Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

la consistenza della presenza economica italiana non va sopravvalutata: una presenza più legata a industrialotti bottegai in cerca di margini di profitto più ampio che a interventi e investimenti strutturali e di lungo respiro di imprese e gruppi economici solidi. Analogamente per i diritti umani e lo sviluppo della democrazia l'intervento dell'Osce e del Consiglio d'Europa è stato debole: Berisha, essendo "l'uomo dell'Occidente" (e fino a un certo punto degli americani) non andava troppo disturbato. Solo tardivamente abbiamo scoperto che in Albania c'era una società civile democratica - fatta di organizzazioni non governative, giornalisti indipendenti, comitati, reti civiche - che poteva essere sostenuta e aiutata. Ricordiamo il Forum della democrazia - con personaggi e intellettuali di spicco per molti anni in carcere sotto il regime di Hoxha, come Fatos Lubonja - e i coordinamenti delle organizzazioni non governative e alle reti delle donne sparse in decine di villaggi e città che svolgono importanti interventi sociali e assistenziali. In queste settimane una loro rappresentante - Diana Ciuli - è stata in Italia per concordare con le organizzazioni di volontariato italiane un piano di interventi e lavoro comune. li 31 maggio prossimo a Roma si svolgerà un'assemblea nazionale della "società civile" italiana e albanese per dare voce a questa prospettiva di costruzione di una nuova Albania democratica, fondata sullo sviluppo e sulla pace. La defaillance della politica italiana di fronte al dramma albanese è stata assai pesante. Lesettimane a cavallo tra marzo e aprile che hanno portato l'Albania sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei telegiornali hanno consacrato ignomine e improvvidenze di molti italiani: del loro senso comune e del loro governo, dei loro giornalisti e dei politci che hanno eletto. Pregiudizi e razzismi, anche tra il "popolo di sinistra", hanno fatto di tredicimila profughi un'invasione barbarica tale da meritare lo stato di "emergenza" e un blocco navale contro barchette scassate fino ad affondarne una, come logica conseguenza degli ordini di "dissuasione" che i comandanti delle navi italiane avevano ricevuto. In fondo è questa la politica - emergenzialista e da ordine pubblico - che in quelle settimane anche il governo ha seguito, mancando di preveggenza e di una capacità di fare della solidarietà un principio che ispirasse le scelte concrete. Infatti la realpolitik, la paura della reazione dell'opinione pubblica moderata e dell'opposizione di destra hanno fatto fare al governo delle scelte che hanno di fatto subordinato i diritti non negoziabili all'asilo e all'accoglienza a motivi di opportunità di ordine interno. Tutto si è ulteriormente avvitato con l'afasia colpevole sul naufragio e poi con la diatriba sull'intervento militare. Vicenda, quest'ultima, utilizzata anche per ragioni di politica interna. Anche nei momenti di polemica più acuta i motivi di merito della missione di pace sono di fatto passati in secondo piano: sono emersi i toni ideologici o retorici. È nota la sottovalutazione con cui si è guardato alla tragedia albanese. L'ambiguità occidentale verso il regime di Berisha e la debolezza della reazione europea di fronte ai brogli elettorali delle elezioni del maggio 1996sono stati, alla luce di ciò che poi è successo, errori colpevoli che ne hanno alimentato gli effetti drammatici. Si è visto come anche una politica di investimento e di aiuti, sganciata dal rafforzamento della democrazia e dai diritti, sia stata effimera e alla fine fonte di conflitti e di contraddizioni sociali, alimentando miti e miraggi irraggiungibili e fonte di disgregazione di un tessuto sociale ancora povero e condizionato dalle dinamiche storiche e geografiche balcaniche. I rischi e gli scenari legati alla situazione di crisi in Albania sono diversi e intrecciati. L'intervento militare avviene in una situazione politicamente non sciolta con Berisha e il suo clan che non hanno intenzione di andasene e fanno mettere fuorilegge i comitati del sud. Questi ultimi sono decisi a non smobilitare- e a non riconsegnare le armi - finché Berisha non se ne vada. Che le elezioni si possano tenere nei prossimi due mesi è assai dubbio, senza la ricostruzione di condizioni minime: cosa difficile con centinaia di migliaia di persone da disarmare, con una polizia da ricostituire. Il governo Fino rischia di rimanere ostaggio dei ricatti di Berisha e di essere schiacciato tra quest'ultimo e i comitati del sud. Il carattere umanitario dell'intervento militare è molto condizionato dagli altri obiettivi impliciti della missione: ristabilire le condizioni interne di sicurezza per ricostruire una situazione di normalità sociale e politica. Di fatto è una funzione di ordine pubblico, aperta a molti rischi: di provocazioni armate, di strumentalizzazione, di rimanere coinvolti in una guerra civile, oggi ancora allo stato latente. Sarebbe stato meglio una missione più neutrale e meno militare: con le bandiere dell'Onu, i caschi blu e i mezzi dipinti di bianco. Kofi Annan, segretario generale dell'Onu, ha affermato che ci sarebbero voluti quattro mesi. Troppi. Purtroppo il ruolo dell'Italia, così preponderante e legato a interessi geopolitici ed economici, rischia di essere male interpretato e di essere un impedimento alla neutralità che una missione di questo tipo dovrebbe avere. È pure vero che l'Onu non ha voluto assumere un ruolo più diretto e che se non ci fosse stato un attivismo italiano, questa missione non si sarebbe fatta. Si ricorda che la prima riunione dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea si è conclusa decidendo che come tale l'Ue non avrebbe fatto nulla se non sostenere l'Ocse e lasciando liberi gli stati membri ad assumere le iniziative da questi ritenute più opportune. Lasperanza è che questa sia effettivamente una missione di peace building cioè, che ricostruisca le condizioni di una soluzione politica - obiettivo principale - del dramma albanese. Non siamo di fronte a una catastrofe umanitaria (anche se ci sono seri motivi di emergenza sociale ed economica), ma a una catastrofe politica, istituzionale e sociale, di estinzione dello Stato, di deflagrazione del tessuto civile. Senzalibertà di stampa, senza l'amnistia, senza il dialogo con i comitati del Sud non ci può essere una prospettiva di successodella missione. Ma c'è una condizione di fondo di cui tener conto: senza un'Europa diversa fondata sui diritti sociali e di cittadinanza, sulla convivenza, anche la nuova Albania rischia di somigliare alla vecchia. L'integrazione europea deve contenere un più di democrazia, di cittadinanza, di socialità, e un meno di moneta e di mercati tale da legare ai primi valori e non ai secondi l'integrazione europea, anche dell'Albania. Legare lo sviluppo alla democrazia, l'economia alla cittadinanza è un problema che riguarda, insieme all'Albania, anche l'Europa.

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