È importante allora ricordare che Mario Giacomelli è il fotografo italiano più conosciuto nel mondo? Che le sue fotografie sono esposte nei principali musei, dal Moma di New York, alla Biblioteca Nazionale di Parigi, al Victoria and Alberi di Londra, al Puskin di Mosca, fino al Metropolitan Museum of Photography di Tokyo? No, è più importante che siano conservate, indelebili, nella nostra memoria. Queste sue immagini si ripresentano ai nostri occhi, al nostro ricordo, mentre ascoltiamo le sue parole, in questo suo gioco continuo di svelarsi e nascondersi. L'abbiamo incontrato alla Galleria Photology di Milano proprio in mezzo alle ventotto fotografie che raccontano, reinterpretandola e reinventandola, la breve lirica di Luzi. Il nostrocolloquioiniziaricordandoa Giacomelliunasuaajfermazio?,e:"Forse io sonocosì:nonvogliofarmi capireper esseremeglio capito ... Sì, è vero che ho detto questo. Ma in fondo non saprei spiegare il senso di quella mia affermazione. lo faccio quello che sento: fotografo i miei pensieri. li problema per me è pensare e poi poter fotografare quello che ho pensato. Allora riformuliamola domanda:leisi nascondedietrolesuefotografieo si esprimeattraverso la fotografia? Forse sono dentro le fotografie. Lemie foto sono idee, stati d'animo e quindi un po' la mia carta d'identità. Sono dentro, nel senso che sono cose sofferte: ma anche cose godute. Sono le cose che io sentivo in quel momento e che passavano nella mia mente. Immagini per ricordare, per la mia memoria e per quanti hanno voglia di uscire dal quotidiano, dalla stupidità della vita di ogni giorno. Infondo, dunque,per lei, "quellocheconta è prendermile mie libertà". In chesenso? In tutti i sensi. Lemie libertà come specchiarmi, come conoscermi, come contatto con la natura. Sentirmi libero di dire o di dare le Sì, io racconto. E racconto la poesia non per quello che dice il poeta, ma per quello che mi trasmette, per la sensazione che mi dà la sua immagine scritta in parola, in segni. Anche la poesia in sostanza è segno: sono parole, date da un segno, dalla grafia. cose che io sento in quel momento. Riappropriarmi di quella libertà che ci viene spesso negata: la libertà interiore. Uno spazio, un silenzio per concentrarsi, per capire e per parlare con se stessi. Quindi è proprio veroquellocheunavoltaleihadetto: "Perme, non importailpaese, il luogoche è rappresentato,ma l'emozione,il contattoche c'è, chesi creatra me e la terra"... Sì, io penso che questo sia sempre vero. Non è il paese: qualsiasi paese può andar bene. L'importante è che, trasmetta a me qualcosa. Vorrei anche dire una cosa un po' segreta. Ho sempre pensato che non sono io che scelgo il paese o il paesaggio: è il paesaggio che sceglie me. Sedi fronte a un paesaggio io fotografo qualcosa che altri non hanno visto significa che è il paesaggio che ha scelto me. C'è un contatto, un legame tra la natura e la mia interiorità. Certo, sono gli occhi che vedono; ma quel che conta è lo sguardo, l'attenzione. È lo sguardo che blocca quel che sta di fronte e colloquia con l'interiorità. Lo sguardo decide. Questo è importante. lo non capisco molto di fotografia: non conosco le macchine, gli obiettivi, gli acidi. Di tutte queste cose, importanti per i fotografi, io non so niente. Lei è anchepittore e tipografo.Pensochelamanualitàsia importantee chevengaricuperataproprio nellamatericitàdellesuefotografie, per esempioquelledellaterre:un tipodipaesaggioparticolare,in cui quellochecontanon è ilpaesaggioma la terracomesi racconta, quindila "storia"di questeterre.Giacomelli,la terracomesegnoe la terracomeferita. La terra come ferita si rivolge anche al segno, ma va oltre il segno. Ferita, perché è calpestata, perché è distrutta. La terra, che è la cosa più grande che Dio ci ha dato, non viene goduta, non viene assaporata. Certo, soprattutto nei miei primi paesaggi, c'è uno scambio tra terra e contadino: la terra porta i segni fatti dal contadino. Adesso invece cerco la terra come invenzione, come segno. Anche nei miei primi
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