• N • . 01[ racconti Jean Bemard Pouy mo questi lavativi. ... per finire in bellezza, come a concludere un patto che non esisteva, Emile annunciò con voce tonante a Miche! che gli avrebbe offerto un bicchiere. Intanto controllava con la coda dell'occhio i tre redskin che prendevano accordi, le teste basse insaccate tra le spalle e si separavano, le braccia penzoloni che smuovevano appena l'aria pesante, diretti verso il caffè, l'aria feroce e definitivamente vendicativa. Nel frattempo gli spagnoli si erano arenati di brutto. Incapaci di ricordare la direzione, i cambi e i treni da prendere erano rimasti a lungo seduti sulle panche di plastica della stazione, lungo i grandi muri curvi di ceramica e, sbalorditi, erano venuti in contatto con l'universo sotterraneo urbano. Non riuscivano a capire il relativo silenzio di tutta questa massadi gente che non cambiava umore neppure al suono del sassofono di un grosso nero, con i ridicoli capelli a trecce che spuntavano da un gran berretto di lana a colori sgargianti. Tutti quanti avevano l'aria triste, stanca e annoiata. Molti tenevano il naso affondato tra le pagine di un libro o di un giornale. Videro donne giovani e belle vestite come mai avrebbero potuto al paese. Videro uomini ben più poveri di quanto essi stessi non avrebbero mai potuto essere e così un po' di fierezza li rimise ritti sul sedile, ma senza condiscendenza, del resto non erano mica coloni o cose del genere, piuttosto un sentimento che li liberava dalla vergogna di essere lì a chiedere, fermi ad aspettare anche se l'immobilità e l'attesa non erano normali. Seguirono silenziosi con lo sguardo quegli uomini sporchi, distrutti dal vino che portavano in bottiglie dall'aspetto dubbio, sbraitare, barcollare e sputare fiotti di insulti. Guardarono stupiti tutta quella gente ammucchiarsi in ordine, senza far casino, come se cercasse di non toccarsi e schiacciarsi dentro i vagoni. Un popolo incivilito e stranamente muto, sardine senza testa nella stessa scatola, unte. Juan tirò fuori il foglio che teneva piegato nelle profondità delle tasche dei calzoni di velluto, l'indirizzo del cugino che ora gli sembrava abitare in capo al mondo. Il cugino che l'estate prima era tornato al paese con la Renault nuova di zeccae che gli aveva detto: venite, non importa come, sarete infelici e saremo infelici assieme. Ma lavoreremo, risparmieremo. Bisognerà chinare la testa all'inizio, lasciarsi dire qualsiasi cosa, limitarsi a star curvi sulla pala e sulla chiave inglese. Poi, poco alla volta, ci si infila nei piccoli spazi che fanno passare il tempo e si ripensa al paese, ai ginepri, all'oceano e un giorno si trova la forza di ritornare. Juan fermò diverse persone per far leggere l'indirizzo che il cugino aveva scritto a mano sul pezzetto di cartone. Quasi tutti giravano la testa dall'altra parte e filavano via nella direzione opposta oppure si affrettavano a salire sul treno impaziente. Non osava chiedere alle donne, non si sa mai e tra gli uomini sceglieva quelli con il viso meno segnato dalla stanchezza e dal nervoso, uomini che magari avrebbero anche potuto sorridere. Uno o due di loro si fermarono, lessero il cartoncino e alzarono le spalle in segno di impotenza. Un altro diede a Juan una moneta senza neppure leggere. Lui colpito, disfatto, mortificato, non riuscì nemmeno a reagire. Si limitò a fissare i compagni seduti, gelati, gli occhi così spalancati che dimenticavano di battere le palpebre. I tre galiziani silenziosi, quasi disperati dopo l'elemosina, decisero di risalire -in senso stretto e figurato- alla superficie. Almeno ci sarebbero stati aria e sole, quell'albero non lontano che era un tulipano o un pesco cinese, forse addirittura una camelia gigante. Fuori c'era il sole e una gran luce. Siccome erano usciti da un diverso accessoalla metropolitana, ebbero l'impressione di non essere più nello stesso posto. Riconobbero la zona guardando verso il centro della piazza, verso il giardinetto circondato dal