~ e gg er esaggi ma sono legati in modo ovvio alla difficoltà di immedesimazione tecnica in un tipo di canto innaturale, che richiede studio e competenze impossibili a una società di massa. Non tutti possono riprodurre in modo credibile, nella loro vita quotidiana, un'aria verdiana, mentre invece si può canticchiare Don't cry forme Argentina imitando Madonna senza troppo disdoro. Punto estremo di questo percorso è l'ultimo film di Woody Allen, Tutti dicono I love you, in cui i pezzi musicali sono affidati ad attori non professionisti del canto, mediamente o mediocremente dotati. Lascelta è stata motivata dallo stesso Woody Allen in un'intervista: "Da quando ho cominciato a lavorare al progetto di questo film avevo pensato a una commedia musicale. Ma nello stesso tempo volevo che gli attori non fossero cantanti o ballerini provetti. mi piaceva l'idea che fossero persone 'normali'. Proprio quando sento un tassista che canta: sa esprimere dei veri sentimenti anche senza essere un professionista del musical". Nelle narrazioni rappresentate in forma scenica il salto qualitativo, in questo caso tecnologico, verso la vera o presunta naturalezza è stato strabiliante: dal teatro al cinema c'è stato qualcosa di ancora più rilevante che un cambio di impostazione canora. È tutta l'impalcatura retorico-oratoria dell'attore (voce, gestualità, eccetera) che può essere sostituita da un'immagine che "parla da sola", da un primo piano "verità". Una faccia che piange sullo schermo, un braccio che zampilla sangue, una donna nuda non sono mai state immagini tanto concrete, tanto più concrete degli attori in carne e ossaa teatro. Non è un caso che nel cinema, a differenza che nel teatro, possono riuscire grandi protagonisti anche attori "presi dalla strada", bambini, animali. e così anche il cinema, come fenomeno culturale di massa,si è sostituito al teatro, esattamente come il musical all'opera lirica: per le sue elevate potenzialità mimetiche della realtà riconoscibile, per lo stimolo di un'emotività il più possibile analoga a quella della vita quotidiana. Un ulteriore stadio si ha con la televisione. È qui che dal meccanismo di immedesimazione-proiezione si arriva a una vera interferenza tra finzione e realtà. Intanto perché la televisione entra nella vita quotidiana della gente: la si guarda mentre si mangia, mentre si parla, mentre si aggiusta una lampadina. Poi la fiction che viene di lì è mescolata con l'informazione. Il reportage del telegiornale viene raccontato (a volte ideato a priori) come un film e il film può presentarsi come il più veritiero dei documentari. Edentrambi arrivano al pubblico intercalati a programmi interattivi, come una lezione di ginnastica, uno spogliarello hard o un quiz che prevedono un certo tipo di risposta e di partecipazione dello spettatore. O a talk show, spesso costruiti a tavolino (ancora fiction che imita la realtà quotidiana), in cui ospiti comuni, cioè un campione di pubblico, si fanno protagonisti, parlano della propria vita, si confessano, litigano in diretta con la moglie, con il marito o con i figli. Dall'identificazione all'interazione. li fenomeno ulteriore su questa via è quello dei videogame. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a testi narrativi. I videogiochi ricalcano spesso i generi della letteratura e del cinema: c'è il filone fantascientifico, quello fantasy-mistico, quello genericamente d'avventura, il serial killer: ci sono i videogame ispirati direttamente ai film di successo(Indiana Jones). Chi gioca si trova di fronte una trama ma non per decifrarla, bensì per partecipare al suo svolgimento, anzi per definirla attraverso le proprie scelte, attraverso la decina o la ventina di possibili varianti previste dal programmatore. Dunque la ricezione (e l'attuale produzione) di testi si è spostata su versanti che prevedono sempre minori quote di simbolico nel meccanismo stimolo-risposta prodotto da ogni atto semiotico. È il concetto di testualità della cultura a essere in crisi in una situazione in cui i singoli messagginon finiscono più a far parte di un sistema: non sono in relazione l'uno con l'altro, non vengono organizzati in qualche ordine gerarchico. Valgono ognuno per sé, come un'enciclopedia frammentaria, o una settimana enigmistica, e instaurano rapporti diretti e letterali con la vita di chi ne usufruisce. Non su un giornalino scolastico di adolescenti, ma sul "Corriere della Sera" si è letta una stroncatura di Crash in cui l'argomento principale era il fatto che il padre del recensore è morto in un incidente d'auto e il recensore stesso aveva avuto esperienze di gravi scontri automobilistici, garantendo non esserci, in queste evenienze, alcunché di erotico. Nella cultura dell'interazione con i testi, l'unico parametro di interpretazione e valutazione sembra essere la propria esperienza. Nelle stesso momento in cui un testo ha perso la propria appartenenza a un sistema di testi, ha anche aumentato in modo abnorme la propria influenza diretta sui meccanismi psicologici e comportamentali degli individui. Ecco la "trance mediale", il "feedback diretto tra immagine e realtà" di cui parlava Enzensberger. Oggi l'immaginazione non solo si nutre dei frammenti narrativi della comunicazione totale, ma si struttura sul modello e sul ritmo di questi grande blob testuale sempre più incapace di produrre senso. Così, la caduta del simbolico a livello letterario è riprodotta anche sul piano dei desideri. Ci si chiedeva poc'anzi perché, se il desiderio di posizionarsi al di sopra della folla e colpire a caso è attestato almeno da svariati decenni, quasi mai persone senza particolari turbe psichiche erano arrivate a realizzarlo nei comportamenti reali, e perché nei nostri giorni questo avviene. Un'indicazione per arrivare a una possibile risposta sta forse nel tasso sempre minore di simbolico presente nel circuito della testualità e dell'immaginazione individuale, strettamente connessi fra loro; sta forse nell'esperienza vissuta diventata unico sbocco per tutta una serie di pulsioni incanalate in precedenza in meccanismi di formazione-affermazione della personalità. li discorso si amplierebbe a dismisura, e richiederebbe ancora una volta dati statistici che non sono a disposizione, ma il sospetto, suggerito dalle vicende di cronaca degli ultimi anni, di un aumento dei casi di parricidio e di incesto confermerebbe il venir meno dei tabù più radicati e più carichi di significato. Testi interagiti, desideri agiti: questo è lo slogan che può rappresentare l'attuale stato delle cose o almeno la tendenza predominante. Bisognerà tenerne conto: educatori, operatori culturali, creatori di narrazioni. Perché mai come oggi sogni e parole potranno sempre più diventare pietre.
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