Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

Tucholskylu, cidaironia La oteu,a repubblica nata dalla rivoluzione e che aveva oottocato nel oangue le oue torze migliori, aveva permeu,o a Tucholoky di eu,ere tragicamente protetico, ritiutando le analioi tallimentari che guidarono i partiti di oiniotra N ella richiesta di cittadinanza avan11 zata al governo svedese nel gennaio del 1934, Kurt Tucholsky accludeva una sua breve biografia. Nato a Berlino nel 1890, soldato in guerra per tre anni e mezzo, aveva iniziato la sua attività letteraria nel 1912 con Rheinsberg, un libro illustrato per innamorati. Sposato due volte ma senza figli, aveva iniziato a collaborare nel 1913 al settimanale "Die Weltbiihne", su cui scrisse fino al 1931. Nello stesso periodo fu "attivo come pacifista radicale" e "ha aspramente criticato tutto ciò che non riteneva giusto, in Germania e in quanto tedesco". Tucholsky venne privato della cittadinanza tedesca il 25 aprile del 1933 benché, come accennò nella biografia, non scrivesse quasi più dal 1931 e si trovasse all'estero ormai da anni, ben prima dell'avvento al potere di Hitler. Eppure, quasi silenzioso e autoesiliatosi, Tucholsky appariva a Goebbels come uno dei più pericolosi nemici del nazismo. Era stato, soprattutto negli ultimi anni "fra i giornalisti tedeschi meglio retribuiti", eppure era ben consapevole che il successo della sua prosa satirica era accompagnato dalla pressoché totale impotenza politica della sua critica corrosiva e feroce. Tucholsky, come anche Walter Benjamin, si sentiva più tedesco che ebreo, addirittura "berlinese", esempio quasi perfetto di assimilazione. Dal 1924 al 1929 era stato a Parigi e successivamente si era trasferito in Svezia, con saltuari ritorni in patria dove tra il 1926 e il 1927 aveva diretto "Die Weltbiihne", dopo la morte di Siegfried Jacobsohn, il suo ideatore, e prima di affidarla all'amico Cari von Ossietzky, vittima del nazismo qualche anno dopo. Benché lontano dalla Germania, Tucholsky fu tra i pochi intellettuali tedeschi a prevedere ciò che stava accadendo e sarebbe accaduto al suo paese. Proprio la critica insistente alla casta dei militari (che dietro il rifiuto di Versailles aveva recuperato e ricostituito il potere perduto con la fine della guerra), alla magistratura (corpo autonomo dallo stato, indipendente nel suo spirito di casta e nel rifiuto delle nuove regole e leggi della democrazia e della costituzione di Weimar), alla stessa repubblica nata dalla rivoluzione e che le forze migliori della rivoluzione aveva soffocato nel sangue, aveva permesso a Tucholsky di essere tragicamente profetico, rifiutando le analisi fallimentari e suicide che guidarono la condotta del partito comunista e della socialdemocrazia. Fautore dell'unità della sinistra, non aveva lesinato critiche al dogmatismo e alla subordinazione della Kpd a Mosca, culminati nella teoria del socialfascismo, così come ali' attendismo e allo sterile !egalitarismo della Spd. Odiato dalla destra nazionalista perché attaccava la Germania, inviso alla repubblica di Weimar perché ne criticava le istituzioni, accusato dai partiti operai di essere un intellettuale borghese, Tucholsky non risolse mai, se non alla fine, la contraddizione tra la sua profonda adesione alle masse, alle loro condizioni, alle loro lotte e aspirazioni, e il rinchiudersi all'interno di un individualismo feroce con sé e con gli altri, lucido ma disperato. Il disgusto per la Germania negli anni terminali della crisi della repubblica non gli impedisce di continuare a scrivere e a essere, anzi, sempre più feroce, pur convinto che la sua azione sia vana, deplorando la cecità dei partiti e l'ottimismo degli scrittori convinti che l'intelligenza avrebbe potuto sconfiggere la barbarie. Convinto che la democrazia non poteva essere più salvata e stanco di battersi per una causa ritenuta perduta, diminuì le sue collaborazioni, sempre più lucido e sempre più marginale (la condizione migliore per la libertà di giudizio e il simbolo più chiaro della lontananza dal potere). Dopo la vittoria di Hitler, di cui tra pochi aveva indicato la pericolosità prendendo sul serio il suo programma e le sue minacce, si chiuse in un silenzio triste, nauseato e disperato, rifiutando di atteggiarsi a martire (a giocare agli eroi, diceva, si ottiene al più un necrologio), lontano dall'illusione "ridicola" della gran parte degli scrittori emigrati che ritenevano di poter parlare a nome della "vera" e "migliore" Germania. Indebolito nel fisico, per un'infezione lunga e dolorosa che gli fece perdere l'olfatto, pensava ai bambini tedeschi indottrinati dal nuovo regime. Nel dicembre del 1935 scrisse in una lettera Walter Hasenclaver: "Si può lottare per una maggioranza oppressa da una minoranza tirannica,. Ma non si può predicare a un popolo il contrario di quello che, nella maggioranza, desidera". Qualche giorno dopo, il 19 dicembre, si avvelenò. Due giorni dopo una delle penne più acute del secolo perse definitivamente la possibilità di scrivere ancora.

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