Legare lo oviluppo alla democrazia, l'economia alla cittadinanza è un problema che riguarda inoieme all'Albania. anche l '[uropa l a grave crisi albanese ci fa scoprire problemi inediti di questo paese, tanto importante per l'Italia. Per tanto tempo abbiamo conosciuto l'Albania solamente per il rischio dell'immigrazione nel nostro paese e in un secondo tempo anche per il dinamismo di piccoli imprenditori italiani (quasi seicento) che hanno aperto "opifici" e fabbrichette di scarpe e di amaretti grazie al minor "costo del lavoro" locale. L'interesse italiano per l'Albania è stato fin qui determinato da motivi geopolitici e bassamente economici. Meno attenzione ha destato la delicatissima posizione che il paese occupa sul crinale Mediterraneo-Balcani. In questa fetta d'Europa, si sa, ogni sconvolgimento locale si irradia progressivamente, fino a scatenare conflitti di più vaste proporzioni. È la storia degli ultimi due secoli. In questo caso gli interessi e le paure della Grecia, della Serbia, della Macedonia, della Turchia sono già pesantemente entrati in gioco: tutti hanno qualcosa da temere o da guadagnare dal "fattore Albania". Rientrando in patria il re Leka (assente da oltre cinquant'anni, dopo l'occupazione fascista) ha dichiarato di voler essere il re di tutti gli albanesi, dell'Albania etnica: cioè degli albanesi del Kosovo, della Macedonia, del Montenegro, della Grecia, oltreché dell'Albania propriamente detta. Una miccia di guerra. Insomma: fortunatamente il detronizzato sovrano non sembra avere molti seguaci, se non quelli variamente prezzolati che l'hanno aspettato all'aeroporto in arrivo dal Sudafrica, dove era esiliato. Edè paradossale che tutto ciò avvenga mentre l'Albania rischia con la potenziale guerra civile aperta di spaccarsi in due, tra un nord ghego a prevalenza musulmana e un sud tosco, a maggioranza ortodosso; il primo con un possibile assepreferenziale con la Turchia, il tLAJDl secondo con l'Italia e la Grecia. Quella tra nord e sud non è una divisione etnico-religiosa, ma politica, legata alla provenienza del personale politico, alla storia, alla composizione della direzione istituzionale del paese. Anche qui rischia di affacciarsie di riproporsi sul Mediterraneo un conflitto geopolitico locale (Turchia-Grecia) e uno si carattere più generale con gli Stati Uniti e la Nato interessati a non rischiare di avere sul canale di Otranto presenze militari non riconducibili al loro stretto controllo. Lacrisi attuale in Abania è il risultato di due processi, uno politico e l'altro economico, che l'Occidente non solo ha sottovalutato, ma ha addirittura cavalcato: la degenerazione antidemocratica e populistica del regime di Berisha (considerato affidabile e privilegiato interlocutore) che ha frenato lo sviluppo democratico della società albanese e lo schiacciamento dello sviluppo economico su un versante sfrenatamente liberistico, molte volte colluso con interessi affaristici e criminali. Lavicenda del fallimento delle finanziarie ne è il triste epilogo. Lo sviluppo economico albanese è stato relativamente significativo: l'aumento del Pii tra il 1993e il 1995è stato del 9 percento. Nello stesso tempo l'inflazione è scesadall'85 percento al 7,8 percento. Ma, come è stato notato da Arjan Konomi, è stato "uno sviluppo apparente, senza fondamenta, drogato dagli aiuti esterni". Infatti l'Albania è stato - tra i paesi ex comunisti europei - quello che ha beneficiato della quota maggiore di aiuti economici da parte dell'Unione europea (grazie al programma Phare) e dagli organismi internazionali. In assenza di una politica di condizionamenti e di indirizzo positivo, ha prevalso la logica di emulazione liberistica, invece che di ricostruzione delle basi di un tessuto economico e sociale finora fragile. Da ricordare che
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