..... e er 'cr1t1 e Hrabal VEDERE O NON VEDERE NEGLI ANNI TORVI DI PRAGA MarinoSinibaldi N ella prima scena di Ho servito il Red'Inghilterra il protagonista viene afferrato per l'orecchio dal suo nuovo principale che gli intima '"Tu sei qui un apprendista cameriere e quindi ricordati. Tu non hai visto nulla e sentito nulla. Ripeti I' E io dissi che al lavoro non vedevo nulla e non sentivo nulla." Ma il principale non si accontenta di questa assicurazione perché subito dopo cambia orecchio, gli tira quello destro e dice: "Ricordati però che devi lo stesso vedere e sentire ogni cosa. Ripeti I E io ripetei sbigottito che avrei visto e sentito ogni cosa. E fu così che cominciai". Lo scrittore Hrabal mi sembra assomigliare a quell'apprendista cameriere. Del nostro tempo, della vita e dei dilemmi degli uomini del nostro tempo sembra avere tutto visto e sentito, e invece tutto voler rimuovere, dimenticare, fingere di non vedere e sentire. Si è spesso indicati in Kafka e Hasek i suoi maestri, ma che gli abbiamo insegnato davvero Hrabal lo ha rivelato in un'intervista (si trova in coda a Treni strettamente sorvegliati) in cui così li definiva; "Kafka, doctor ignorantiae, maestro del non saper vedere; Hasek, dottore dell'apparente non volontà di vedere". Non saper vedere, non volere vedere o fingere di non voler vedere: la storia ceca ai tempi di Hrabal si è incaricata di rendere cupamente necessari questi insegnamenti strategici cui ha richiesto, perché Hrabal fosse lo scrittore che ha voluto essere, una fedeltà assoluta. Questa sorta di mossa del cavallo, che non ignora la realtà, la storia, anche la politica, ma le aggira (e le raggira), lascia meravigliato e in un certo senso sconcertato il lettore. Intanto perché in essa il massimo della naturalità dell'affabulazione coincide con l'assunzione delle più raffinate tecniche narrative del nostro secolo sintetizzando e sovrapponendo, come ha già notato un critico ceco, Antonin Jelinek, "cose che un tempo erano fra loro lontane: il crazy-grottesco e Ladislav Klima, Hasek e Joyce, il flusso del linguaggio popolare d'osteria e il flusso di coscienza", insomma l'highbrow e il lawbrow. Esi potrebbe aggiungere, anche solo a ripercorrere superficialmente gli apporti più o meno esplicitamente ammessi da Hrabal, i vari automatismi psichici freudiani e surrealisti ma anche l'action painting americana, per esempio. Ma nello stesso tempo sopravanza quei modelli e quegli apporti fino a rendere del tutto grottesco affiancare Hrabal ad altri narratori (o antinarratori) del Novecento. Tanto che c'è perfino qualcosa di patetico e stridente quando in coda a qualche suo capolavoro lui stesso cita, con devozione e credo senza ironia, un'artista irritante e vuoto come Salvador Dalì, certe prosopopeiche frasi di Breton o tecniche e metodi astratti e sterili, che hanno partorito un miliardesimo della bellezzaartistica che Hrabal ha dato al mondo. Naturalmente lo spaesamento è accentuato da quell'intreccio di umorismo, lirismo e tragedia che appartiene alla specifica tradizione della cosiddetta ironia praghese, così peculiare e in fondo inafferrabile per noi. Questa cifra complessa e originale, ragione di piacere infinito per le legioni di lettori di Hrabal, credo sia causa irreparabile di smarrimento e sconcerto per i critici, oltreché, mi dicono, per i suoi traduttori - Hrabal, dal suo punto di vista, la vedeva cosi; "Il fallo è che io non so scrivere e loro poi non sanno che pesci pigliare". Comunque sia, francamente ritengo quasi impossibile il tentativo di inseguire criticamente le piste di Hrabal; tanto più dunque ho trovato rassicurante l'invito di oggi che ci coinvolge in quanto suoi "lettori italiani" che, come ha scritto Pier Vincenzo Mengaldo, sulle ex pagine libri dell'Unità, ritengono che "da quando egli non c'è più il mondo sembra veramente più misero". Perché solo lettori, e lettori ammirati e innamorati, mi sembra si possa essere di fronte a Hrabal; il critico invece non può che deporre le armi, in segno di omaggio e di resa. Lo dico anche pensando a quelle che mi appaiono come le grandi tendenze e i grandi scrittori del nostro tempo, Tra i viventi - o meglio; tra quelli che erano viventi fino a un mese fa, appunto in una ideale e personale graduatoria penso a tre veramente grandi e importanti; ma mentre per gli altri due - non ne farò i nomi, sono cose che si fanno solo per gioco e tra sé e sé - ho già in mente il modo di definirli e di inquadrarli, alla luce di quella che io penso sia una classificazione, una possibile tassonomia delle scelte narrative, per il terzo di questi grandi, per Hrabal, nulla di tutto questo è possibile. Ciò non vuol dire che sia il più semplice, immediato, spontaneo dei narratori, come pure a volte, col suo raccontare largo e fitto, così legato all'oralità del raccontare, può sembrare, ma che sfugge ogni schema, ogni tentativo di inquadramento: non funzionano nemmeno quelli che Hrabal forse avrebbe accettato o persino si sarebbe augurato, quando parlava dei suoi antecedenti - Kafka, Husak, il surrealismo e altre avanguardie. Il motivo è che intanto la grandezza di Hrabal non si afferra se non a partire dal fatto che è lo scrittore di questo tempo che meglio ha rispettato senza però banalizzarlo
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