' ,, ~ment>iledi t>torie, immagini, dit>cut>t>ionei t>pettacolo oo o o '-O o 2: ClnemaM: arcBoellocchiSoi,lvioSoldini NapoliM: immJoodiceA,ntoniSoassolino r portage:·ivo rbie · Il GruppAobele l'Aidsu: ' ~'-
,· , . 6 o o L R E A L G o R N o ' META GELATO ' O META ASPIRINA? LA FINEDELIAGUERRAIN 6 ANNI HAPROVOCATO mancanza di cibo e alimenti mancanza di medicine e di assistenza sanitario aumento del 200% di disturbi mentali infantili aumentodell'abbandono scolasticoe del lavorominorile PROVOCANDOlA MORTEPERFAMEEMAlATTIADI 750.000 bambini e 400.000 adulti UN PONTEPERBAGHDADIN 6 ANNI HA PROVVEDUTO o curare 220 bambini con malattie croniche o riportare l'acqua potabile o 200.000 persone o inviare 2 equipe internazionali di cardiochirurghi o medicine e attrezzature sanitarie per oltre l mld. di lire o operare e assistere - in Italia - 40 bambini o fornire 200.000 quaderni o 30 scuole L' EMBARGO NON È FINITO Lo risoluzione 986 dell'ONU ho autorizzato l'IRAQ od uno vendita limitato di petrolio, finalizzato esclusivamente all'acquisto di cibo e medicine do destinare allo popolazione civile. Stime dello FAO hanno calcolato che lo vendita parziale del petrolio sarò sufficiente o soddisfare non più del 60% del fabbisogno alimentare e lo 0% dello emergenza sanitario. BAGHDAD HA ANCORA BISOGNO DI NOI. SENZA IL NOSTRO E IL VOSTRO AIUTO 200.000 PERSONE CONTINUERANNO A MORIRE OGNI ANNO.
TI' n una delle più tragicomiche puntate ll di "Pinocchio" (Pinocio, nel dialetto della Serenissima), piazza SanMarco invasa dalle camicie verdi che blandivano con spirito di servile assoluzione i tosi che avevano dato la scalata al cielo del campani! de SanMarco, Umberto Bossi, sbrindellato come sempre, per impressionare la platea che lo vedeva come un un venduto senatur della Repubblica italiana la sparò grossa a proposito dei quindici milioni di immigrati che avevano già preso d'assalto il bel paese. Il conduttore Lerner gli chiese di confermare quel numero: quindici milioni. li Bossi confermò: l'aveva letto sui giornali. Per fortuna Massimo Cacciari diede dell'imbecille a tutti. Ci rincuorò. L'altra sera in tram ascoltai un signore ben messo che misurando le parole, sospirando, comunicava a una signora che lo seguiva attenta che la nostra razza sta scomparendo. Aveva letto su un giornale che nel 2003 non ci saranno più italiani puri. Discutere di purezza della razzadi fronte a quindici milioni di immigrati: sarà questo il tormentone che ci proporrà Bossi superato lo scoglio del federalismo? A che serve una Italia federale per gli italiani impuri? Sarà un'Italia impura? lo direi schizzata, fuori di testa; mattoide e tragica. Checosa ci attende davvero? I negozi e le code al supermercato sono occasioni preziose. L'altro giorno mi pareva di vivere una scena di Altan. In coda signoIl nuovo vibrante dibattito oul tederaUomo dopo quello oul viaggio a Maaotricht. La Lombardia come UTexao e "Via col vento" nelle pianure del Piemonte. Un decreto centraliotico per oalvare U vecchio tiume re cariche di pacchetti e scatolette . Dice una: "Eh adesso andremo a Maastricht". E l'altra, levando l'ultima bottiglia di prosecco dal cestello, risponde: "Si, ma l'importante è rimanerci". Non mi è chiaro il rapporto tra l'Italia federale e impura con Maastricht. Ci andrà tutta insieme o pezzo per pezzo?Un giorno la Lombardia, un altro giorno il Veneto serenissimo? Per ultime le Calabrie? Qui verrebbe da ridere per non piangere, se non fossimo in un paese dove ormai si abusa del riso; dove la tragedia è talmente tragica da non apparire vera, come se tutti stessero semplicemente recitando in palcoscenico. Altro che Strehler e il Piccolo Teatro con i suoi cinquant'anni. Lavera arte la si vede all'opera alla bicamerale. Anche il nome, se ci pensate è un'estrosa invenzione della burocrazia politica italiana, invasa da santi poeti e navigatori, tutti artisti dell'ingegneria costituzionale, D'Onofrio in testa con il ciuffo tirabaci sulla fronte, come non ricordo quale personaggio del "Corriere dei Piccoli". Malgrado tutto avremo il federalismo. Una ventina d'anni fa si brindava alla nascita delle Regioni, che hanno alimentato insane amministrazioni e soprattutto ben nutrito una schiera di consiglieri stipendiati alla pari dei parlamentari. Ci obbligano a cadere nel qualunquismo, ma viene da chiedersi che cosa abbiano fatto tanti consiglieri e assessori se ora possiamo archiviarli senza neppure un filo di rimpianto. Con il federalismo ciascuno potrà fare quel che gli pare: la Lombardia come il Texas, il Piemonte come il Michigan e le solite Calabrie come l'Alabama. Ne sentivamo il bisogno. Ci manca "Via col vento". Bossi ha annunciato che se la riforma non sarà come la vuole lui preferirà "cadere combattendo" perchè "schiavo non sono nato e schiavo non sarò". Neppure Francesco Maria Piave se lo sarebbe immaginato dall'ugola di Pavarotti, figuriamoci da quella dell'Umberto. Lecamicie verdi sulle barricate: rinnoviamo la tradizione garibaldina: qui si divide l'Italia o si muore. Che il sentimento patriottico in Italia sia mai stato vivo è tutto da vedere. Ormai siamo qui, uniti, e ci tocca ballare cosi, guancia a guancia. li delirio continua. li vecchio saggio cinese ammoniva: siediti in riva al fiume e aspetta il cadavere del nemico che passa. Per spirito pacifico e per il nostro innato gusto del bello non vogliamo nemici e tantomeno ci piacciono i cadaveri rigonfi che galleggiano. Ci piace sedere in riva al fiume. Ci capitò di sedere in riva al Po quando il solito Umberto pensava di schierare il cordone umano secessionista. Ci capitò cosi di godere lo scorrere delle acque del fiume più inquinato d'Italia. Fossimo saggi cominceremmo a disinquinare il Po, se è ancora possibile. Per ordine di un bel decreto legge centralistico. Poi potremmo cominciare a discutere del federalismo.
