ascol Come un Lunedì Un lunedì verso le undici. proprio al momento giusto, quando il traffico diventa inestricabile, una maglia d'acciaio in movimento, una trottola metallica, il camioncino li aveva sbarcati. Non sapevano perchè. In Spagnasi erano occupati di loro con tanta efficienza e ora li scaricavano così, abbandonati di colpo, senza istruzioni, come adulti bambini. Arrangiatevi! Sapevano bene che tutto era illegale nel loro viaggio. Partiti a piedi da Malpica di notte come contrabbandieri, avevano viaggiato in treno quasi di nascosto, da LaCoruna sino a lrun e lì, alla stazione. avevano incontrato il loro contatto, al tavolo lercio di un buffet che gli era sembrato comunque un palazzo da mille e una notte. Poi, col buio, il passaggiodella frontiera, muti, spaventati, nascosti dietro i bidoni, non avevano nemmeno sentito abbaiare i doganieri. Dopo, una lunga strada che pareva non curvare mai sotto le natiche doloranti. A Bordeaux avevano ricevuto i documenti e un po' di soldi, un anticipo, aveva detto l'uomo con il berretto di cuoio e aveva spiegato che li avrebbe lasciati a St. Quintin. Non avevano capito. Fuori dal villaggio il mondo era grande e sconosciuto. chilometri e chilometri di altrove. Subito avevano pensato a un imprevisto, un cambiamento di programma. Anche i loro ean Bernard Pouy passatori temevano la polizia, ma in Francia non c'era la Guardia Civile probabilmente ci si poteva mettere d'accordo. Ora si trovç1vano in quella specie di giardino rotondo, triste, squallido malgrado un grande albero fiorito di rosa. Tulipani, aveva detto Juan, ma no, somaro, aveva ribattuto Enric è un pesco cinese, il terzo non aveva osato dire che si trattava di una grande camelia. In mezzoc'erano una fontana, qualche panchina e un po' di verde completamente accerchiato dalle macchine, talmente impregnato dell'odore di benzina da farli tossire. Palazzi grandi e moderni da una parte, dall'altra grigi e lontani. Intorno una cortina d'alberi sottile, come se tutta la vegetazione fosse destinata a essere divorata dai gasdi scarico. Parlarono a lungo a bassavoce, nonostante il casino assordante, sperando che i passatori tornassero dopo aver risolto i loro problemi, un semplice cambio di mezzooppure le trafile burocratiche. Complicate quelle. Dopo un'ora erano storditi e ubriachi di rumore, di puzza, di immagini indistinte delle automobili lanciate in quella giostra infernale, dall'idea vaga e tremolante della città che avevano desiderato e che non si lasciava afferrare. Decisero di muoversi e, sollevate le valige legate con Io spago, tentarono più volte di attraversare. Erano tre piccoli uomini tarchiati, irsuti e bassotti come sono i galiziani, uomini che arrivavano dalla punta estrema dell'Europa, non lontano da Capo Finisterre, rudi, che non conoscevano altri drammi se non la furia dell'oceano, i pescherecci salpati senza di loro, la disoccupazione e la miseria totale che i turisti di passaggiochiamano autenticità. Uomini che un giorno avevano deciso di partire per la Francia. Poco alla volta altri amici avevano già intrapreso quella nuova vita, fortunati che un anno tornavano con la Renault, un altro con la TV o il videoregistratore. Raccontavano che lassù faceva spesso freddo e che il lavoro era sempre duro. Dicevano che bisognava rischiare, non guardare in faccia nessuno, evitare i contatti, restare tra loro nei dormitori e poi lavorare, lavorare, lavorare. Questo, sgobbare, sapevano e volevano farlo. Legambe e le braccia avevano grossi muscoli duri. Quello che non sapevano fare era attraversare il flusso ininterrotto di auto che li rinchiudeva in questo giardino improbabile e già gli faceva rimpiangere le lande pelate di ginepro dalle parti di CaboSanAdriàn. Si dicevano, nella lingua loro, che prima o poi si doveva fermare stà giostra da matti. che si sarebbe aperto un varco per andare dall'altra parte della piazza. Non era possibile altrimenti. se no questo giardino non aveva senso: qualcuno doveva ben curarlo. E chi si sedeva sopra tutte quelle panchine? una volta dall'altra parte, come dopo aver passato il fiume di metallo fuso che circonda l'inferno, avrebbero trovato dei compatrioti, avevano dei nomi, Juan addirittura l'indirizzo di un lontano cugino. Non erano partiti nudi e crudi, fidandosi ben poco dei trafficanti di bestiame che li avevano trasbordati. cosa che mai avrebbero potuto fare legalmente. Avevano anche pagato per questo e, malgrado il magro anticipo ricevuto, erano in rosso di un bel po' di pesetas e ora si chiedevano se non si fossero fatti fottere, proprio dalle persone che dovevano portarli un po' più lontano per rivenderli di nascosto a un altro trafficante, quello che aveva la merce, la sola che conta, il lavoro. EEnric ricordava l'unica immagine che aveva della Francia, una storia già vecchia, quando era sulla Maria D. un grosso peschereccio possente malgrado lo scafo che sembrava costruito con la ruggine. Avevano preso a bordo un tipo ferito su una piccola barca a vela, l'albero spezzato, una gamba pure; quanto al morale, neanche a parlarne e avevano cambiato rotta per portarlo su un'isola della Bretagna, Belle-Ile, dove c'era un ospedale. Arrivati in porto, passando accanto a tutte quelle belle vele ormeggiate in mezzo alla rada, erano rimasti di stucco vedendo tutta quella folla venuta ad accoglierli e poi c'erano stati fuochi d'artificio esagerati e avevano creduto fossero per loro e avevano sbarcato il tipo, un'ambulanza lo attendeva e si erano presi la ciucca più tosta della loro vita, tanto da dimenticare la marea e la Maria D. si era coricata su un fianco e avevano dovuto aspettare sei ore e avevano bevuto e ribevuto, ballato e cantato, fatto gli asini con altri marinai. birra e vino traducevano ed erano ripartiti, non sapevano ancora come, con la testa piena di stelle, facendo lo slalom tra i grattacieli galleggianti immobili nella luce del primo mattino. Molto tempo
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