N . . 01[ (3CCO □ tl JeanBemardPouy più tardi qualcuno gli aveva spiegato che il 14 luglio è la festa nazionale dei francesi e che quelle manifestazioni di giubilo non erano propriamente riservate a loro. In ogni caso era più facile traversare i Pirenei che quella piazza. Nondimeno erano pazienti, trent'anni di miseria li avevano dotati di una saggezzache la gente di qui, alvolante, sembrava non avere più. Edi colpo, infreddoliti e rinchiusi in se loro stessi, si erano seduti su una panchina ancora umida di rugiada, avevano aperto una delle valige e tirato fuori da mangiare e da bere, il salame spesso e un po' troppo secco, il pane, il vino, il pecorino con la crosta verdastra, i fichi secchi, le scatole di sardine, tutti questi gusti mescolati ricordavano casa, fermavano i ricordi, non facevano ancora rimpiangere di essere partiti così, completamente allo sbaraglio, ma davano l'illusione di essere ancora in viaggio, che fosse normale tutta questa incertezza, che dovevano ben aspettarsi questa facciata, un paese diverso, il Nord, la ricchezza.. Di fronte, alla fermata del 27, un uomo giovane, occhi chiari, capelli abbastanza lunghi, le mani nel giubbotto di finta pelle, aveva lasciato partire parecchi autobus che avrebbe invece potuto prendere, per poter guardare i tre, osservarli, spiare da lontano ogni loro minimo gesto. Sembrava persino compatirli un poco. Aveva riconosciuto il fisico tipico dei galiziani. passavada parecchio le vacanze a Caamano, sulle rive dell'Oceano grigio, non lontano da SanGiacomo di Compostela, non che per lui fosse un pellegrinaggio, semplicemente vacanze in un posto a buon mercato e in più parlava bene la lingua. Si chiedeva come questi tre tipi fossero arrivati nel bel mezzodi Piace d'ltalie, proprio degli spagnoli. Mentre è del tutto normale trovare degli italiani in piazza di Spagnaa Roma, ridacchiò tra sè. Ma questi tre, un autentico mistero, l'unica spiegazione era che una macchina li avessescaricati sul bordo del giardinetto, in mezzoalla piazza. Un bello scherzo schifoso, una vera porcheria; prova ad attraversare a quest'ora e vai dritto all'ospedale. Li aveva visti sedersi in cerchio, chiudersi in se stessi e tirar fuori lo spuntino; aveva sentito risalirgli in bocca il sapore del merluzzo al pomodoro. Allora il giovane smilzo, acrobata al limite del suicidio, attraversò la piazza zigzagando tra automobili, camion, moto e bus per andare a raggiungerli. Gli spagnoli lo videro volteggiare dicendosi che loro, con le gambe corte e le valige grandi, mai avrebbero potuto fare altrettanto. Poi si chiesero cosa veniva a fare lì un francese, non c'era niente intorno, non era nemmeno un posto dove bighellonare e c'erano solo loro a occupare il campo. Il giovane li abbordò pazientemente e si presentò, capirono Miche!, Miguel, parlava spagnolo come una vacca francese, ma riuscivano a seguirlo lo stesso. Un po' scettici, si lasciarono andare poco a poco a una fiducia educata, quando compresero che forse quel giovane poteva aiutarli o almeno dava questa impressione, quando si accorsero che sapeva da dove veniva il salame, che parlava del vino di casa loro e che più o meno conosceva i luoghi dove avevano passato la prima parte della loro vita da cani. Avevano comunque l'impressione che fosse una stupidaggine puntare su Malpica, invece che sulla CostaBrava, gli alberghi, le spiagge, il mare caldo come piscio ... Allora si rilassarono un poco, gli offrirono persino un po' di salame e quello mangiò che pareva in estasi. Senzaammettere nulla spiegarono di essere in gita, che si erano persi e che qualcuno li aspettava nella Plaine Saint Denis. li giovanotto non era idiota, aveva subito identificato le facce diffidenti, la miseria evidente dei vestiti stazzonati e lisi e si era dato l'unica risposta ovvia: erano clandestini completamente alla deriva. Qualcuno, un trafficante di bestiame o un truffatore li aveva portati fin