s ar Mi ricordo (ma chiMà oe l'ho vioto davvero) un ondeggiare di tentacoli, un toccaroi-ritrani che diventava lentamente un toccani-abbracciaroi. E:rabelliMimo. €eco, io m'immagino C06Ì le mie parole e le mie uraoi. che Parole private ... trova la sua forza e la sua coerenza proprio in questa disposizione, aperta e comunicativa, in questo cercare e riuscire a fornire "buone descrizioni", e descrizioni vere, di alcune particolari esperienze di scrittura, di vita e di pensiero. Parole private dette in pubblico, raccoglie sette scritti di tipo "saggistico" (ma alcuni sono dei veri e propri "racconti autobiografici"): non è ovviamente un libro di critica letteraria, sebbene contenga alcune originali scritture/letture su autori diversissimi come Marco Lodoli, Thomas Bernhard, Italo Calvino, Brian Eno, Robert Fripp, Romano Guardini e Agostino di lppona); né la classica "divagazione" di scrittore sulle proprie poetiche e la propria esperienza letteraria. Lanota introduttiva ci mette sulla buona strada: "Ringrazio gli allievi dei miei corsi: la verità è che (quasi) tutto ciò che c'è in questo libro è conseguenza del corpo a corpo bisettimanale con loro". Tra i pregi del libro di Mozzi. c'è dunque quello di essere il primo libro italiano che racconta e descrive in maniera precisa quello che sono e che cosa avviene nei cosiddetti "corsi" (o "laboratori") di scrittura. In particolare, il saggio-racconto Di che cosaparliamo quando parliamo di insegnare a scrivere (Una conferenza per gli insegnanti delle scuole medie superiori), ci aiuta a vedere in un'altra luce l'idea che sia possibile o meno "insegnare" ("imparare") a scrivere e ci conforta nella nostra giustificata (ma forse un po' provinciale) diffidenza nei confronti di queste curiose "comunità", semiprivate e semipubbliche, che si dedicano alla scrittura detta "creativa" (anche se a Mozzi l'espressione non piace di questo si tratta). D'altro canto siamo costretti ogni giorno a sopportare (sui giornali e alla televisione, per non dir d'altro) scritture di gran lunga peggiori di quelle che si producono nei corsi e nei laboratori di creative writing! Non per questo dobbiamo rinunciare a essere seri ed esigenti se vogliamo veramente liberarci dalla nostra idea asfissiante e un po' masochistica della scrittura (della letteratura). Alla resa dei conti, Mozzi ci presenta un'idea dell"'insegnante di scrittura" non molto dissimile da quella di cui ci parla Jerome Bruner nel suo recente La cultura dell'educazione (Milano, Feltrinelli, 1997):"apprendimento reciproco .. comunità reciproca ... l'insegnante funge da mediatore, è primus inter pares". L'utile, insolito e per certi verso geniale libretto di Mozzi potrà essere letto in molti modi: come raccolta di testi di confine tra diversi generi letterari (il saggio. il racconto. la conferenza, la lezione, la nota autobiografica, ecc.); come la confessione di uno scrittore sulla propria personale poetica; ma anche come la proposta di uno sguardo eticamente ed "epistemologicamente" nuovo sulla pratiche educative e letterarie. Filippo La Porta, nella sua recensione sul «Manifesto», lo legge come un pamphlet "contro le belle storie" - e dunque come un'apertura a diversi tipi di sperimentazione e incrocio tra diverse modalità e forme di scrittura. "Un toccarsi-ritrarsi che diventa lentamente un toccarsi-abbracciarsi": in sostanza, io credo che Mozzi abbia voluto dirci che il fine della nostra scrittura, qualunque essasia ("creativa" o "non creativa", "letteraria", "non letteraria", "paraletteraria") dovrebbe essere quello di creare "forme di vita" e di contribuire alla costruzione di una buona vita. In tempi come questi è una boccata d'aria fresca, food far thought- e non è un male che nelle appassionate e insieme prudenti parole con cui Mozzi ci fa partecipi delle sue esperienze (gli amici, spesso "privatamente" evocati con i soli nomi propri, le letture, i teologi, la musica...) la "temperanza" si screzi di epocale e sanissima inquietudine.
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