Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

to, una grata empatia che ribadiscono il superfluo di esegesi approfondite, di affondi chirurgici. C'è un uso ribadito del superlativo "bellissimo" ("un racconto bellissimo", "un romanzo bellissimo") che, per quanto possa sembrare sbrigativo, emana sempre una austera e semplice aria di sicurezza, di fiducia: il superlativo - è evidente - apre e chiude un serrato confronto con la sfera dell'estetico di cui si intende la durata ma che è lasciato "fuori", quasi a proteggere il luogo intimo, sicuramente teatro di passioni, in cui è avvenuto. Da qui il sapore particolare del giudizio di Grazia Cherchi, olfattivo piuttosto che intellettuale, fisico piuttosto che sentimentale. Antigergale per carattere e per partito preso Grazia Cherchi ha sempre optato per la semplicità, per quel "cronismo letterario" dove campeggiano il sintetico riassunto della trama (qui si avverte la lezione dell'amatissimo Edmund Wilson) e l'uso della citazione: il lettore di professione, insomma, informa e lascia all'altro lettore - quello in attesa oltre la cerchia degli addetti ai lavori - il piacere della verifica. La "democrazia" implicita in questo lasciare spazio, in questo porgere con discrezione è per altro complicata dall' acuta consapevolezza di un'altra urgenza (dettata dai vuoti di cultura, dalle ottusità degli interlocutori, dal franare di valori difesi con disperata cocciutaggine) che si traduce in una coraggiosa difesa di confini, in una consapevole - forse anche dolorosamente consapevole - prefigurazione di una èlite . C'è, insomma, in questi scritti - letti in sequenza - una generosa contraddizione, lo scontro-incontro fra due ipotesi egualmente carezzate e coltivate: il tendersi verso una potenziale comunità di lettori - vera interlocutrice delle sue avide letture e utopica proiezione di un'ansia "antica", ben radicata - e l'esigere una società letteraria più compatta, selezionata e a sua volta più selettiva. Solo così ci si spiega la snodata articolazione del suo lavoro - diviso per l'appunto fra militanza critica e generosa interferenza con le direzioni editoriali di molte case editrici - il suo muoversi febbrile fra le officine degli scrittori (per suggerire, correggere, sostenere) e l'industria libraria, fra i corridoi delle case editrici e le pagine dei giornali. Da questo punto di vista Grazia Cherchi appare davvero un fenomeno non solo singolare ma anche estremamente sfaccettato e - come si è anticipato - generosamente contraddittorio. Se da una parte la tensione utopica la sospinge verso una "religione" del libro che volge, sia pure temperata dall'ironia, verso affettuose forme di culto esoterico (nel famoso scompartimento di Peter Noli i lettori si scambiano i titoli per poi rinchiudersi in una concentrazione patentemente monacale), dall'altra l'esercizio selettivo di opere e autori la risospinge dal piacere della comunità elettiva verso laici entusiasmi per i fermenti intellettuali diffusi, per la degustazione ad ampio raggio dell'immaginazione e del talento. Ci si chiede, rileggendo gli scritti di Grazia Cherchi, quale sia il punto d'equilibrio di tensioni così forti e così conflittuali ma anche talmente assimilate da non trasparire mai. Molti riconducono questa apparente saldezza alla straordinaria sorveglianza della sua ironia, e in parte hanno ragione, anche se contribuiscono a confondere una virtù del carattere con l'orizzonte più complesso in cui si muove la sua opera di provocazione culturale. In verità - basta rileggere i Un desiderio di civiltà che sfugge la trappola della nostalgia e si arrovella a immaginare, presumere, domandare - a voce chiara, forte - una comunità viva e sensibile: una comunità di lettori, certamente, che, però, come un cerchio del sentire, s'allarga a cerchi più grandi, alla morale e alla politica. ritratti-interviste per capirlo - c'è in Grazia Cherchi una affascinata, devota contemplazione dello stile (stile comportamentale, stile di scrittura), dello stile come compromissione della parola con la vita. "La necessità di scrivere era come una vampata che lo assaliva quasi di sorpresa" dice di Paolo Volponi. "Quando avveniva, non c'era più altro al mondo che il corpo a corpo, anche fisico oltre che intellettuale, con la pagina." La tanto celebrata ironia evapora di fronte a quel nodo di sangue che coincide con la scrittura. E non è un caso che sempre a quel nodo Grazia Cherchi ritorni nelle interviste e nel lavoro di editor. "Che cosa mi colpì di più in Bilenchi quando cominciai a leggerlo negli anni giovanili? Sicuramente lo stile, che era quello che andavo cercando a tentoni, ormai nauseata dalla retorica umanisticheggiante di tanta prosa italica." Lo stile. Uno stile. Mi sembra che sia qui la forza di Grazia Cherchi, la ricerca in sé, negli altri di uno stile. Il disordine che prende forma e con quella forma agita di nuovo il profilo delle cose. Nel suo scompartimento per lettori c'è una concentrazione, una severità di sguardi e di attenzione, che molto hanno a che fare con il "corpo a corpo", con il nodo di sangue di uno "stile" . La parte "emersa" dell'opera di Grazia Cherchi è quasi tutta concentrata negli ultimi vent'anni, che sono gli anni di una profonda, feroce distrazione: dalla società, dal mondo, dagli uomini, e anche dai libri. Come non sentire in questo volume preziosissimo il ribollire di alambicchi del suo laboratorio - della sua cucina - alla ricerca di antidoti, di pozioni, di ricette contro quella distrazione, contro la distrazione? •

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