Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

L'oste risalì i gradini bordati di acciaio lucido, si ricordò che una volta lì c'erano dei piccoli cartelli pubblicitari in metallo, tornò nel suo locale, un po' sudato e abbracciò la moglie Consuelo. Anche lei aveva attraversato la frontiera in questa direzione molto tempo prima e senza averne legalmente diritto, ma per altre ragioni. Emile era militare a Bayonne quando i pescherecci spagnoli avevano cominciato a sbarcare i primi profughi repubblicani. Lui era di Aurillac. Aveva già dato, all'immigrazione, salendo a Parigi. Legnae carbone, a quell'epoca valevano bene merluzzo e gazpacho. Emile ingollò un bel bicchiere di Volvic, l'aroma di casa, e rise tra sè quando vide le giacche blu profilarsi all'orizzonte del viale. Riseancora di più immaginando i pulotti arrivare e fare fiasco e la faccia del giovanotto, questo delatore così parigino, quando avrebbe cercato di convincerli di non averli presi in giro e immaginando la sorpresa dei quattro skin -piazzati in fondo al locale da un'ora a bere birre su birre schiamazzare e ruttare- all'arrivo della madama, certi che fosse lì per i loro begli occhi. C'era da prevedere del movimento, un po' di sport. Consuelo aveva già risciacquato i bicchieri degli spagnoli, il tavolino e messo a posto le sedie. Nessuna traccia. I tre poliziotti entrarono nel locale guardando da tutte le parti, preceduti dal tipo col giubbotto in finta pelle. Dalla sala interna, dalla parte dei rapati, silenzio assoluto. Un bel quadretto, pensò Emile. Sei piedipiatti facevano davvero il loro dovere, cosa probabile, delusi dal vuoto di spagnoli sarebbero andati a rompere le balle ai pelati pieni di birra laggiù in fondo, documenti, forse una piccola perquisizione, non male come idea e di sicuro avrebbero inciampato in un coltello o in un bastone snodato o magari addirittura nella mazzada baseball che irrigidisce la manica. Così imparano, i fasci! meditò Emile, tifoso di calcio innamorato delle tribune popolari dove si ride e la monelleria parigina si esprime al meglio. Non andava più al Pare des Princes da quando gli skin e gli stronzetti di estrema destra avevano invaso la curva Boulogne scandendo Jean Marie al potere! e Barelli a Auschwitz! Finché si comportavano relativamente bene non poteva vietargli l'ingresso nel bar, ma una volta che poteva farli cagare sotto, questi fetenti di rasati, non doveva esitare. Da qualche settimana giravano nella zona riversandosi a volte nella sala, seminando in disordine bicchieri di birra sui tavolini. Un paio di volte Emile era stato tentato di mollare Cobra, ma si era trattenuto: il cane non avrebbe capito perché, improvvisamente, aveva ottenuto il diritto di mordere e attaccare. L'oste aspettava da un po' l'occasione di rompere razionalmente i coglioni a questi arroganti. E il giorno benedetto era arrivato. I poliziotti, dopo una rapida occhiata, si erano accorti dell'assenza degli spagnoli - Emile spiegò, indicando la direzione opposta, che avevano tagliato la corda in tutta fretta- e si erano messi a guardar storto Miche!, il quale sembrava avere urgente bisogno di uscire a prendere un po' d'aria. Emile gli salvò le palle indicando gli skin in fondo alla sala, protetto dal suo muro di bottiglie, mimando efficacemente ai poliziotti quanto gli sembrasse problematica la presenza di quella gioventù pericolosa e senzadubbio vulnerabile a un controllo approfondito. li piedipiatti in capo capì al volo, ringraziò con un cenno l'oste, che aveva ormai classificato come un informatore ancora sconosciuto. Emile udì delle imprecazioni, delle grida, spintoni e un certo nervosismo. Poco dopo gli sbirri uscirono tenendo per la collottola uno degli skin, direzione questura. Alla cassa, Miche! era stravaccato davanti al suo sauvignon e guardava tutto quell'andirivieni, rassicurato perché non gli avevano chiesto più nulla riguardo alla sua denuncia a vuoto, visto che gli iattini avevano trovato comunque qualcos'altro da mettere sotto i denti. Gli altri tre skin uscirono