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di otorie, immagini, diocuooioni e opettacolo Il girodelmondo Il girodelmondo Il/uotrazione di copertina Onze Rubriche GabrieleContardi AngeloFaccinetto EttoreColombo
• 01--------------l f_______________ u : -- -----------: ~: n a----------+---1 _ Unapropostacomposta Federaliomi taloi e autonomie poooibili. Di vero e reale c'è oolo una politica paoticciona e pericolooa che premia i campaniliomi nel nome dell' egoiomo oociale e perde di viota il vero obiettivo: il decentramento reale e la partecipazione collettiva dei cittadini alla cooa pubblica (C e le regioni a statuto speciale ebbero vita da subito o ;;:5) quasi, subito dopo la guerra, perché necessitate secondo il giudizio del Parlamento dai pericoli di secessione, o di annessione da parte dei paesi confinanti, le altre, quelle continentali e senza rischio di smottamenti dovettero aspettare il '70 per esistere, e questo ritardo fu dovuto a un fattore banale: la paura da parte della DCdell'autonomia umbra, toscana, emiliano-romagnola. Quando infine nacquero furono cosa inutile e superflua, mentre le altre erano già diventate una cosa disutile e perlopiù dannosa. Perché si deve ancora accettare che, mettiamo, gli abitanti di Ivrea paghino la benzina 100 e quelli di Aosta 50 o meno? Che la Regione Sicilia sia, come ovvio, luogo di parassitismo e di concentrazione di ricchezze loscamente redistribuite, che sia stata per decenni appendice o partner di mafia, luogo dell'incontro tra mafia e politica? E il Trentino-Alto Adige navighi nel grasso, maestro di ricatti che hanno fatto scuola per Bossi e i leghisti? Oggi il governo della cosiddetta Seconda Repubblica (diciamo post-prima, prima e mezzo, che di "seconda" -cioè di diversa- ha per ora poco) spinge verso la rinascita dei partiti; cioè di concentrazioni di parzialità che medino tra periferie e centro, che si giustifichino anzitutto per questo e non perché, con ideali e modelli diversi, amministrino interessi superiori, interessi di nazione. Ma su questa compagine che si ritrova tutta proiettata verso il Centro, i ricatti di Bossi funzionano eccome, e allora ecco alla fine che il governo dell'Ulivo tira fuori dal suo cappello spiumato e tuttavia poco austero, in obbedienza a quei ricatti solo quando ne avverte tutta la gravità e ne capisce forzatamente il senso, la soluzione federalista per esso accettabile: nientepopodimeno che, ancora una volta, l'istituto screditato superfluo mangiadenaro delle Regioni. Ridetene pure, ma è così. E dipende da un fatto, che dovendo concedere qualcosa la nostra Roma (il centro dei nuovi partiti, luogo di mediazione delle grandi corporazioni) non intende affatto mettere in discussione le sue logiche di un secolo e mezzo o quasi di continuità statalista, e il massimo che può prevedere è di allargare le competenze, superflue e mangiadenaro, delle Regioni. Delle Regioni così come sono, è ovvio, non di come avrebbero potuto essere se non fossero nate nei modi balordi che si è detto. La verità è che l'Italia è nata statalista e antifederalista: con i Savoia e Cavour, con Mussolini, con il Pci e la Dc, e con la scarsissima opposizione delle correnti laiche. Lo stato - l'amministrazione del centro, la paura delle periferie - è stato il feticcio comune dei nostri governanti di destra di centro e di sinistra. Ed è terribile, è disgustoso che sia stato un tomo come Bossi- che ha saputo dare così agli arricchiti delle sue parti la convinzione di essere nel giusto, e stimolare la loro perversa suscettibilità, però sulla base di parole d'ordine come quella del federalismo (che avrebbero dovuto essere della sinistra)- a imporre, a tutti di dover ridiscutere queste verità, usate da lui in chiave di strafottente arroganza, di egoismi tartufeschi o primitivi, boldeschi. La soluzione è naturalmente, sotto gli occhi di tutti, ma sarà mai possibile farla capire, accettare dai nostri "teorici dello stato" o - ridete pure voi che avete pensato per decenni che Pietro lngrao fosse il massimo della sinistra nazionale- ai nostri "teorici della riforma dello stato"? Sarà mai possibile che politici ambiziosi come, mettiamo, un Violante, il cui sogno nascosto è probabilmente quello di un prefetto in ogni quartiere, possano arrivare a considerare come merita l'unima riforma attuata di recente che -assieme a quella della chiusura dei fondi straordinari
per il Sud - abbia effettivamente portato nuova democrazia, nuovo stimolo alla partecipazione diretta del cittadino ai destini collettivi quella, pur imperfetta ma perfezionabile, dell'elezione diretta dei sindaci? In mezzo a tante pseudo-riforme che non sono state altro che risposta parziale a ricatti di parte, questa riforma dimostra una formidabile vitalità; e ancora tanta ne potrebbe dimostrare. L'idea donofriana di una riforma federalista che arrivi al potenziamento delle Regioni è idiota, e non potrebbe che aumentare gli scollamenti e i disastri invece di risolverli in una diversa armonia, in un concerto di situazioni che non faticherebbero a ridefinire il necessario potere del Centro, le sue necessarie prerogative. Semmai, si tratterà di consorzi di comuni, e di comprensori unitari: altro che le regioni o le super regioni sognate e proposte - et pour cause -dalla Fondazione Fiat. Non sono convinto che la Repubblica dei sindaci pronosticata da Bassolino possa essere tutta la soluzione, ed è sicuro che anche in quel caso si tratterà di difendere i diritti e gli spazi dei piccoli rispetto ai grandi. (Per inciso, diciamo che l'esperimento-sindaci ha dimostrato una maggiore validità nelle comunità di piccole e medie dimensioni che non nelle grandi, là dove il sindaco ha potuto essere più parziale e coraggioso nello stimolare la sua comunità a cambiamenti positivi, mentre nelle grandi, Napoli compresa, il sindaco è rimasto spesso prigioniero della retorica degli "interessi di tutta la comunità" e, di nuovo, del ruolo del mediatore tra i gruppi più forti, ricchi e potenti, e i più chiassosi e i ricattatori, anche perché hanno solo il chiasso per farsi ascoltare. Soluzioni se ne possono trovare, e tante. Ma le Regioni, per carità, no! Questo discorso non ha a che fare con la cultura? No, ha molto a che fare. Proviamo a pensare a un reale decentraLa verità è che l'Italia è nata statalista e antifederalista: con i Savoia e Cavour, con Mussolini, con il Pci e la Dc, e con la scarsissima opposizione delle correnti laiche. Lo stato - l' amministrazione del centro, la paura delle periferie - è stato il feticcio comune dei nostri governanti di destra di centro e di sinistra. Ed è terribile, è disgustoso che sia stato un tomo come Bossi- che ha saputo dare così agli arricchiti delle sue parti la convinzione di essere nel giusto, e stimolare la loro perversa suscettibilità, però sulla base di parole d'ordine come quella del federalismo (che avrebbero dovuto essere della sinistra)- a imporre, a tutti di dover ridiscutere queste verità, usate da lui in chiave di strafottente arroganza, di egoismi tartufeschi o primitivi, boldeschi. mento tramite adeguati stimoli e istituti non parassitarie maxicorporativi, della produzione cinematografica, dell'organizzazione editoriale, del rapporto tra scuola e società locale, eccetera. Gli "interessi del cinema italiano" avrebbero tutto da guadagnare, per esempio, da un massimo decentramento. E che ogni comunità produca ciò di cui è capace, senza più le nozze macinascemenze tra i Cecchi Gori e i Veltroni e gli "Autori" con il marchio delle associazioni di stato o di Roma.
