la. Eticamente e tecnicamente è un gesto di comprovabile insignificanza e semplicità. Ma nell'indice della mente del giudice non era previsto. Vi comparve in quel modo inaspettato, come venuto dal nulla, portato da una misteriosa epifania. Equel che doveva succedere successe. Il giudice alzò gli occhi, lesse oziosamente l'ora sulla pendola (sei e un quarto), constatò che nella stanza non c'era nessuno e poi, senza altra spiegazione che quella dell'umana debolezza, rimise il sette di fiori nel mazzo, esitò un attimo e sollevò un'altra carta dal tallone. Fante. Fante di picche. Una decina di minuti più tardi il giudice Boodman raggiungeva gli ospiti mescolando alla cordialità dei saluti le sue più umili scuse per il piccolo ma imperdonabile ritardo. Un occhio attento avrebbe riconosciuto in lui quell'eccesso di giovialità che solo hanno i mariti nell'istante in cui, avendo tradito la moglie, appurano di averla fatta franca. Solo alcuni giorni dopo il giudice Boodman iniziò a maturare la convinzione che, seppur in modo indiretto e certamente anomalo, non l'aveva assolutamente fatta franca. Tutto iniziò con una notizia un po' vaga pubblicata dai giornali: gli americani avevano sganciato una bomba di enorme potenza su una città giapponese. Ci volle qualche tempo perché il giudice Boodman acquisisse tutti gli elementi utili a identificare, in quella notizia, l'inizio della sua fine: la città giapponese si chiamava Hiroshima, la bomba era una bomba atomica, l'aereo che l'aveva sganciata era un B 29 soprannominato Enola Gay (dal nome della madre del comandante) e soprattutto: la bomba era esplosa - inaugurando una nuova era di terrore - alle 8 e 16(ora di Tokyo) del 6 agosto. A migliaia di chilometri di distanza, in quel preciso istante, il giudice Boodman stava rinfilando un sette di fiori nel mazzo, estraendone subito dopo un fante di picche Lacosa, per molti uomini, non avrebbe rappresentato altro che una curiosa coincidenza. Ma il giudice Boodman era un uomo strano e, come si è già sottolineato, di significativa caratura morale. Non ebbe dubbi: la bomba non sarebbe mai stata sganciata se lui non avesse barato al solitario. Quella bomba era il castigo di una colpa che era solo sua. Non è facile essere l'uomo che ha causato la prima catastrofe nucleare, e infatti il giudice Boodman iniziò a soffrire d'insonnia e a cadere in periodici stati di confusione mentale. Il sopraggiungere di un infarto e la lunga convalescenza lo portarono a uno stato di prostrazione fisica e psichica nei confronti del quale l'affetto della moglie Anne e dei figli Simone Peter si rivelarono alla lunga impotenti. Nonostante i loro sforzi, il giudice si mostrava indifferente a tutto: l'unica cosa che lo risvegliava dalla sua abulia era una spasmodica e irragionevole curiosità per tutto ciò che potesse riguardare la bomba di Hiroshima. La famiglia, che non conosceva il suo intimo dramma, assecondava questa sua mania, senza peraltro potersela spiegare. Per un po' il giudice fu affidato alle cure del suo medico personale, dottor Wright, e di alcuni farmaci antidepressivi. Poi, quando iniziò a dare chiari segni di squilibrio mentale, fu chiaro a tutti che era divenuto necessario l'intervento di qualche prestigioso psichiatra. Il giudice fu portato in una nota clinica della zona. Non oppose alcuna resistenza. Solo chiese che nella sua stanza, di fianco al letto, fosse appesa una foto che aveva tempo prima strappato da un rotocalco a grande tiratura. La foto mostrava un fungo atomico, era stata scattata in qualche atollo del Pacifico, ed era a colori. Il medico che lo curò si chiamava Benedict Benedikt. "Il cognome è quello con la kappa" come lui stesso aveva imparato a ripetere fin da bambino. Suo padre, Aulo Benedikt, aveva a lungo tentato di far soldi costruendo pianole meccaniche secondo un particolare brevetto a cui lavorò per anni fino a portarlo a perfezione intorno al 1940,e cioè esattamente quando la richiesta di pianole meccaniche crollò definitivamente in tutta Europa e, in definitiva, in tutto il mondo. Non fu un uomo dalla vita facile e ciò può aiutare a comprendere la sottile perfidia con cui, il 4 agosto 1913,in un grigio ufficio dell'Anagrafe, scelse per il suo unico figlio l'unico nome sbagliato tra i mille possibili. Il figlio si vendicò diventando psichiatra. In questa veste, come s'è detto, curò il giudice Boodman dal 1946 al 1951.Fin dall'inhio si rese conto di essere di fronte a un caso di straordinario interesse scientifico. Boodman - contrariamente a quanto pensavano i suoi nipoti Dick, Till, Polt, Mariane e Louise Anne Adelaide - non era pazzo. Non in senso clinico, almeno. Il complesso di colpa che abitava la sua mente non era stato originato da un evento in sé, quanto dalla scioccante e posteriore interpretazione di quell'evento. A scompigliare la mente del giudice non era stato il gesto minimo di barare al solitario ma la convinzione che ci fosse un nesso, sotterraneo ma oggettivo, tra quel gesto e una catastrofe dell'umanità. In questa particolare operazione logica il dottor Benedikt riconobbe qualcosa che non era imputabile alla contingente singolarità di una mente spiritosa, ma che era riconoscibile come una tendenza inconscia assai diffusa nel senso comune: la tendenza a credere che sotto la rete delle causalità esplicite il corso del mondo sia regolato da invisibili connessioni che abbinano le inezie a grandi eventi, il particolare al generale, il minimo allo straordinario. Le origini di una simile "credenza" erano sufficientemente misteriose e le sue conseguenze cliniche sufficientemente temibili da convincere il dottor Benedikt di trovarsi di fronte a una sindrome degna di essere analizzata e studiata: quella che, per sua iniziativa, va ancor oggi noMai in tutto quel tempo era venuto meno al dilettevole impegno. Poteva e&&ergli&ucce&&o di &altare Lacena, ma il &elitario mai
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