Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

D a più di una trentina d'anni, a scadenze abbastanza regolari, la pubblica opinione viene investita dall'ipotesi (sempre meno eclatante, in teoria) che la musica "leggera" sia seria quanto la musica "seria" (o magari di più), e che la canzone sia poesia; anzi, la vera poesia del nostro tempo. Chi è pro, chi è contro, e via così. Come un malanno di stagione, la questione si ripresenta puntualmente; la cosa notevole è che puntualmente, da trent'anni, chi la propone si comporta come se il nodo fosse emerso di fresco, e fosse lui il primo ad affrontarlo. La stessa bizzarra smemoratezza culturale ritrovo nel pamphlet (Teoria della canzone, Bompiani 1997.)del filosofo Manlio Sgalambro, uscito in concomitanza con l'ultimo Festival di Sanremo. Già nelle prime pagine - tanto per dire - il pensatore siciliano (nonché paroliere di Franco Battiato) si sdegna per la mancanza di una seria riflessione sul rock, sulla canzone e in generale su quella che lui chiama "musica per vivere". Ora, chiunque abbia una pur minima conoscenza della pubblicistica sull'argomento sa che già da decenni a questa musica si interessano intellettuali di ogni parte del mondo, dalla Sveziaal Ghana: la bibliografia - chi si desse la pena di consultarla - è ormai davvero consistente. Ma forse, nella posizione di Sgalambro, uno non si accontenta di una teoria qualsiasi: pretende "una teoria del rock all'altezza della situazione", e non la trova se non nei propri assoli speculativi. Così, tra una citazione di Boezio e una di Goethe, lo spregiudicato filosofo si spinge fino a rivelarci che la musica leggera "ha a che fare con i nervi scoperti dell'individuo metropolitano che percorre la città come una tigre in gabbia", o che la batteria "è il tuono dominato e reso frizzante". Grazie a lui scopriamo che la canzone "è la forma musicale dominante dell'epoca contemporanea", che "la musica per canzoni è musica di piacere", e così via. Il fatto è che di aforismi illuminanti come questi, di arditi accostamenti tra Jimi Hendrix e Emmanuel Lévinas sono pieni - e non da ieri - i giornaletti musicali e le monografie sulla rockstar di turno; com'è possibile • r1 - viene da chiedersi-che il paroliere di Battiato lo ignori, e tomo torno ci ripeta daccapo tutta la lezioncina sul dionisiaco, tutte le preghierine del catechismo rock? La cosa non ci deve meravigliare più di tanto: una tale sovrana ignoranza del dibattito precorso ha caratterizzato quasi tutti gli approcci "dall'alto" alla musica rock e alla canzone. Capitava così, ad esempio, che in un suo memorabile intervento su «Alfabeta» («Parola di Rock>.,1982,ripreso di recente in Parole in musica, Interlinea, 1996.)Maria Corti, parlando del rock "demenziale" degli Skiantos, non tenesse in alcun conto i suoi ovvii antecedenti britannici (punk rock, ska, etc.), o che ci informasse di passaggioche "Il rock italiano nasce a Bologna, nel 1977",facendo eco senza problemi a un'imprecisione storica (diciamo pure una vera sciocchezza) varata qualche anno prima - non si sa bene su quali basi teoriche e metodologiche - da certa critica "specializzata". Seuno studente di lettere scrivesse nella sua tesi che la lirica italiana nasce a Savona nel 1656,la disinvoltura gli costerebbe cara; ma appunto: per il professore che - una tantum - dice la sua sul rock, il rigore storico-filologico è facoltativo, e la letteratura critica può essere tranquillamente ignorata: quello che conta è il gesto benedicente. Va osservato, peraltro, che quasi tutte le incursioni "colte" in direzione del rock e della canzone sono rimaste episodi circoscritti nella vicenda intellettuale degli interessati: nessuno dei professori che inneggiano ad Angelo Branduardi -come il medievalista Paul Zumthor -, o scrivono - come Sgalambro - che "per fare Eleanor Rigbyci vogliono tremila anni" abbandonano poi il loro Nietzsche, il loro Dante, per dedicarsi allo studio dell'opera di Paul McCartney o del menestrello di Cuggiono. In questo senso, una mirabile eccezione è quella del professor Wallace Fowlie, docente di letteratura francese alla John Duke University (USA),che da trent'anni si occupa del rapporto tra Rimbaud e Jim Morrison. Il suo libro (Rimbaud e}im Morrison, Il Saggiatore, 1997.)lascia sbalordito il lettore europeo; non tanto per i contenuti - sufficientemente anodini - quanto per l'atteggiamento del professore nei confronti della propria materia di studio. Siamo lontani mille miglia dalle strizzatine d'occhio di Sgalambro, dai suoi colpi di fioretto: qui si lavora d'accetta, come Thoreau a Walden. Laddove Sgalambro, per ricordarci che una canzone dura pochi minuti, ricorre a una cripto-citazione di Hòlderlin (Warum bist du so kurz'?!, il professor Fowlie ci fa sapere che la tomba di Jim viene visitata da diciassettemila persone l'anno, mentre l'audience necrofila di Rimbaud ("il poeta moderno più venduto") ammonta solo a settemila unità. Il candido accademico americano e il disincantato pensatore adelphiano si trovano - apparentemente - agli antipodi; eppure, qualcosa che li accomuna c'è: è l'incondizionata venerazione del "grande poeta" Jim Morrison, Dioniso reincarnato che entrambi osannano recitando i regolamentari attributi liturgici divulgati da trent'anni di giornalismo pop. Sullo sfondo di tali autorevoli celebrazioni della bohème e della sbornia come fonti di suprema creatività, ancor maggiore impressione fanno la sobrietà e la competenza con cui Franco Fabbri ci informa (// suono in cui viviamo, Feltrinelli 1996,) intorno a quegli aspetti essenziali della popular music che i professori, nel loro giovanile entusiasmo, tendono a tralasciare. Cheè come dire quasi tutti. Il suo libro è un bell'esempio di come si possano "prendere sul serio il rock e la canzone senza indulgere a sommarie e ritrite apologie del ditirambo. In musica come in ogni campo dell'arte assistiamo, in questi anni, a una "trasvalutazione di tutti i valori": le usuali distinzioni tra alto e basso, colto e popolare, tendono a cadere; poesia e canzone, musica "seria" e rock si confrontano ormai da pari a pari (che lo siano è un altro discorso). Tanto chi oppone a questa inedita e per molti aspetti destabilizzante promiscuità un rifiuto sprezzante, quanto chi la asseconda con un forzato, snobistico entusiasmo, legge la nuova situazione come l'ineluttabile trionfo in blocco del pop e dei suoi presunti valori (o antivalori). Ma siamo certi che le cose si riducano a questo7

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==