• OPINIONE:UNASCONFITTA CHEVIENEDALONTANO A Milano il centrosinistra ha perso onorevolmente, ma ha J:-!.. perso. A questo punto importa dare una risposta convincente al quesito inevitabile: perché ciò è accaduto di nuovo? Per fortuna il dibattito che ha cominciato a prendere forma nelle sedi politiche e sui giornali è sfuggito a due falsi problemi che risposte superficiali o strumentali potevano sollevare e fornire come risposta di comodo. Il primo riguarda il mancato apparentemento con Rifondazione comunista. I dati a disposizione sulle scelte elettorali milanesi mettono in evidenza che anche con Re la coalizione che ha sostenuto Fumagalli avrebbe perduto, per la semplice ragione che gran parte dell'elettorato rifondazionista ha scelto Fumagalli nonostante l'indicazione contraria del proprio partito, e quella minoranza che "è andata al mare" non avrebbe potuto colmare la distanza che separava i risultati dei due candidati al ballottaggio. Attribuire la sconfitta del centrosinistra al mancato apparentamente con Re è poi fuorviante dal punto di vista politico, perché non è all'interno di una deriva massimalistica, che aggreghi marginalità, classismo e giustizialismo che la sinistra può trovare le risorse non solo numeriche, ma soprattutto culturali, per ribaltare le proprie condizioni di minorità a Milano. Unire la sinistra non è la prospettiva lungo la quale la sinistra democratica deve indirizzarsi, perché questa unità avrebbe inevitabilmente una fisionomia conservatrice: un miscuglio di richiami ideologici, di tutele corporative, di chiusure di classe, che costituisce l'esatto contrario di un progetto democratico di governo della città. L'altro falso problema è quello della inedeguatezza del candidato. Il teorema secondo il quale se al posto di Fumagalli il cen6iugno1997 trosinistra vesse scelto Moratti o Rossi avrebbe vinto, è destituito di fondamento. Fumagalli rappresentava una delle figure più autorevoli che la società civile democratica cittadina aveva da spendere. Sgombrato il campo dai due falsi problemi, si può cerca di dare qualche risposta problematica al quesito che avevamo posto.La sconfitta del centrosinistra non è dunque imputabile a errori tattici e contingenti, ma viene da lontano e costituisce l'ultimo anello di una catena cominciata con quella di Dalla Chiesa e proseguita con quella di Masi e con gli 11 candidati su 12 sconfitti alle politiche del 1996. Questa lunga catena affonda le sue radici nel fatto che le forze della sinistra democratica non hanno saputo interpretare la grande trasformazione che ha caratterizzato la città in questo ultimo decennio. Il crollo della Milano fordista ha implicato l'emersione di un nuovo agglomerato di ceti medi che si può definire con il termine "neoborghesia", espressione del nuovo capitalismo "flessibile", del lavoro autonomo, della piccola impresa, delle nuove professioni dell'era telematica. Questa classe costituisce ormai la maggioranza della società milanese; anzi Milano rappresenta la capitale della neoborghesia italiana, laddove essa appare liberata sia dai vecchi ancoraggi rurali e confessionali che caratterizzano quella del Triveneto, sia dai legami con la vecchia tradizione riformista che ne orientano l'appartenenza politica nell'Emilia e in parte dell'Italia centrale. Gli orientamenti politici di questa neoborghesia hanno contribuito in maniera determonante al collasso del sistema politico cittadino, sia perché essa era esclusa dal sistema delle mediazioni sociali che facevano capo ai partiti, ancorate ai modelli della Milano operaia e industriale, sia perché non era pienamente rappresentata nemmeno all'interno della deriva clientelare e conservatrice propria dell'asse Dc-Psi su cui si è retto il governo reale della città negli anni Ottanta. Nel 1990-1991 questo nuovo centro strutturale della società milanese ha tolto la delega ai vecchi partiti in nome di una confusa tavola di valori nella quale erano iscritti i cardini della fisionomia di questo coacervo sociale: efficienza, antistatalismo, libertà di intrapresa, autonomia, certezza del diritto, modernizzazione. L'esito della tornata referendaria di quegli anni è emblematico del fatto che questa neoborghesia fosse animata da un'ansia di cambiamento, da una voglia di voltare pagina con la vecchia Italia dei compromessi e delle corporazioni. Ma la sinistra ha guardato con sospetto tutto questo. Ha letto, vittima di un riflesso condizionato, questa tavola di valori come di destra, rifugiandosi nelle sue tradizionali casematte sociali: il lavoro dipen1
