Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

lfotOgrafia I MarioGiacomelli AntonioRia Ho 6empre pen6ato di non 6cegliere il pae6aggio, ma di eMerne 6Celto. Se di bronte a un pae6aggio botograbo qualco6a che altri non hanno viMo, queMo · -il ~gno della 6celta. Ti arioCiacomelli èprobabilmenteilfotografoitalianopiù conosciutoal mondo.Nato aSenigalliail 1 ° agosto1925, hacominciatoprestissimoa dipin~ere scriverepoesie.L'incontrocon lafotografiaavvienenel1952 ('L'approdo" e altrilavori).Degli anni1954-1956 sonolefotografiedellasezioneintitolata"Vita d'ospizio",seguitedalleopere"Lourdes"(1959) e "Io nonhomani che mi accare;,:zino ilvolto" (1961-1963), ispiratada unapoesiadi DavidMariaTuroldo.Delperiodo1966-1968 è il ritornoall'ospiziosottoiltitolodi "Verràlamorteeavrà i tuoiocchi",da unapoesia di CesarePavese.Nel 1971partecipaallaBiennaledi Venezia.Nel 1992 ottieneilpremiointernazionaledifotografia"Cittàdi Venezia". Leoperedegliannisuccessivi("CarolineBranson",da "Spoon nveranthology",1971-1973; "Spa;ziopoetico",1976-1981; "Nonfatemi domande",1981-1983; "Ilmaredei miei racconti", 1984-1995; "Lanottelavalamente", 1995, da unapoesiadi MarioLuzi) sipresentanocomecomplessidi immagini,chereinterpretanoe rielaboranosuggestioniletterarie sguardisulpaesaggio. ~ ~ l e immagini non sono soltanto un mezzo per comunicare, ma anche simboli magici, stimoli creativi". Con queste parole Mario Giacomelli ha presentato la sua ultima mostra fotografica che si è tenuta alcune settimane fa contemporaneamente in tre città italiane e alla galleria Gaillard di Parigi. li titolo, La notte lava la mente, è il primo verso di una poesia di Mario Luzi. In questo lavoro Giacomelli - come osserva EnzoCarli nella splendida e vasta monografia La forma dentro, pubblicata da Charta - "invera i rapporti di conoscenza", sposta "i piani di lettura delle immagini", progetta "un nuovo itinerario visivo". Immagini come fantasmi, dunque, che sono il suo tormento ed estasi: immagini del suo linguaggio interiore. Insomma "fotografia come poesia". Perché- come giustamente ribadisce nel medesimo volume Jean Claude Lemagny, fino a poco tempo fa responsabile per la fotografia della Biblioteca Nazionale di Parigi - la creatività e l'originalità dell'opera di Mario Giacomelli non si misurano "esclusivamente in rapporto al mondo della fotografia, bensì in rapporto all'arte contemporanea nella sua totalità". Ecco perché le fotografie di Giacomelli. una volta viste, si fissano per sempre nella nostra memoria, ci "feriscono", come diceva Roland Barthes, "pungono" la nostra sensibilità. Chi non ricorda la serie dei pretini, lo non ho mani che mi accarezzino il volto (da un verso di David Maria Turoldo), in cui Giacomelli racconta l'emozione del gioco in seminario; o le palpitanti e crude immagini della vita in ospizio, cui Giacomelli diede il titolo da un passo di Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi; o le fotografie di Lourdes, come ultimo approdo per la speranza; o i tanti paesaggi, scarnificati come i volti rugosi dei suoi vecchi, nelle infinite "storie di terre"?

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