dal caffè subito dopo, sguardi in tralice, bocca torta pronta all'insulto, seguendo con gli occhi il compagno catturato, chiedendosi per quanto avrebbero dovuto aspettarlo e forse progettando piani d'attacco. Quello che chiudeva la fila aveva un magnifico giubbotto di pelle logora, decorato sulla schiena con lettere rosse. Emile lesse: REDSKINS.Appena il ragazzoebbe oltrepassato la porta Miche! uscì dal suo mutismo vigliacco. Stronzi! mormorò mezzo tra sè e mezzocercando l'approvazione dell'oste. Già, rispose Emile. Sono come il Canada Dry, continuò Miche!, si spacciano per quello che non sono. Come sarebbe a dire7 chiese Emile. Sono spacconi, bolscevichi, sputò Miche!, teppisti di quelli che assaltano le periferie, rossi che fanno servizio d'ordine per SOSracisme e stronzate del genere. Lo sapeva bene lui, era stato alle manifestazioni e una volta -alla Butte aux Cailles- li aveva visti pestarsi con altri rasati come loro e non era stato un bello spettacolo. Emile, colpito, si diceva: allora ho fatto la puttanata del giorno, peggio per me, non bisogna mai giudicare la gente dall'aspetto. Proprio per il suo aspetto, la pancia, i baffoni e il dobermann il frontista nazionale del cazzogli dava fiducia, credendo di avere a che fare con l'oste tipico che tiene la pistola sotto la cassa, pronto a sparare su tutto quello che non è inecquivocabilmente autoctono. Emile cercò di rassicurarsi: a conti fatti era in pari con la buona azione di prima, ma aveva l'amaro in bocca. Diede ordini alla moglie e al cameriere, disse a Miche! che ci avrebbe pensato lui, allo skin che i poliziotti avevano portato via e uscì dal caffè, diretto al commissariato. Miche! si disse che forse -se si reagiva in maniera sana come quell'oste- la gente del quartiere. i veri abitanti del tredicesimo, quelli che avevano conosciuto la meravigliosa aria di paese di una volta, quando dalla Porte d'lvry fino ai Gobelins tutto era candido e si poteva cacciare a pedate l'HongKong-sur-Seine che gialliva il quartiere fino sulla Rive Droite, per esempio. Anche se i cagariso, se non altro, erano riusciti a soppiantare gli arabi. I tre redskin superstiti aspettavano sul marciapiede, incerti sul da farsi, ma sicuri che non fosse il caso di rimanere lì troppo a lungo, se no sarebbe toccato anche a loro e allora fecero finta di aspettare l'autobus. Discutevano tra loro a parole smozzicate, si chiedevano perché gli sbirri fossero piombati loro addosso così all'improvviso e che, davvero, viva l'anarchia, morte ai porci, hasta la victoria siempre! che ancora una volta li avevano presi per fetenti fascisti e si chiesero chi aveva potuto mettergli la polizia al culo, forse il grosso stronzo dietro quella cassache avrebbero fatto a pezzi alla prima occasione, con gli altri compagni, una di queste sere, spranghe o molotov. Esi irrigidirono, pronti a picchiare, quando videro l'oste che attraversava di corsa la strada nella loro direzione, facendo segnali discreti. Mentre passava accanto al gruppetto senza fermarsi, guardando altrove, Emile disse in fretta che li aveva denunciati quel tipo col giubbotto appoggiato alla cassa. L'aveva sentito e lo conosceva bene, era un pezzo grosso di LePen nel quartiere. Quindi Emile fece finta di esitare a entrare in questura, si fermò in fondo ai gradini e fece marcia indietro per tornare al caffè pensando amaramente che era la seconda volta della giornata -lunedì di merda- che denunciava qualcuno convinto che fosse per una buona causa. Ma l'errore grossolano con i redskin gli era rimasto sullo stomaco e bisognava assolutamente che si sbarazzassedi quel peso altrimenti non sarebbe mai più riuscito a guardare in faccia Consuelo. Accanto alla cassaMiche! sembrava aspettare il risultato della spedizione. Emile si lanciò in una spiegazione fumosa: non avevano voluto ascoltarlo, proprio lui! fenomenale la polizia! e bisognava continuare a foraggiarli a non fare un cazzo, perché in effetti è con i nostri contributi che ingrassia- •

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