dall'alto Mauro Bersani MORTE DEL SIMBOLICO E AUTOMATISMI DELLA VIOLENZA IP ra le tante cose che possono affastellarsi nella mente pensando al fenomeno del lancio di pietre dai cavalcavia c'è anche l'incipit dell'Erostrato di Sartre, nei racconti del Muro: "Gli uomini bisogna vederli dall'alto. Spegnevo la luce e mi mettevo alla finestra: essi neppure sospettavano che si potesse osservarli dal disopra. Curano la facciata, qualche volta la parte posteriore, ma tutti i loro effetti son calcolati per spettatori di un metro e settanta. Chi ha mai riflettuto sulla forma di un cappello duro visto da un sesto piano? Gli uomini dimenticano di difendere spalle e crani con colori vivi e stoffe vistose, non sanno combattere questo grande nemico dell'umanità: la prospettiva dall'alto. Mi sporgevo e mi mettevo a ridere: dov'era andato a finire quel famoso 'portamento eretto' di cui andavano così orgogliosi: erano spiaccicati sul marciapiede e due lunghe gambe mezzo rampanti uscivano da sotto le loro spalle. Sul balcone d'un sesto piano: è qui che avrei dovuto passare tutta la vita(...). Ora, di preciso, qual'è la mia superiorità sugli uomini? Nient'altro che una superiorità di posizione(. ..). Ecco perché mi piacevano le torri di Notre Dame, le piattaforme della torre Eiffel, il Sacro Cuore, il mio sesto piano in via Delambre. (...) Bisognava talvolta scendere in strada. Per andare in ufficio, ad esempio. Soffocavo. Quando si è sullo stesso piano con gli uomini è molto più difficile considerarli come formiche: ci toccano". Anche senza sapere che il protagonista del racconto ha deciso di sparare a caso nella folla (ma non lo farà dall'alto, bensì in mezzo alla strada) il brano insinua immediatamente una certa inquietudine. La stessa inquietudine poteva valere anche prima che scoppiasse la moda dei lanci di pietre dai cavalcavia: nessuno ha mai pensato alla gente che stazionava oziosa sui cavalcavia osservando le macchine passare di sotto (osservando e basta, un tempo)? Cen'era sempre (oggi, presumibilmente, molta di meno): ciclisti in pausa, ragazzini a zonzo, pensionati. Un mistero: che cosa avevano da guardare 7 È inutile dire che, a distanza di sessant'anni dall'Erostrato, l'entità uomo-macchina, anche senza pensare al Crash di Ballard o di Cronenberg, si è in gran parte sostituita al passante di Sartre. Eche il "cappello duro" e il "portamento eretto" di un bravo borghese visto da un sesto piano valgono il tettuccio di una Bmw o lo sfrecciare veloce e silenzioso di una lussuosa berlina. La "prospettiva dall'alto" fa "formiche" dei propri simili (o dissimili). Certo l'Erostrato è inutilizzabile come spunto per capire i ragazzi di Tortona se si considera la sua derivazione da una mitologia nata nel Secondo manifesto del surrealismo, che recitava: 'l'atto surrealista più semplice consiste nello scendere in strada e, rivoltella in pugno, sparare a caso, finché si può, sulla folla". (Il racconto di Sartre è una risposta polemica a Bréton: il protagonista in realtà è un inetto borghese, impotente, e alla fine sparerà in una crisi di panico, non con un atto consapevole). Cosìcome non può servire il poeta-killer di Burìuel nel Fantasma della libertà, quello che dalla finestra di un edificio spara con un fucile di precisione uccidendo persone a caso che passano sotto di lui. A turno inquadra nel mirino una donna, un uomo, un bambino, non colpisce subito, cambia bersaglio come a cercare il "vincitore" di una lotteria di morte. È la stessa matrice dell'Erostrato: il gesto gratuito, anarco-individualista-estetizzante. (Dopo aver dispensato un bel po' di destini e lasciato per terra un certo numero di vittime inconsapevoli, il personaggio di Burìuel viene catturato, gli viene fatto un processo in cui è condannato e, con una svolta narrativa provocatoria e spiazzante, esce in trionfo dal palazzo di giustizia, libero e osannato da una folla di fan.) Altra cosa è evidentemente il branco di ragazzi apatici che scommette sul tirassegno dei cavalcavia, come se le macchine fossero bersagli di un videogioco, e poi vanno a mangiare dalla mamma o a vantarsi un po' al bar. Altra cosa, anche se un'analogia di fondo non manca. La volontà di colpire bersagli a sorteggio, senza avere con essi alcun tipo di rapporto psicologico-emotivo (rancore, invidia eccetera). Epoi il gusto della "superiorità di posizione". Si è detto che per questi giovani tirare alle macchine sarebbe come per i normali teppisti lanciare sassi ai lampioni, e chi più ne spegne vince. Con tanto di sbalordimento e indignazione perché si è persa la differenza tra macchine e lampioni, e soprattutto fra le persone e le lampadine che ci stanno dentro. Rimane però il fatto, che non è simbolicamente irrilevante, della differenza di prospettive. La prospettiva dal basso, quella che si ha quando si tira a un lampione, implica, pur nel gioco teppistico, rabbia, senso di rivincita, obiettivi ben individuati e, in qualche modo, odiati. Quella dall'alto onnipotenza e casualità. Tirare in alto presuppo-
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==