Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

sco il patto fondamentale che ogni autore dovrebbe stringere con il lettore: raccontare storie, costruire personaggi, inventare mondi e intensificare la realtà, a_ggiungerlequel di più che la arricchisce conoscitiva mente ed emotivamente. Ma in secondo luogo dal fatto che dietro le sue polifoniche modulazioni il cuore della narrazione infinita di Hrabal ci appare visto da qui e da oggi una sorta di interminabile variazione su un motivo fondamentale: come sopravvivere in quanto uomini e narratori al secolo buio, negli anni più bui del secolo, nei suoi luoghi più bui, o torvi, come li definiva Ripellino. Il quale ha dato dei personaggi di Hrabal una definizione semplice e insuperabile: "i suoi eroi sono omini da nulla, che si ingegnano di accomodare alla meglio la propria vita nelle strettoie di un regime oppressivo". Con quale strategia è chiaro in ogni pagina di Hrabal: mulinare storie da clown sull'orlo del baratro, o meglio da pabitel, per usare la parola che Hrabal ci ha reso familiare, quel tipico chiacchierone sfacciato ed esagerato che ha definito come "il contrappeso del personaggio civilizzato e intellettuale"; "unire - si legge nella postfazione a Lacittadina dove il tempo si è fermato - coscienza e incoscienza", vedere e non vedere, sentire e non sentire, per condurre, "la lotta dell'hominismo contro l'umanesimo formale e convenzionale". Naturalmente - aggiungeva - con "la coscienza della vanità di tale lotta". Eancora, elemento fondamentale di questa elementare ed elaboratissima strategia letteraria ma evidentemente non solo letteraria, rallentare, deviare, divagare. Nell'Uragano di Novembre, alla fine cioè di una traiettoria narrativa ed esistenziale, raccontando dal suo punto di vista la sua (non) Rivoluzione di Velluto, Hrabal eleverà a suo eroe il nostro concittadino Fabius Cunctator, ossia li Temporeggiatore, l'eroe romano che sconfisse Annibale indietreggiando davanti a lui (eroe romano e tolstoiano, potremmo dire). Sul piano letterario stilistico e letterario queste strategia dilatoria e divagatoria è il cuore dell'affabulazione di Hrabal (come scriverà ad Aprilina, "io non sono nient'altro che uno che viene continuamente deviato dalla strada intrapresa, quindi non si meravigli se a volte il mio scritto scarterà a sinistra e altre t volte tirerà dritto, a volte rinculerò pure": tipico della strategia hrabaliana, tra ironia e understatement, è far figurare le sue scelte come inconsapevoli ed obbligate - e in quanto tale innocenti, dunque: e qui entra in gioco quel nodo di paure e sensi di colpe che, se ci fosse bisogno, gli ultimi scritti hanno reso evidente). Ma qui, fedele all'oggetto, vorrei anch'io divagare un momento. ElsaMorante diceva che un grande scrittore si riconosce dal fatto che in dieci righe tu lettore trovi già indicato, delineato il suo mondo. Questo per Hrabal è naturalmente facilissimo da verificare; basta aprire una pagina qualunque di uno qualunque dei suoi libri. Ma dire quale mondo è invece difficilissimo. Non certo un mondo e un tempo preciso (Sergio Corduas ha già notato come i libri di Hrabal "non si collocano quasi mai in un tempo e in uno spazio definiti" - fino agli ultimi, potremmo dire, fino a Uragano e Paure totali che hanno un proprio tempo e spazio, un doppio tempo e un doppio spazio, a dire la verità - ma non vorrei divagare troppo). Quale mondo, dunque? È vero quello che diceva Ripellino, naturalmente, quelle "strettoie di un regime oppressivo" sono gli argini del fiume narrativo di Hrabal, ma non basta, perché noi sentiamo che continuamente Hrabal straripa, dilaga, tracima, che con la forza della sua invenzione quegli argini li supera, li seppellisce, li cancella; ce li fa dimenticare, non vedere e non sentire dopo averli visti e sentiti. Aveva ragione dunque a barattare la sua diserzione nel momento decisivo della caduta di quel regime - il rifiuto di firmare l'appello di Havel e di altri intellettuali, oppositori, ex dissidenti, "Alcune frasi", alle porte della Rivoluzione di Velluto ideale ripresa delle "Duemila parole" - con la pubblicazione finalmente libera di Una solitudine troppo rumorosa, per venire a quel trauma finale che ha formato l'oggetto dell'insistito autointerrogarsi dell'ultimo Hrabal? Non credo che noi possiamo rispondere per lui, ma solo rispettare quell'angoscia e quelle paure che Hrabal ha così mirabilmente, così convulsamente confessato, con una consapevolezza che può sorprendere solo se ci si era fatti depistare dalla sua antica, simulata ingenuità: "Di fatto, Aprilina, io sto al mondo solo per scrivere la Solitudine troppo rumorosa..." O ancora, risalendo agli anni bui del regime "continuavo ad aver paura, ma ho continuato anche a scrivere, perché l'unica difesa contro la paura alla fine era la mia letteratura, la mia macchina da scrivere ..." Certo che colpisce quest'esito e questo inevitabile interrogarsi finale, quest'incontro tra il grande gatto (la Storia e la Politica di questo secolo) e il topolino Hrabal, l'incontro aggirato e sfuggito per tutta la vita, con quali contorcimenti pratici e morali in questi ultimi libri Hrabal ha dettagliatamente narrato, ha letteralmente confessato. Per

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==