Linea d'ombra - anno XV - n. 126 - giugno 1997

cult: la parentela tra questi termini non deve farli precipitare verso la sinonimia (sarebbe un'altra vittoria degli Universali vuoti). È evidente, però, che in questo momento le possibilità di approfondimento sono limitate. Vorrei dunque che focalizzassimo la nostra attenzione sulla nozione di Midcult (introdotta un po' di anni fa da Dwight Macdonald a proposito del Vecchioe ilmare4 di Hemingway, premio Pulitzer 1953).Quando affermo che la cosiddetta epoca postmoderna è l'epoca del Midcult, sono consapevole di due cose: anzitutto, che il genere a cui appartiene il mio discorso è la conversazione; inoltre, che potrò usare questo termine sia in senso descrittivo sia in senso valutativo. Lo utilizzerò spregiativamente contro ogni prospettiva apologetica; ma è l'uso descrittivo che mi interessa maggiormente, e cercherò ora di precisarlo. Contrariamente a quanto viene sostenuto anche da autori che non sono apologeti5, il postmoderno non ha affatto eliminato - semmai ha rafforzato e reso forse irreversibile - la distinzione fra le tre letterature, e più in generale fra i livelli highbrow,lowbrowe middlebrow. Adattando al nostro contesto un motto O), di Ennio Flaiano, potremmo dire che la società postmoderna è quella in cui, stanco dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, l'uomo si dedica all'infinitamente medio.Purtroppo questa tripartizione viene generalmente intesa in modo sbagliato: la si considera una tassonomia, cioè una griglia rigida per classificare i fenomeni esistenti. Chi guarda la realtà con uno sguardo di questo genere constaterà facilmente il proliferare delle eccezioni: vedrà quasi ovunque degli ibridi. Vedrà testi "contaminanti" nelle mani di un pubblico magmatico, formato da lettori che attraversano continuamente le frontiere e che si nutrono di piaceri misti. Senonché l'errore sta nel modo di guardare, e nella nozione di "frontiera" da cui esso dipende. Bisogna r • saggi dunque eliminare questa confusione: come? Ritornando al problema di Musi!. li famoso saggio sulla stupidità del 1937contiene anche una lezione di epistemologia (ripresa nel suo grande romanzo). li problema di Musi! è la capacità mimetica della stupidità nei confronti dell'intelligenza: "Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essaè pronta e versatile efuò indossare tutti i vestiti della verità" . Ma che la Dummheit possa somigliare all'intelligenza, non è un motivo per rinunciare a distinguerle! Dovremo invece rivedere la nozione di "frontiera", e intenderla non in senso tassonomico (come una parete divisoria) bensì in senso strategico, cioè come una soglia che rende possibili infinite simulazioni e mistificazioni. È la frontiera stessa che genera la possibilità di false somiglianze.7 Torniamo al Midcult. Con questo termine possiamo ora indicare non una statica zona intermedia tra cultura alta e bassa,ma un insieme di tecniche e di tattiche assimilanti. li Midcult spalanca la sue fauci contemporaneamente in due direzioni opposte, e inghiotte ciò che gli serve. Lacollocazione spaziale del Midcult non è del tutto illegittima, ma può costituire solo un punto di partenza e deve subito venir subordinata all'analisi dei procedimenti di assimilazione, di contaminazione, ecc. Descrivere il Midcult in termini prevalentemente spaziali significherebbe lasciarsi assorbire dal suo stesso gioco. Niente di più ovvio, infatti, e di più persuasivo, della possibilità di moltiplicare i livelli: un Midcult alto si opporrà ad un Midcult basso, e cercherà in tale conflitto un nuovo pretesto per avvicinarsi alla cultura autentica. È precisamente questo lo scenario che si sta affermando, e a cui facevo riferimento all'inizio. li disprezzo per la Tamaro dovrebbe garantire agli scrittori della Scuola Holden l'appartenenza alla letteratura, la rivalutazione dell'apocalittico e e Adorno da parte di Vattimo dovrebbe convincerci che il pensiero debole non è la banalizzazione di due o tre idee di Heidegger, non è una delle tante proposte di "saggezza"o di pensiero etico che scaturiscono dal ressentiment nei confronti della conoscenza, non è Nietzsche con la maschera di Gwynplaine, ecc., ma un atteggiamento critico. Dobbiamo crederlo? Dobbiamo crederlo solo perché i testi di Vattimo presentano una maggiore complessità rispetto a quelli di Luciano De Crescenzo?Ecco il giochino stupido della relatività dei livelli.Dobbiamo prendere sul serio i romanzi di Umberto Eco, solo perché l'erudizione con cui egli sommerge il lettore è più consistente di quella dei romanzi di SusannaTamaro? Senza dubbio, leggendo Va'dove diporta il cuore si stenta a sottrarsi all'impressione che tutti i riferimenti colti di cui l'autrice si serve avrebbero potuto essere tratti dalle "pagine di cultura" dei quotidiani, o dei settimanali, o dalle rubriche di corrispondenza dei rotocalchi. A rigore, l'autrice di Va'dove tiporta il cuore avrebbe potuto scrivere il suo libro senzaaverne mai letto neanche uno. Nel caso di Eco, la situazione è ben diversa: nei suoi romanzi c'è il sapere del professore universitario, in grado di deliziare i suoi lettori con una mole sterminata di rinvii intertestuali. Insomma, nei romanzi di Ecoci sono moltissime idee - peccato che la letteratura si faccia (lo ricordava Mallarmé a Degas)non con le idee ma con le

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