l dente, la classe operaia, la piccola borghesia intellettuale. Basta leggere i documenti congressuali del congresso straordinario del Pds del 1992, le prese di posizione del mondo cristiano-sociale, o ambientalista, per capire perché la neoborghesia scelse nel 1993 la Lega di Formentini e abbandonasse al suo destino marginale Dalla Chiesa e il suo inconsistente e desueto armamentario ideologico. Da quella sconfitta le forze democratiche cittadine non trassero la lezione princiaple: la sinistra aveva person per assenza di politica, e se voleva vincere bisognava che si mettesse in sintonia con la neoborghesia, percorsa al suo interno da profonde divisioni, ricca di articolazioni e di situazioni materiali contraddittorie e intercettare programmaticamente il suo malessere. Bisognava cioè confrontarsi davvero con la "questione settentrionale", invece eh epartecipare o promuovere dotti convegni.Questa neoborghesia non è infatti tutta uguale, un monolito neoliberista e reazionario che sa esprimere soltanto "sovversivismo" ed egoismo sociale. Al suo interno racchiude grandi risorse democratiche, espressione di quella Italia "dei valori" che vuole più potere e autonomia, vuole uno stato che funzioni e che sia rivolto ai bisogni del cittadino, che si riconosce in un principio di solidarietà sociale, ove esso sia disgiunto da clientalismo, da sovraccarichi burocratici, da palesi affiliazioni partitiche. Per individuare queste componenti della neoborghesia, però, bisogna evitare di leggere il posizionamento politico dei soggetti sociali lungo il crinale di moderazione/progressismo, ma servendosi di quello conservazione/innovazione. Solo a questa condizione esse possono essere intercettate: solo a condizione di un profondo cambiamento culturale si può pensare che esse guardino positivamente al centrosinistra e diventino promotrici di quel patto riformatore per il governo della città, che costituisce l'essenza del progetto democratico. Queste elezioni ci hanno sorpreso ancora in mezzo al guado: nella convinzione diffusa che il problema della sinistra sia ancora quello di convinvere i moderati della bontà riformatrice dei suoi programmi, si è perso di vista che il problema era - e resta - convincere la parte avanzata e dinamica della neoborghesia che il centosinistra sia sufficientemente innovatore per interpretare i suoi bisogni e per rappresentarla sul piano politico.Tutto questo non è accaduto. E che così fosse emerge dal fatto che proprio perché la sinistra democratica ha esitato di fronte a questa prospettiva l'Ulivo a Milano non sia di fatto mai nato. Infatti, senza ancorare il campo di forze rappresentato dall'Ulivo al progetto di estendere alla neoborghesia l'area sociale di riferimento, era assai diffcile che l'Ulivo potesse impiantarsi in una città come Milano, dove persino i nuovi partiti nati dalla fine della Prima repubblica fanno fatica a radicarsi. La coalizione di forze che ha sostenuto Fumagalli è apparsa per quello che era: un cartello di forze minoritario costruito a tavolino, piuttosto che un rassemblement espressione della molteplicità delle culture democratiche presenti nella città, raccolte dietro una persona e un progetto. Questo difetto di prospettiva ha consegnato la maggioranza della neoborghesia al centrocentra, con il risultato che la lunga transizione politica della città cominciata con Tangentopoli e la crisi del craxismo (e di cui la stagione del leghismo appare ora una tappa occasionale) si è conclusa con una vittoria delle forze conservatrici all'opposto che a livello nazionale. Milano è ora nelle mani di una serie di poteri reali che vanno dalla Compagnia delle opere a Mediaset, in grado di ricompattare intorno a sé le forze nuove del capitalismo neoindustriale. La sconfitta è dunque più grave di quel che sembra, e la stra della sinistra democratica più impervia e faticosa di quel che ci dica quel 47 percento di voti conquistato da Fumagalli. Questa però è la sifda e su di essa si misurerà la capacità della sinistra di esprimere una classe dirigente, che costituisca una risorsa vera per tutta la città. AlbertoDeBernardi I VIZIETTDIIBLAIR IE bbro di voti, travolto dall'entusiasmo di milioni di elettori inglesi momentaneamente dimentichi della proverbiale flemma, forse anche ubriaco di whisky scozzese o annebbiato dai fumi di birra irlandese, il neo-premier Tony Blair, la mattina di domenica 4 maggio, al suono del campanello, si affaccia alla finestra e scorge un fattorino seminascosto da una gigantesca corbeille di fiori. Dimentico di essere diventato un personaggio assai pubblico - succede sempre ai capi di governo o ai presidenti: pensate a Cossiga-Prozac,a Bush che fa indigestione di sushi, a Eltsin che si nasconde nella pancia di un aereo in territorio irlandese, a Prodi che si fa fotografare in calzoncini da ciclista, a Leone che fa le corna, a Clinton che bacia la moglie - e ansioso di verificare di chi sia l'omaggio floreale, Tony si precipita alla porta con la camicia da notte sexy e la parrucca che indossa di solito la sera quando lui e Cheri si scambiano i ruoli da bravi professionisti. Scatta l'obiettivo dei fotografi immortalando residui di trucco, ciocche scomposte, stinchi magrissimi e smorfia orripilata. La foto fa il giro del mondo e dei quotidiani senza che i giornalisti - come sempre ottusi e privi di fantasia - si accorgano che quella ca- •
