Linea d'ombra - anno XV - n. 126 - giugno 1997

in "Le case della Vetra", in una privata conversazione dei primi anni '60, Fortini già mi aveva fatto rilevare una atmosfera da "lutto ambrosiano", un lutto (intendendo) già pronunziato rispetto a quello normale liturgia cattolico-romana. Ma com'è il lutto "ambrosiano"? Più nero o meno nero? Sarà forse più fondo e più triste, ma anche (secondo la mia impressione) meno nero, anzi quasi un grigio sporco stando a certi drappi di velluto che le agenzie di pompe funebri appendono a Milano ai portoni delle case dove c'è un morto (benché si muoia sempre di meno in casa propria). Che non sia , dunque e in fondo, un lutto sostanzialmente più discreto, senza urlati lamenti rituali, meno esibito e più in interiore homine? Certo non sono pochi, in tutta la poesia di Raboni prima e dopo la svolta di "Canzonette mortali", i motivi e i momenti in cui si contemplano il mistero della Morte e si fa dei perduti "affetti" e "oggetti" un quasi marchingegno di sopravvivenza virtuale. Ma appunto (come quei velluti grigio sporco rispetto al nerissimo cattolico-romano) sono motivi e momenti colti e patiti alquanto di sbieco (come in Lorca quel polso ferito "que ronda/ las cosas del otro lado"), da angolature di altri dove e altri quando e segnati da un'emozione però non meno autentica nel suo darsi per vie mediate. Così accade che, in questo Autore quanto altri mai lombardo nella sua puntualità e nella sua economia retorica, la poesia apparisse in una prima sua fase contrabbandata in panni a-poetici, quasi verbalizzanti vicende impersonali, dove l'autobiografia del Poeta a imitazione dei grandi Maestri che si autoeffigiavano in un angolino dell'affresco, si scavava comunque e sempre un suo spazio discreto, ma cruento. Non a caso una provvisoria autoantologia di Raboni si era manzonianamente intitolata "A tanto caro sangue" (i testi in essa trascelti sono qui restituiti alle raccolte d'origine, mentre dell'autoantologia persistono il titolo e due gruppi di "Ultime" e "Disperse"). Un po' sommariamente ho accennato a "Canzonette mortali" come a una svolta , ma appena per voler registrare non tanto un alternarsi o cambiamento di materiali, quanto piuttosto di procedimenti. Nelle "Canzonette", come poi anche nei successivi "Versi guerrieri e amorosi", due raccolte di forte e anche drammatica ispirazione amorosa, persiste l'ossessione del tempo e dei count-down, proiettata però nella nostalgia di un futuro dissipato troppo in anticipo rispetto a una presenza amata. Ma, da queste due raccolte e sempre in crescendo fino alla più recente e bellissima dal titolo shakespeariano di "Ogni terzo pensiero" la poesia di Raboni si vestirà ostentatamente da poesia: l'iperpoetico delle forme chiuse, della prosodia arcaicizzante e anche di quel robusto manieristico versificare che trova il suo acme nei "Sonetti di infermità e convalescenza" e più ancora nella serie "Altri sonetti", si propone qui, infatti e si impone, come strategia dissimulativa. Nel virtuosismo esasperato di questi versi e nella minima "resistenza vettoriale" di un'apparenza rétro, il Poeta convoglia il suo più alto grido di dolore: tanto più forte e vero quanto più esso si manifesta in termini di stoica impassibilità davanti all'ingiuria del tempo (il decadimento del corpo) e al male degli oppressori (la caduta dei grandi ideali civili). Siamo di fronte a un esempio di consumata scienza della parola: dove la poesia si nutre di pensiero e la prosodia è innervatura di un serrato ragionativo da teatro tragico; Vorrei citare dall'ultima pagina: Cerco qualche volta dli immaginare la treUcitd, mia redreimorti, remi &rembra chre&i.ala vita .... ..... ; è come &eda que&te membra ar&e e dilaniate l'4.mmen&a&alma del mondo ri&orge&&ein una calma radio&a e &te&&eal cuore a&&aporare L'tnitnito dlo!ci&&imoritardo del bene ... •

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==