Linea d'ombra - anno XV - n. 125 - maggio 1997

• MimmoLomhezzi LE Io SACCHEG Dopo mezzo oecolo di comuniomo ottomano e cinque anni di dittatura liberiota, il paeoe divora oé oteooo, muore per autotagia Montagne di cipolline e di barattoli sfondati, nell'aria puzza di aceto e per terra, a poca distanza, farina, sangue e zucchero. La spazzatura che brucia al centro del cortile mescola in un acre incenso tutti gli odori del saccheggio. Dai muri di mattone, gli artigli delle grate divelte si allungano sulla strada, come le mani che, pochi giorni prima, guidavano l'assalto. li terreno è seminato di bossoli, che la luce del tramonto fa sembrare pepite d'oro. I magazzini alimentari di Durazzo sono ormai un labirinto di pareti cariate. Le porte, strappate insieme ai cardini, sono state rimpiazzate alla meglio con assi e brande metalliche. Qualcuno in un angolo finisce di riempire un camion di infissi. Qualcun altro si allontana con una carriola vuota, seguito dai marmocchi. li guardiano, dentro la sua garitta di cemento freddo, oscilla sulle scarpe da tennis, accarezzando il kalashnikov. "Qui davanti ne hanno uccisi tre", racconta Giuseppe Cappella, un marchigiano che cinque anni fa in questa terra agra pensò di venire a far soldi "uno era steso per terra, in mezzo al sangue e allo zucchero. Lo scavalcavano, con i sacchi in spalla e tiravano dritto. Andavano e venivano finché non è rimasto più nulla. Soltanto il morto. Altri tre li hanno uccisi laggiù, davanti al magazzino di farina". Giuseppe ci mostra la sua fabbrica di scarpe. Dentro un capannone giacciono mucchi di tomaie trapanate dai mitra che hanno intarsiato il portone e i muri. Levecchie Singer della catena di montaggio si curvano inerti sotto le luci al neon, come animali impagliati. Giuseppe abbassa senza convinzione la leva dell'elettricità e la catena si mette in moto lentamente, ma i vassoi di metallo, quasi tutti vuoti, avanzano verso di noi come camerieri di un hotel già chiuso. "Nessuno ci dà più lavoro adesso. Nessuno si fida a mandare merce in Albania". Una delle operaie, che guadagnano duecentomila lire al mese, e che per la nostra visita si sono messe l'abito buono, serve il caffè in una piccola cucina. "Durante il saccheggio stavamo chiusi qua dentro. Come adesso", racconta Giuseppe. "Fuori sparavano come se piovesse. Poi il proprietario di questo immobile ha organizzato la difesa armata e ha protetto anche noi. Pagando, naturalmente ..." Un altro italiano, Renzo, è appena passato a trovarlo prima di andare a trattare. Per la sua fabbrica, che ha evitato il saccheggio, dovrà pagare venti milioni. Un terzo non tornerà nemmeno. La sua azienda di zainetti è stata completamente svuotata e ora è chiusa con un fil di ferro attorcigliato con un impegno che ha qualcosa di ironico, di beffardo. Più a sud, a Kavaja, Savino Roggiasgrida il guardiano che si è allontanato per due ore a comprare le sigarette. Savino gli promette un "job", una multa, ma quello non si scalda. Alza le spalle, imbraccia la carabina e si siede di nuovo dietro la sbarra, fumando e guardando il rigagnolo marcio che scorre ai suoi

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