salinga un po' sciatta non è la first lady ma il premier in persona. Eppure lo sanno tutti che gli inglesi, dalla famiglia reale al più modesto dei cittadini, hanno costumi sessuali eccentrici. Qualche anno fa una ministra francese ha causato un incidente diplomatico accusando i vicini d'oltremanica di snobbare, almeno a letto, le donne. E per un'intera settimana, le due grandi nazioni hanno ingaggiato una spietata tenzone verbale a base di "mangialumache" da una parte e "finocchi" dall'altra. Comunque, un'occasione perduta, uno scoop mancato, per la grande stampa. Pensate ai redattori di "Repubblica", costretti ad arrampicarsi suoi vetri per rendere piccante, invece che patetica, la mitica foto. Titoli che strillavano: "Quattro donne e un gay al governo" nel tentativo di épater una nazione satura di sorprese mattutine: fotocolor di casalinga discinta in prima pagina, a lettori abituati a Borrelli a cavallo, Berlusconi in bermuda e Bertinotti in tweed. Figuriamoci. E torridi particolari all'interno: c'è anche un cieco, nel governo Blair, e gira sempre accompagnato da un Labrador bianco - se fosse stato nero, si sarebbe potuta azzardare un'ipotesi di stregoneria - e una "ragazza madre" - per meritarsi l'appellativo di "ragazza" alla ragguardevole età necessaria per entrare in un governo, sia pure progressista, bisogna evidentemente aver peccato in gioventù. E invece ce l'avevano sotto il naso, lo scandalo da leccarsi i baffi. Immaginate: la doppia vita del neoeletto premier laburista. La notizia sui giochi notturni della first coppia è stat fatta trapelare ad arte da un deputato conservatore che ha lavorato per anni al servizio dei Blair travesito da cameriera portoghese. Si dice - l'indiscrezione arriva da ambienti di corte, maestri dell'arte - che sia stato proprio il conservatore-cameriera, di nobile famiglia, amandare la corbeille di fiori al giovane Tony, corredata da un billet doux con la firma, falsa, di un deputato laburista amico - e compagno di serate? - dei Blair. Il direttore di "Repubblica", in un'intervista rilasciata all"'lnternational Herald Tribune", avido di scoop sull'Italia, ha dichiarato che i suoi giornalisti sapevano che la fotografia ritraeva il premier in persona, ma hanno scelto, con il senso di responsabilità e ... di understatement che li contraddistingue, di non rendere pubblico il "vizietto" dei Blair. Ha aggiunto, per amore di par condicio, che già qualche anno fa il quotidiano, sotto un'altra direzione, aveva scelto di cestinare una foto che ritraeva Margaret Thatcher intenta a succhiare l'alluce di Madonna. MarisaCaramella LE"STORIEVERE"DILARRYCLARK T[j) erché parlare ancora di Kids, film del fotografo-americal[" no-trasformatosi-per-l'occasione-in-regista Larry Clark? In 1ugno 199 fondo non c'è stato critico italiano che non l'abbia a modo suo bocciato. In fondo il film è scomparso abbastanza in fretta dalle sale cinematografiche e non è detto che abbia lasciato grandi tracce nella memoria del pubblico. La ragione di tanta ostinazione sta nel desiderio di far notare, almeno retroattivamente, un paio di cose. Innanzi tutto che Kids, un film di valore cinematografico zero, è riuscito a farsi commentare, sia pure in negativo, soprattutto per la sua presunta, eccessiva crudezza. Duro, esplicito, brutale, un vero pugno nello stomaco, questo film sarebbe insomma criticabile per aver avuto il coraggio di mostrare le cose come sono, senza sentimentalizzarle, interpretarle, annacquarle. Una lezione di sociologia formato grande schermo, una cavalcata nei bassifondi della realtà e della vita vera. Peccato che Clark, un cinquantaduenne dallo sguardo appannato di pedofilo desiderio, abbia spacciato per cinema-verità o film di documentazione una pellicola spericolatamente, anche se non dichiaratamente fictional, il cui vero protagonista è appunto il suo tutt'altro che innocente occhio registico. Il problema di Kids non è infatti la sua eccessiva verità, ma la sua assoluta falsità. Eva detto, perché non capiti più di sentir dire - magari proprio da un giovanissimo - che i ragazzini manipolati e spiati da Clark sono uno spaccato fedele della gioventù urbana e transnazionale contemporanea. O che la sua fascinazione o ossessione per la sessualità e il rapporto con le droghe dei bambini e degli adolescenti ha qualcosa a che vedere con loro e con l'esperienza di un'intera generazione. Basterebbe, tanto per smontare la presunta oggettività di Mr. Clark, far notare alcune delle omissioni o tendenziosità che attraversano la pellicola. L'intera vicenda, intanto, è narrata dal punto di vista di due diciottenni maschi, bianchi e coattamente eterosessuali. Il cosiddetto punto di vista femminile, a parte una parodica e per altro subito dismessa autocoscienza iniziale, non è neppure contemplato. L'universo clarkiano è evidentemente e prepotentemente maschio: le ragazze, altrimenti chiamate "troie", sono oggetti di conquista da usare e gettare, senza neanche un pensiero, un dubbio, l'ombra di un sentimento. Esserini per altro esili esili, un po' complici e dunque giustamente da "castigare" con una bella scopata/stupro. Dettaglio: il film è monopolizzato dalle imprese sessuali di un adolescente che ha la fissa di farsi tutte le vergini che incontra. Minimale, quasi annoiato, le conquista con un discorsino pseudoamoroso pressoché seriale: certo che ci tengo a te. E loro, le sdolcinate pollastre in crisi d'amore, ci cascano e si concedono. Copione tradizionale: non lo faccio per piacer mio, ma per farti tutto mio. Alla faccia della gioventù metropolitana di fine millennio.
