Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

n!racContoi Ale66androBaricco Lac6irtdromeBoodman è nato a Torino nel 7 • 6 5. • 1958. Ha pubblicato tre romanzi, due tiaggi di argomento mutiicale, una raccolta di articoli ticritti per il quotidiano "La Stampa"e due te6ti teatrali ~ ~ A nco~.aun momento, cara ... Giusto il tempo di finire. li giudice Boodman aveva pronunciato la frase e 1 ' na certa dolcezza ma senza alzare gli occhi dalla scrivania. Rasse ata e devota, la moglie Anne - nata Princeton e dunque sorella de I famosa amazzone - lasciò la stanza e tornò a intrattenere gli os .I i. Nello studio tornò il silenzio. a quattordici anni tre mesi e undici giorni il giudice Boodman - gentiluomo noto e stimato in tutta la Contea - aveva deciso di concedersi all'abitudine di far arrivare l'ora di cena intrattenendosi con un solitario. Mai, in tutto quel tempo, era ve- ~ nuto meno al dilettevole impegno. Poteva essergli sue- \\\ cesso di saltare la cena, questo sì. Ma il solitario, mai. Nella circostanza, il giudice Boodman aveva scelto I' Imperatrice: e la cosa, come ebbe poi a notare il dottor Benedikt, non è da considerarsi ininfluente ai fini della tragedia che, a partire da quella sera, avrebbe segnato il suo triste declino. L'Imperatrice non è infatti un semplice solitario: è un solitario mostruoso. Si gioca con quattro mazzi e già solo il disporre sul tavolo lo schieramento iniziale (73carte collocate secondo apprezzabili geometrie) richiede il suo tempo. Sequalsiasi solitario è un privato duello con il caso l'Imperatrice è un duello tutto particolare: più complesso e, in certo modo, solenne. Ciò può in parte spiegare perché, quella sera d'agosto del 1945, il giudice Boodman se ne stesse chino sulla sua scrivania con un'attenzione che si sarebbe anche potuto definire esagerata. Sotto ai suoi occhi le carte disegnavano un quadro che qualsiasi competente giocatore non avrebbe esitato a giudicare promettente. Tutto sembrava annunciare il raro evento di un'Imperatrice riuscita. Fu dunque con motivato ottimismo che il giudice Boodman prese una carta dal tallone e la girò. Sette di fiori. Poteva essere un cinque di quadri o un fante di picche o un dieci di cuori e la sua vita sarebbe scivolata serenamente verso una serena vecchiaia. Ma era un sette di fiori: e quella vita deragliò, impercettibilmente, verso la tragedia. li giudice rigirò a lungo la carta tra le dita vagando con gli occhi sull'enorme schema che copriva la sua scrivania. Niente da fare: non c'era un solo posto dove quel miserabile sette di fiori potesse servire a qualcosa. Studiò meticolosamente ogni possibilità e andò alla ricerca di qualche precedente, possibile dimenticanza. Niente. Ancora una volta - e questa volta in modo particolarmente perfido - l'Imperatrice aveva vinto. Il giudice Boo?man era persona di ferrei principi e intransigente caratura morale. Tutti i tribunali dello Stato avevano potuto verificarlo. Non deve stupire dunque che in quattordici anni tre mesi e undici giorni mai una volta lo avesse sfiorato l'idea di barare al solitario. Né cesserà mai di stupire il fatto che proprio quella sera - sera in tutto uguale alle altre - gli toccò in sorte di pensare, per la prima volta, a quella deprecabile possibilità. Barare a un solitario è un nul-

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