lì, gli aveva fregato tutti i quattrini e li aveva piantati, abbandonati a pascolare in compagnia del progresso. Parlarono ancora e Miche! si faceva sempre più gentile, attento, mentre i suoi interlocutori piano piano si rasserenavano e lasciavano cadere la loro prudente diffidenza, dopo tutto, pensò Juan, il tipo era un po' come il 14 luglio di Belle Ile. Senzadirgli niente di compromettente, tutti si chiesero se i loro guai non fossero finiti almeno per un po'. Quando il giovanotto propose di andare a prendere l'auto per accompagnarli, si dissero che forse era un'occasione da non perdere, che la gente qui è abbastanza ricca da non lavorare ed essere libera di aiutare il prossimo senza secondi fini né contropartite. Presero le valige, le chiusero con elastici e spago e, ammucchiati intorno al provvidenziale Miguel, si lanciarono nella traversata della piazza, gli occhi semichiusi, sotto le ruote delle macchine che sfrecciavano impazzite, nell'urlo dei claxon, sfiorando autobus puzzolenti, approfittando -i muscoli tesi al limite della tetania- di una fila ferma un attimo per scivolare tra i paraurti come tra l'incudine e il martello. Alla fine raggiunsero l'altra riva. Respirarono. Ridacchiarono. Sollevati. Enric disse, con voce rotta, che preferiva sempre una bella buriana forza otto. Miche! li condusse in un caffè lungo una grande strada, li piazzò a un tavolino, ordinò tre calici di beaujolais al padrone -un tipo corpulento, baffuto e col grembiule blu, l'aria arrogante mentre lumava i bagagli di questi clienti un po' scuri di pelle- e chiese loro di aspettarlo un momento, il tempo di fare un salto al garage e tornare a prenderli lì, davanti alla vetrina. Una questione di dieci minuti sì e no. Poi Miche! uscì dal caffè, attraversò il Boulevard de l'Hòpital e si diresse verso la questura, contento, nella sua testolina malfatta. Ne aveva abbastanza di immigrati in Francia, i clandestini finivano comunque nelle mani della polizia, queste tre scimmie sarebbero state riaccompagnate alla frontiera alla svelta, il giorno dopo ed era quanto di meglio potesse capitargli, tornare a crepare a casa loro. Non era il caso di sbarellare, era un sentimento buono, avrebbe evitato loro un sacco di rogne. Equel po' di galera che avrebbero fatto, gli avrebbe levato la voglia di tornare. L'oste baffuto, Emile, l'archetipo assoluto degli osti, con la sua bella trippa, lo sguardo torvo, il baffo ingiallito dalle Gauloise, calmò Cobra il dobermann paranoico che, da dietro la cassa, puntava il muso e ringhiava contro i tre tipi che bevevano il loro vino in silenzio. Emile seguiva con lo sguardo il giovanotto che aveva attraversato il viale correndo e già saliva i gradini della Casapulotta. Emile capì al volo, non aveva trippa al posto dei neuroni, diede un ordine alla moglie e al cameriere, balzò sui tre tipi e li costrinse a finire il vino a tutta velocità, li spinse fuori dal locale di forza, li fece attraversare la strada evitando chissà come altre macchine impazzite, li trascinò fino l'ingresso. della metro di fronte al municipio del 138linea Villejuif-La Courneuve- fece loro scendere i gradini quattro a quattro, li aiutò a passare i cancelletti e spiegò che dovevano andare in fretta, molto in fretta, in quella direzione là, scendere poi là, cambiare per andare là, e uscire là. Poi avrebbero potuto chiedere. Già che non sapevano dove andare, si sarebbero trovati più o meno al centro di Parigi dove, probabilmente, avrebbero avuto meno strada da fare. Tutto questo pure lui in pessimo spagnolo. I tre galiziani brasati, sballottati come bottiglie di plastica tra le onde, non erano granché convinti. Ma l'oste gli allungò un biglietto da cento, aggrottò i baffi, disse semplicemente guardia civil! e li spinse verso la scala. Questo colpo della banconota nessuno è mai stato obbligato a farlo, pensarono i galiziani.
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