Altre perle di questo supposto documento generazionale: non tutti i maschi sono uguali, per la buona ragione che alcuni sono più bianchi di altri e gli altri, vale a dire i neri, contano quanto un pallone a cui dare calci sotto lo sguardo intontito, ammirato, succube di quelli come loro. E neanche le ragazze, nonostante il loro comune status di oggetti d'uso, sono uguali tra loro. Solo una, infatti, l'unica bianca, pallida, occhi azzurri, assurge alla condizione di vittima con cui identificarsi e simpatizzare. Come le altre, la ragazzina è preda ignara e innocente della smania sessualperformativa dell'eroe del film, ma solo a lei è concesso l'itinerario di ferita e abbandonata, sedotta e tradita, che alle sue coetanee ispaniche viene negato per la semplice e "evidente" ragione che appartengono appunto a un gruppo etnico di per sé inferiore, screditato in partenza, vocazionalmente destinato al rapporto usa-e-getta imposto dai caucasian kids tanto amati da Clark. Per concludere in bellezza: il kid di Larry Clark è sieropositivo, ma se ne fotte. Anzi non lo sa neppure e si guarda bene dal porsi il problema. La sua unica preoccupazione sembra essere la ricerca di ragazzine da sverginare (e infettare), proprio per via della loro purezza. Intatte, dunque non pericolose. Pericoloso per loro? Una questione che non si pone neppure. Chi si sognasse di abboccare al copione fantasociologico e alle proiezioni voyeuristiche di Clark provi a dare un'occhiata in giro. E a chiedersi, ad esempio, che rapporto ci sia tra la sua "storia vera" e lo stereotipo o stigma che circonda tuttora il copione dell'Aids. MariaNadotti TURISMOINNOTEJAZZ \l T erona, Udine, Valtellina, Noci, Lucca, Vignola, Tivoli, ~ Sori, Fano, Campania, Torino, Imola, Pomigliano, Teano, Comacchio, Perugia, Clusone, San Marino, Atina, Pescara, Genova, Iseo, Mosciano S. Angelo, Siena, Ravenna, Cala Gonone, Berchidda, Roccella Jonica, Bolzano: di anno in anno la schiera dei festival jazz (a cui vanno aggiunti i concerti sparsi) che da giugno a settembre invade la penisola si ingrossa sempre di più. Come si può constatare esaminando una mappa completa di questa geografia (come quella pubblicata dal mensile "Musica jazz" in questo momento in edicola), c'è da rallegrarsene fino a un certo punto. Non solo infatti la qualità non è affatto all'altezza della quantità, ma la parrossistica concentrazione di rassegne in luglio la dice lunga sulla non nuova ma dilagante riduzione del jazz da fatto artistico-sulturale a richiamo turistico-spettacolare: cartelloni in gran parte allestiti senza critierio, ricerche originali quasi inesistenti, scarsissima documentazione del nuovo; le eccezioni sono poche. Almeno per quanto riguarda il jazz bisognerebbe davvero entrare in Europa. In Francia esistono finanziamenti pubblici, direzioni artistiche trasparenti, coordinamento tra i festival. Da Germania, Austria e Svizzera ci vengono esempi consolidati di rassegne estive specializzate nelle novità e nella tradizione del jazz di ricerca, che riescono a richiamare un folto pubblico giovanile anche proponendogli una formula a base di campeggio libero e possibilità di mangiare con poco: sono rassegne nel cui bilancio la voce "birra" (intesa come birra venduta) è molto importante per sostenere le scelte artistiche indipendenti, coerenti e di alto profilo. Nel festival più noto in Italia, Umbria jazz, la birra (intesa come sponsor) è invece l'elemento decisivo di un circolo vizioso che ha come conseguenza un mastodontico cartellone-ammucchiata di interesse molto discutibile: allestire con criteri "di prestigio" e spettacolarità un programma che lusinghi lo sponsor e garantisca partecipazione di pubblico e attenzione mediatica tali da giustificarne l'intervento economico. Siccome poi, dopo tutti i decessi di grandi dell'ultimo quarto di secolo (da Duke Ellington a Mingus a Miles Davis, per fare qualche nome), nel jazz di oggi i margini per far coincidere grosso richiamo di pubblico e rilievo artistico si sono quasi esauriti, gli "eventi" vengono confezionati con personaggi che poco o niente hanno a che fare con il jazz, se le parole hanno un senso, o ne rappresentano i lati e le derivazioni più corrive e commerciali. Peccato che la lezione di Umbria jazz, grazie anche alla richiesta di prestigio e di presenza sulla stampa degli assessorati, sia contagiosa: così la logica dell'"evento" sta trasformando una rassegna con una gloriosa ricerca di competente e preziosa attenzione al jazz d'avanguardia neroamericano e alla sua memoria storica come Verona jazz, che per la serata clou del 21 giugno, ospitata ovviamente ali' Arena, ha scelto due nomi degnissimi, ma non di meno appartenenti all'universo del rock come Van Morrison e Sting. MarcelloLorrai
o>--------------1 t r~e n t a--------------. 0 ~~ - -- -- - -~;:;,~~ o l----------+-t re I _ Lascienzadellamemoria "Tuttele poe6ie"di GiovanniRaboninegli [leuanti Garzanti. Ungridodi doloretanto più torte e veroquanto più eMo 6i maniteMa in termini di Moica inpoMibilità davanti all'ingiuria del tempo e al male deglioppreMori §e apro a caso Tutte le poesie (1951-1993) di Giovanni Raboni (volume che si affianca nella collana garziantiana "Gli Elefanti" a quelli già apparsi di poeti come Caproni e Betocchi, Bertolucci e Luzi) non è difficile che mi accada di imbattermi in vecchie conoscenze. Intendo riferirmi a certi testi di cui io ricordo esattamente il dove e il quando li abbiamo letti o uditi o semplicemente visti in qualche ieri remoto o prossimo dei più che quarant'anni durante i quali Raboni è andato definendo, con una dedizione e una passione di rara intensità, il suo volto di Poeta. Rispetto a me di alcuni anni più giovane, non posso non considerarlo però un immediato compagno di viaggio, anche per più di una comune presenza di situazioni e riviste ormai storiche come la milanese Questo e altro o l'inserto Questioni di poesia di Paragone o anche, tangenzialmente, Quaderni piacentini in tempi in cui era pressoché inconcepibile (almeno per noi) guadagnar soldi scrivendo di letteratura. Per tornare a quelle vecchie conoscenze, testi che di raccolta in raccolta attraversano tutta l'opera in versi del Nostro, si può parlare di un effetto di feed-back, per suggerire un qualcosa che ci riporti anche a una nostra propria memoria aggiornando esperienze e immagini a un continuum di presenza (le immagini del tempo di guerra registrate da Raboni adolescente risultano assolutamente fraterne a chi di lui