Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

p GIULIO MOZZI, PROVE DI SCRITTURA PietroPedace l e ofiure, dette anche stelle serpentine, sono piccoli organismi neri, maculati, gialli o rosso vivo. tondeggianti o pentagonali, dotati di tentacoli. Sono comuni membri della fauna di tutti i mari, caldi e freddi: alcune sono litorali, altre di mare profondo o anche decisamente abissali. Parecchie sono ermafrodite, vivipare, capaci di riprodursi per semplice scissione; rigenerano con facilità le braccia. In questo preciso momento le ofiure ci interessano perché appaiono, quasi di sfuggita, alla fine di un saggio in cui uno scrittore parla delle tecniche e delle strategie che adopera quando scrive e quando prova ad "insegnare" a scrivere. Lo scrittore è Giulio Mozzi, e il saggio che si chiama (By Strategy), è contenuto nel suo nuovo libro, Parole private dette in pubblico. Conversazioni e racconti sullo scrivere, edito da Theoria. Scrive Mozzi: "Sono figlio di due biologi e quand'ero bambino mio padre mi portava ogni anno alla rassegna del documentario scientifico che si teneva ogni anno, a Padova, all'aula Morgagni dell'ospedale (oggi non si fa più, ed è un peccato). Ho un ricordo molto vago (nei due sensi della parola, come li intendeva Leopardi) di una sorta di danza d'amore delle ofiure. Mi ricordo (ma chissà se l'ho visto davvero) un ondeggiare di tentacoli, un toccarsi-ritrarsi che diventava lentamente un toccarsiabbracciarsi. Era bellissimo. Ecco, io m'immagino cosi le mie parole e le mie frasi. Le vedo ... Cosi come le sensazioni che ho mentre scrivo o rileggo o riscrivo ecc. sono proprio le sensazioni di un corpo che si muove, tasta, scopre un altro corpo, si ritrae, avanza, tasta ancora, si fida, cerca la posizione adatta per aderire all'altro corpo. Cerca una buona relazione con l'altro corpo, come diceva Roberta". Ciò che colpisce in questa scrittura, oltre alla suggestiva congiunzione tra la riflessione sui procedimenti dello scrittore e l'osservazione "scientifica" (Calvino è vicino e lontano a un tempo, come lo stesso Mozzi precisa in un altro saggio intitolato Spalancagli occhi, e parla - e si potrebbe invece pensare a uno scrittore di tutt'altro genere come Gregory Bateson), è il tono, la colorazione del discorso che lo fa assomigliare a quello di una conversazione, di una comunicazione personale e amichevole, perfino, si potrebbe dire, "affettuosa" - come di parole private, appunto, dette in pubblico. Questa impressione è ancora più evidente in altri scritti del libro, a cominciare dal primo, aperto dalla citazione della poesia di T.S. Eliot Dedicata a mia moglie, nel quale Mozzi, raccontando la sua esperienza di "apprendistato", prova addirittura a teorizzare qualcosa che egli chiama "una comunicazione prudente, giusta, forte e temperata": "lo credo che la persona che scrive sia semplicemente una persona che ha una cosa da dire a un altra persona ... La scrittura, prima di dire ciò che ha da dire, deve istituire uno spazio di confidenza ... secondo me l'istanza artistica è una specializzazione dell'istanza etica ... il mio nemico è l'industria dell'intrattenimento ... il nemico possiede tutto, io possiedo solo la mia persona". Certo, quando Mozzi decide di dare a questa coloritura del suo discorso un tono più assertivo come nel suo Manifesto "per una poetica minimalista d'orgoglio", i risultati diventano più discutibili - e varrebbe la pena forse fermarsi a riflettere un po' più a lungo di quanto è stato fatto finora, sulle "applicazioni pratiche" di questo atteggiamento, quali risultano, ad esempio, nei racconti selezionati dallo stesso Mozzi (e da Silvia Ballestra) per la raccolta di esordienti Under 25, pubblicata con il titolo Coda dall'editore Transeuropa. Con tutte le cautele e i distinguo del caso, dobbiamo dire però

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