serie "Altri sonetti", si propone qui, infatti e si impone, come strategia dissimulativa. Nel virtuosismo esasperato di questi versi e nella minima "resistenza vettoriale" di un'apparenza rétro, il Poeta convoglia il suo più alto grido di dolore: tanto più forte e vero quanto più esso si manifesta in termini di stoica impassibilità davanti all'ingiuria del tempo (il decadimento del corpo) e al male degli oppressori (la caduta dei grandi ideali civili). Siamo di fronte a un esempio di consumata scienza della parola: dove la poesia si nutre di pensiero e la prosodia è innervatura di un serrato ragionativo da teatro tragico; Vorrei citare dall'ultima pagina: Cerco qualche volta dli immaginare la treUcitd, mia redreimorti, remi &rembra chre&i.ala vita .... ..... ; è come &eda que&te membra ar&e e dilaniate l'4.mmen&a&alma del mondo ri&orge&&ein una calma radio&a e &te&&eal cuore a&&aporare L'tnitnito dlo!ci&&imoritardo del bene ... •
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