sia un poco più vecchio). Ma sì, anche in Raboni c'è una poetica di feed-back ...O non, magari di film visto a partire dalla fine, tanto per esser sicuri di non perdere nemmeno un fotogramma o (al contrario) far piazza pulita di tutto? "Non sarà/ il caso intanto di ristabilire quota zero/ togliendo neve dalla lapide?" si domanda infatti il narrante di "Racconto d'inverno" (p. 110), poesia a mia memoria databile immediatamente a ritroso del non dimenticato '68: anche l'Autore dovrebbe ricordarsi di averla a quel tempo letta (o mostrata) a Giancarlo Majorino e a me in un suo studio milanese di corso Magenta. Mi sembra, qua e là nel rileggere, di vivere questo film a ritroso, con l'inevitabile svolgersi a scatti delle comiche del muto o di altri reperti di cineteca, e (in quanto cinema) con una sua non irrilevante carica visionaria. E che sia proprio questa, almeno fin qui, una chiave di lettura probabile per un Poeta in cui la predilezione numerologica si accompagna all'ansia di un perenne conto alla rovescia? "Sono passati quarantaquattro anni, un mese e un giorno. Non è passato neanche un minuto ... Mio padre sale dalla porta anteriore, vietata ai non abbonati e ai non ancora invalidi ... Fra tre anni, un mese e ventisette giorni non ci saranno più platani ... Fra quattro fermate il tram arriverà ai grattacieli. La luce è sempre più bianca e fissa. Mancato tre fermate. Mancano dodici minuti e diciannove secondi ...Mancano ventisette gradini. ..". E che cos'altro manca a che cosa? Eh sì, "in poche cose/ c'è meno dignità che nella morte,/ meno bellezza ... (p.100). E si noti l'aria di non parere di quel "ai non ancora invalidi": un assist, calcisticamente parlando, di gran classe, per suggerire una "invalidità" già alle porte. Delle prove d'esordio del giovane Raboni, poi raccolte
in "Le case della Vetra", in una privata conversazione dei primi anni '60, Fortini già mi aveva fatto rilevare una atmosfera da "lutto ambrosiano", un lutto (intendendo) già pronunziato rispetto a quello normale liturgia cattolico-romana. Ma com'è il lutto "ambrosiano"? Più nero o meno nero? Sarà forse più fondo e più triste, ma anche (secondo la mia impressione) meno nero, anzi quasi un grigio sporco stando a certi drappi di velluto che le agenzie di pompe funebri appendono a Milano ai portoni delle case dove c'è un morto (benché si muoia sempre di meno in casa propria). Che non sia , dunque e in fondo, un lutto sostanzialmente più discreto, senza urlati lamenti rituali, meno esibito e più in interiore homine? Certo non sono pochi, in tutta la poesia di Raboni prima e dopo la svolta di "Canzonette mortali", i motivi e i momenti in cui si contemplano il mistero della Morte e si fa dei perduti "affetti" e "oggetti" un quasi marchingegno di sopravvivenza virtuale. Ma appunto (come quei velluti grigio sporco rispetto al nerissimo cattolico-romano) sono motivi e momenti colti e patiti alquanto di sbieco (come in Lorca quel polso ferito "que ronda/ las cosas del otro lado"), da angolature di altri dove e altri quando e segnati da un'emozione però non meno autentica nel suo darsi per vie mediate. Così accade che, in questo Autore quanto altri mai lombardo nella sua puntualità e nella sua economia retorica, la poesia apparisse in una prima sua fase contrabbandata in panni a-poetici, quasi verbalizzanti vicende impersonali, dove l'autobiografia del Poeta a imitazione dei grandi Maestri che si autoeffigiavano in un angolino dell'affresco, si scavava comunque e sempre un suo spazio discreto, ma cruento. Non a caso una provvisoria autoantologia di Raboni si era manzonianamente intitolata "A tanto caro sangue" (i testi in essa trascelti sono qui restituiti alle raccolte d'origine, mentre dell'autoantologia persistono il titolo e due gruppi di "Ultime" e "Disperse"). Un po' sommariamente ho accennato a "Canzonette mortali" come a una svolta , ma appena per voler registrare non tanto un alternarsi o cambiamento di materiali, quanto piuttosto di procedimenti. Nelle "Canzonette", come poi anche nei successivi "Versi guerrieri e amorosi", due raccolte di forte e anche drammatica ispirazione amorosa, persiste l'ossessione del tempo e dei count-down, proiettata però nella nostalgia di un futuro dissipato troppo in anticipo rispetto a una presenza amata. Ma, da queste due raccolte e sempre in crescendo fino alla più recente e bellissima dal titolo shakespeariano di "Ogni terzo pensiero" la poesia di Raboni si vestirà ostentatamente da poesia: l'iperpoetico delle forme chiuse, della prosodia arcaicizzante e anche di quel robusto manieristico versificare che trova il suo acme nei "Sonetti di infermità e convalescenza" e più ancora nella serie "Altri sonetti", si propone qui, infatti e si impone, come strategia dissimulativa. Nel virtuosismo esasperato di questi versi e nella minima "resistenza vettoriale" di un'apparenza rétro, il Poeta convoglia il suo più alto grido di dolore: tanto più forte e vero quanto più esso si manifesta in termini di stoica impassibilità davanti all'ingiuria del tempo (il decadimento del corpo) e al male degli oppressori (la caduta dei grandi ideali civili). Siamo di fronte a un esempio di consumata scienza della parola: dove la poesia si nutre di pensiero e la prosodia è innervatura di un serrato ragionativo da teatro tragico; Vorrei citare dall'ultima pagina: Cerco qualche volta dli immaginare la treUcitd, mia redreimorti, remi &rembra chre&i.ala vita .... ..... ; è come &eda que&te membra ar&e e dilaniate l'4.mmen&a&alma del mondo ri&orge&&ein una calma radio&a e &te&&eal cuore a&&aporare L'tnitnito dlo!ci&&imoritardo del bene ... •