traffico. Ebbero l'impressione che ci fossero meno macchine, che tutto fosse diventato un po' più fluido, che sarebbe stato possibile attraversare e tornare al punto di partenza per ricominciare da zero. Non erano nemmeno in grado di riconoscere il caffè che li aveva accolti poco prima. Mentre stavano per mettersi a discutere sul da farsi, Enric bestemmiò forte e indicò il camioncino che girava lentamente intorno alla piazza: era quello che avevano preso a lrun a che li aveva mollati lì tre ore prima. Enric mollò le valigie e gli corse dietro, poi si fermò, pensando che avrebbe fatto un altro giro. I tre spagnoli seguirono con lo sguardo il veicolo che spariva dietro il giardino, riappariva dall'altro lato, lasciava passare altre auto e tornava verso di loro sfiorando il canaletto di scolo. Mulinarono freneticamente le braccia come se fossero su un'isola deserta e avessero visto il fumo di un transatlantico salvatore all'orizzonte. Alla fine il camioncino si fermò vicino a loro. L'uomo col berretto di cuoio fece segno di montare in fretta, con gesti eloquenti e nervosi. Dietro la cassa l'oste aspettava con una certa impazienza che il tipo finisse il suo secondo bicchiere di sauvignon. Fuori vedeva i tre redskin che si disponevano in posizione strategica: le due uscite e il vicolo verso il viale. Uno era appoggiato a un albero, il secondo seduto sul tetto di un'auto in sosta, il terzo passeggiavasu e giù con aria distratta. Ma Miche!, convinto di aver trovato un interlocutore al suo livello, tentava di avviare una conversazione del genere ideologico, tendenza bistrot. Finché Emile ne ebbe davvero piene le palle. Si chinò sul banco e, a voce bassa, gli disse sinteticamente che lo considerava un buco di culo e che era nel suo interesse togliersi di lì al più presto se no avrebbe liberato il cane e, per sottolineare quanto detto, mormorò qualcosa a Cobra il quale, con le zampe sul lavandino, si mise ad abbaiare furiosamente, arricciando le labbra per scoprire -con un ringhio sordodei bei denti un po' ingialliti alle gengive. Miche! impallidì e senza nemmeno chiedere il resto uscì dalla porta di sinistra. Non aveva fatto due passi sul marciapiede che uno dei redskin lo abbordò e gli fece una domanda generica, preambolo obbligatorio per non colpirlo a tradimento. Miche! si prese il primo calcio in pancia senza nemmeno vederlo arrivare. Caddeall'indietro senza fiato, ma si rialzò in fretta e si preparò alla lotta che, in fin dei conti, aveva voglia di ingaggiare. Ma quando vide gli altri due, quando si prese un colpo rabbioso all'anca, si disse che la salvezzapoteva essere solo nella fuga, non era il caso di fare i gradassi, meglio salvare la geografia intima e in seguito lamentarsi con chi di dovere. Corse verso sud. Gli spagnoli, appena si furono seduti sul retro del camioncino si lasciarono strapazzare alla grande. Non capirono niente di quello che diceva il tipo, ma vedendo altri due uomini seduti, i pacchi legati con lo spago, uomini che avevano il loro stesso modo di guardare, compresero che i loro ospiti erano andati a prelevarli per un trasporto di gruppo. Quindi la mattina avevano detto di aspettarli e loro non avevano capito. Roger si calcò in testa il berretto di cuoio, si disse che aveva perso fin troppo tempo e che avrebbe dovuto darci dentro fino a Saint Quintin. Accelerò, mise la seconda, la terza e imboccò il Boulevard de l'Hòpital facendo il pelo alle auto in sosta. Vide troppo tardi il tipo, un'ombra con il giubbotto marrone chiaro che, saltando come un coglione sopra i paraurti, attraversava correndo senza guardare. Lo prese in pieno, evitando per poco un altro ragazzo con il cranio rasato che schivò il camioncino. Dietro, sul cassone, le valige dei tre galiziani e dei due marocchini si erano mescolate. Gommeun lundi in Piaced'ltalie, 1991 Presses Pocket e in Lachasseau tatoudanslapampaargentine,1993 Canaille. TraduzionediAntonellaViale
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