'enti NARAYAN, TRADIZIONALISTA Paolo Bertinetti N ella prefazione a Una tigre per Malgudi (pubblicato in Italia da Guanda), Narayan racconta che l'idea per il romanzo gli venne da una notizia giornalistica (in cui si diceva di un santone che si era presentato al Kumbt Mela festival nella città di Allahabad in compagnia di una tigre che lo seguiva come un cagnolino) e da un segnalibro con su disegnata una tigre che dichiarava di volere essere messa in un bel libro. Ma, forse, aveva anche in mente la pantera Bagheera del Libro della giungla di Kipling, lo scrittore anglo-indiano con cui, tacitamente, l'indianissimo Narayan si mette in competizione, sostituendo all'esotismo e alla visione fiabesca con cui Kipling ritraeva la «giungla misteriosa» la sottile ironia che costituisce il tratto distintivo della sua produzione letteraria. La tigre di Narayan è la voce narrante del romanzo: è la tigre che osserva dal di fuori il mondo degli uomini, rilevandone criticamente con l'occhio sorpreso dell'estraneo - come nelle Lettere persiane di Montesquieu - la incongruenze e le meschinità. Narayan che il lettore italiano conosce attraverso i romanzi pubblicati negli anni scorsi da Zanzibar (/I pittore di insegne, Il mondo di Nagaraj, Aspettando il Mahatma, Raju della ferrovia) è uno dei maggiori scrittori indiani di lingua inglese sponsorizzato da Graham Greene in occasione della pubblicazione dei suoi primi romanzi. negli anni Trenta, e affermatosi nei decenni successivi cose una delle voci più originali e accattivanti giunteci dalle excolonie dell'impero Britannico. Una tigre per Malgudi (1983)è uno degli ultimi romanzi di questo inesauribile narratore «Unatigre per è la celebrazion della vioionede mondo propria della cultura tradizionale indiana (tuttora attivo e brillante alla venerabile età di novantun anni), una delle sue opere più felici per invenzione narrativa a carica umoristica, quella forse più dichiaratamente indiana per contenuti ideologici. La tigre, ormai vecchia a in disarmo, racconta la sua storia dalla gabbia di uno zoo ripercorrendo la sua vita dai tempi lontani in cui signoreggiava nella giungla alla sua cattura da parte di un domatore e alle sue esibizioni nel circo, dalla sua utilizzazione nelle riprese di un film nel corso delle quali si ribella al domatore e scorazza per la città di Malgudi seminando il terrore fino all'incontro con un sannyasi, un santone che si rivolge a lei non come una belva ma come a una consimile creatura vivente e che con la forza soave del suo pensiero la trasforma in un essere mansueto e amichevole. Questa per noi stupefacente trasformazione non è poi così inverosimile per il mondo hindù, che crede nella dottrina dei Karma e nella reincarnazione. Suquesta base si innesta l'invenzione di Narayan, che poi ne dilata umoristicamente le conseguenza sino ad immaginare che persino la tigre giunga a praticare il digiuno come l'ascetico maestro. Ma non c'è affatto ironia nel consenso di Narayan alle posizioni del sannyasi, dalla sua iniziale decisione di abbandonare le cose del re mondo (significativo è l'incontro con la moglie, abbandonata tempo addietro per la sua scelta di ascetismo e definitivamente allontanata da sé) alle perle di saggezzache egli regala al lettore nel corso del racconto e che fanno tutt'uno con una tradizione millenaria a cui Narayan fondamentalmente aderisce. Enon mancano persino le citazioni dal Bhagavadgita, l'aureo libretto tratto dal Mahabharata, che rappresenta uno dai pilastri basilari dell'induismo. Una tigre per Malgudi è la celebrazione della visione del mondo propria della cultura tradizionale indiana; ma è anche, come si diceva all'inizio, un'opera di gustosa ironia nei confronti della realtà quotidiana dell'India. Quando la tigre fugge dal set cinematografico e penetra in un edificio scolastico, piazzandosi nell'ufficio del direttore che si rifugia in soffitta, attorno a lei si raccoglie una folla di figurine che consente a Narayan di prendersi gustosamente gioco della mentalità corrente e dell'ottusità supponente del ceto burocratico indiano (capace persino di superare, per cecità e insipienza, quello nostrano). Narayan è certamente un indiano tradizionalista; ma è al tempo stesso un acuto umorista, per il quale il distacco dagli affanni del mondo che l'induismo suggerisce va a rafforzare la distanza ironica con cui sa guardare alle piccole miserie, ai meschini soprusi, alla vacuità presuntuosa di chi, invece, alle cose del mondo resta pervicacemente aggrappato. .e o "" o ] o "'
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==