GigliolaFoschi NAPOLI ogootimola'J(J;te e @?>oiotitiatoll'irripetibillle ~ttau~ artiotica degli anni Settanta e che poooiedeprogetti, idee. opazi per realizzarli N egli anni dell'impegno sociale Mimmo Jodice non si tira indietro e fotografa il lavoro minorile, gli anziani e gli emarginati, i riti religiosi carichi di forza barocca. Poi, a partire dagli anni Ottanta, quasi a segnare la fine della speranza in un possibile cambiamento, smette di fotografare gli uomini e si concentra sui luoghi: paesaggisegnati dalla contemporaneità e dalla storia, posti silenziosi, metafisici, sospesi in una dimensione vicina ai sogni e alla memoria, pervasi da una luce carica di riverberi. Napoli, la sua città, è sempre al centro di questi lavori. Ma la sua non è mai la Napoli fotogenica, turistica e facilmente seduttiva, che molti altri fotografi immortalano. Rifiutati infatti, fin dai suoi esordi, i racconti di superficie, Jodice predilige uno sguardo riflessivo, emozionale, proteso oltre la pura descrittività del reale. Un modo di fotografare, il suo, che si era formato alla fine degli anni Sessantaquando, in parallelo al lavoro degli artisti concettuali dediti a indagare i fondamenti dell'identità dell'arte, egli si interrogava sul linguaggio fotografico, esplorandone le potenzialità in modo sperimentale e innovativo. La sua vicinanza al mondo dell'arte non è casuale o episodica: dal 1968al 1983stabilisce un solido rapporto di collaborazione col gallerista Lucio Amelio, che lo porta a confrontarsi con le opere e gli interventi dei moltissimi autori chiamati a Napoli da Amelio. Fotografa, calandosi nel gesto creativo, le drammatiche performance di Gina Pane, di Hermann Nitsch e di Vito Acconci, segnate dalle pulsioni di morte; le "Armi" giocose e cupe di Pino Pascal i; i lavori con la luce al neon di Pier Paolo Calzolari; I' "Installazione" di Takako Saito osservata dal pubblico. Ritrae gli incontri e i volti di Andy Warhol, di Joseph Beuyse di Joseph Kosuth. Jodice, con queste immagini, ci offre un'importante testimonianza della vitalità in quegli anni di Napoli, una città capace di imporsi quale valida interlocutrice nello scenario artistico internazionale. Ma ci dà anche la possibilità di vedere qualcosa di cui in molti casi non è rimasta alcuna traccia. In quegli anni infatti, l'arte, nel tentativo di sottrarsi alla sacralizzazione e alla mercificazione, si esprimeva più con eventi transitori e in divenire - con happening, performance, installazioni - che non con opere finite vendibili
e durature; più con azioni legate direttamente alla vita o con progetti teorici, che non con manufatti estetici da esperire nel silenzio della contemplazione. Alla fotografia, in quanto prodotto non auratico, riproducibile tecnicamente e privo di valore di scambio (così si pensava allora) - veniva quindi demandato il compito di fissare alcune tappe del processo della creazione artistica. In vari casi, le immagini che dovevano testimoniare simili accadimenti erano effettivamente "povere" e di scarsa qualità tecnica, in altri - ed è questo il caso di Mimmo Jodice - riescono a imporsi come un intervento critico e interpretativo capace di esplicitare e di arricchire il senso del lavoro di tali autori. Ora che queste sue fotografie sono raccolte in un libro (Mimmo Jodice Avanguardie a Napoli. Dalla contestazione al riln quegli anni infatti, l'arte, nel tentativo di sottrarsi alla sacralizzazione e alla mercificazione, si esprimeva più con eventi transitori e in divenire - con happening, performance, installazioni ... mento per tutta l'arte contemporanea, si lega a Leo Castelli e alla galleria Sonnabend, e inizia a chiamare a Napoli gli artisti americani più interessanti, come Rauschenberg, Jasper Johns, Andy Warhol. Altri galleristi napoletani, come Beppe Morra, Lia Rumma e Pasquale Trisorio, fanno intanto conoscere le opere dell'Arte Povera, di quella Concettuale e della Body Art. Gli artisti non creavano quadri, ma realizzavano interventi che si svolgevano in presenza del pubblico e lo coinvolgevano. Era un modo di fare arte che sembrava fatto apposta per essere fotografato, tanto che spesso - come nel caso della Body Art o della Land Art - le opere destinate a durare risultavano essere proprio le fotografie. Ricordo ad esempio quando Kounellis mi coinvolse in un lavoro in cui voleva dare corpo al mito del viaggio: mentre lui impersonava Ulisse navigando su un pescherecGilbertoZorio.ModemArt Agency1972 flusso, Federico Motta Editore, L.38.000) ed esposte in permanenza al Museo di Capodimonte, abbiamo voluto intervistare Mimmo Jodice per farci raccontare il suo rapporto con la città, la situazione artistica della Napoli di quegli anni e di quella attuale. "Tra la fine degli anni Sessantae l'inizio degli anni Settanta a Napoli c'era una atmosfera straordinaria, irripetibile -racconta Jodice-. Già a metà degli anni Sessantaerano arrivati gli scrittori della Beat Generation, il Living Theatre, mentre il collezionista Marcello Rumma aveva esposto ad Amalfi i primi lavori degli artisti dell'arte povera: da Pino Pascali a Pistoletto, a Mario Merz. Questi stimoli attecchirono subito nell'ambiente teatrale e artistico napoletano, creando una situazione vivacissima e in continuo rinnovamento: quasi ogni giorno nasceva un gruppo nuovo, che poi si scioglieva o si trasformava. L'arte era vita, azione, politica, e il suo valore consisteva più nel significato che nell'opera finita. Alcuni artisti avevano inventato la galleria inesistente: le strade e le piazze di tutta Napoli erano i luoghi in cui intervenivano installando e realizzando le cose più incredibili. Una volta bruciarono addirittura migliaia di copertoni di automobili sul Vesuvio per simularne l'eruzione. In parallelo a questa situazione di creatività effervescente, il gallerista Lucio Amelio capisce che New York sta diventando un punto di riferìcio che avevamo noleggiato a Pozzuoli, io, sotto una pioggia spaventosa, lo riprendevo da un barchino. Alla fine, inzuppati e infreddoliti ci ritrovammo in una trattoria a bere qualcosa di caldo. Da questa esperienza tragicomica era però nata una delle 8 fotografie a cui sono più affezionato: serigrafata e trasformata in un multiplo, essa divenne un'opera di Kounellis. In una situazione artistica come quella di allora, la fotografia non doveva semplicemente riprodurre un'opera fatta e finita, ma esprimere un momento creativo. Così spesso, prima ancora dell'inaugurazione della mostra, incontravo gli artisti per discutere, per capire le loro idee, in modo da riuscire a calarmi e a immedesimarmi nel loro lavoro. Poi, con gli inizi degli anni Ottanta, il riflusso politico si riflette anche nell'arte: dalla creatività sperimentale ed eversiva degli anni Settanta si ritorna alla pittura, da un'arte che richiedeva la presenza interpretativa della fotografia si passaall'opera da appendere al muro. Fu così che smisi quasi del tutto di fotografare l'arte contemporanea. Napoli però continua e continuerà ad essere un centro artistico molto attivo: alle gallerie storiche come quella di Lucio Amelio, si sono oggi affiancate nuove gallerie di grande interesse, come lo Studio Alfonso Artiaco, le gallerie Scognamiglio fi Teano e Theoretical Events. Ma a Napoli non sono solo i privati a proporre si-
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