o>--------------1 t r~e n t a--------------. 0 ~~ - -- -- - -~;:;,~~ o l----------+-t re I _ Lascienzadellamemoria "Tuttele poe6ie"di GiovanniRaboninegli [leuanti Garzanti. Ungridodi doloretanto più torte e veroquanto più eMo 6i maniteMa in termini di Moica inpoMibilità davanti all'ingiuria del tempo e al male deglioppreMori §e apro a caso Tutte le poesie (1951-1993) di Giovanni Raboni (volume che si affianca nella collana garziantiana "Gli Elefanti" a quelli già apparsi di poeti come Caproni e Betocchi, Bertolucci e Luzi) non è difficile che mi accada di imbattermi in vecchie conoscenze. Intendo riferirmi a certi testi di cui io ricordo esattamente il dove e il quando li abbiamo letti o uditi o semplicemente visti in qualche ieri remoto o prossimo dei più che quarant'anni durante i quali Raboni è andato definendo, con una dedizione e una passione di rara intensità, il suo volto di Poeta. Rispetto a me di alcuni anni più giovane, non posso non considerarlo però un immediato compagno di viaggio, anche per più di una comune presenza di situazioni e riviste ormai storiche come la milanese Questo e altro o l'inserto Questioni di poesia di Paragone o anche, tangenzialmente, Quaderni piacentini in tempi in cui era pressoché inconcepibile (almeno per noi) guadagnar soldi scrivendo di letteratura. Per tornare a quelle vecchie conoscenze, testi che di raccolta in raccolta attraversano tutta l'opera in versi del Nostro, si può parlare di un effetto di feed-back, per suggerire un qualcosa che ci riporti anche a una nostra propria memoria aggiornando esperienze e immagini a un continuum di presenza (le immagini del tempo di guerra registrate da Raboni adolescente risultano assolutamente fraterne a chi di lui sia un poco più vecchio). Ma sì, anche in Raboni c'è una poetica di feed-back ...O non, magari di film visto a partire dalla fine, tanto per esser sicuri di non perdere nemmeno un fotogramma o (al contrario) far piazza pulita di tutto? "Non sarà/ il caso intanto di ristabilire quota zero/ togliendo neve dalla lapide?" si domanda infatti il narrante di "Racconto d'inverno" (p. 110), poesia a mia memoria databile immediatamente a ritroso del non dimenticato '68: anche l'Autore dovrebbe ricordarsi di averla a quel tempo letta (o mostrata) a Giancarlo Majorino e a me in un suo studio milanese di corso Magenta. Mi sembra, qua e là nel rileggere, di vivere questo film a ritroso, con l'inevitabile svolgersi a scatti delle comiche del muto o di altri reperti di cineteca, e (in quanto cinema) con una sua non irrilevante carica visionaria. E che sia proprio questa, almeno fin qui, una chiave di lettura probabile per un Poeta in cui la predilezione numerologica si accompagna all'ansia di un perenne conto alla rovescia? "Sono passati quarantaquattro anni, un mese e un giorno. Non è passato neanche un minuto ... Mio padre sale dalla porta anteriore, vietata ai non abbonati e ai non ancora invalidi ... Fra tre anni, un mese e ventisette giorni non ci saranno più platani ... Fra quattro fermate il tram arriverà ai grattacieli. La luce è sempre più bianca e fissa. Mancato tre fermate. Mancano dodici minuti e diciannove secondi ...Mancano ventisette gradini. ..". E che cos'altro manca a che cosa? Eh sì, "in poche cose/ c'è meno dignità che nella morte,/ meno bellezza ... (p.100). E si noti l'aria di non parere di quel "ai non ancora invalidi": un assist, calcisticamente parlando, di gran classe, per suggerire una "invalidità" già alle porte. Delle prove d'esordio del giovane Raboni, poi raccolte
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