! • 1 ,, ,. ) menoile di otarie, immagini, diocuooioni e opettacolo UnineditodiBohumHilrabal : Il personaggGioe;rardDoA' mbrosio ~ ,;:: Fl "' ~ o o o ci ..... J.J ~ ~ I.I"\ ~ • 11' \\~ ~ ,'-~\ L'intervistMa:arioGiacome ' I,~;. Il fùm~,to: FabiaNnegrin ~·~--~?/.~ '~- ~ ·, :;..
"RICONOSCENDO L ORMDEICHCI lHAPRECEDUTO SIVAAVAN
• f INCHSIISCORGININANAZNIOUI NA □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento awenuto riceverò subito i libri prescelti. [I] LINEDA'OMBRA .\ I' I! R T L R I, Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedrichSchiller,// delinquenteper infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, Lacadutadella casa Limones NOME ................................................................. I COGNOME ........................................................ : I INDIRIZZO.......................................................... : I I ............................................ ,, ••••••.•••••••••••••••••••••• 1 I GITTA.' ............................................................... : CAP.........................TEL.................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di r. 100.000 su Carta Si • I I I I I I I I I I I I I I I I I LLW N. SCAD. INTESTATAA ........................................... rn RafaelSanchezFerlosio, La freccianell'arco FIRMA .................,..................... QJ JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom,Come si diventaeuropei LuisBufiuel,/ figlidellaviolenza CarmeloBene, A Boccaperta GoffredoFoti, I limitidellascena O Assegno (bancario o postale n.............................. . Banca...................................................... (in busta chiusa) O Awenutoversamentosulc/c postalen.54140207 intestato a Linea d'Ombra. "LINEAD'OMBRA''V, IAMELZO9, 20129MILANO.POTETMEANDARE
' NOIDONNE.L:ABBONAMENTOCHELOGORACHINONCEL:HA. -------- Noidonne è un mensile fatto da e per le donne. Eppure non ha Ritagliate. compilatespeditequestocoupona, Cooperativa LiberaStampa.ViaTrinitàdei un filo di cellulite. è totalmente privo di quei fastidiosi inestetismi Pellegrini.12 -00186Roma.Oppuremandateunfaxconlestesseindicazioni alnumero06/68805380. della pelle e non ha peli superflui (tantomeno sulla lingua). Se vi I Nome Cognome I abbonate a Noidonne vi promettiamo che. anche se pesate sei etti Via cA_P__ _ di troppo. vi faremo sentire ogni mese più leggere. L.:abbonamento Città ______ Telefono ' annuale dà diritto a due numeri in omaggio e costa. invece di I Comepagamento scelgo I 61.000 lire. solo 50.000 lire. In più. per le nuove abbonate. c· è un □ Versamento d150 ooo liresul dc 60673001 intestatoaCooperativa LiberaStampa. v,aTrinitàde, regalo, il ricchissimo (e intelligente) cofanetto "Femminismo" Pellegrini 12-00186Roma a cura di Adriana Moltedo. con testi di Alessandra Becchetti. D Addebitosullamiacartadicredito. tipo __ n•____ _ Rosi Braidotti. Anselma Dall'Olio. Cettina Militello. Luisa Murare. datadiscadenza __ _ firma • -- - --.,- ~ -- -
(C cendono a cavallo, circondano un ;J villaggio, uccidono impugnando coltelli, zappe, forche. Massacrano donne e bambini, novantatré morti alla fine. Potrebbe essere la scena di un film. li settimo cavalleggeri procedeva a colpi di fucile e di pistola, incendiava. Lo sterminio degli indiani s'è compiuto più rapidamente. In Algeria usano ancora asce e persino - ho letto in una cronaca - seghe. Sono "armi bianche", l'aggettivo intenerisce l'arnese di morte, come se il rosso del sangue non lo dovesse mai offendere, e chiude la bocca ai nostri massmedia e ai nostri politici. L'assassinio degli algerini ad opera degli algerini (integralisti) procede incalzante: dal 1997 i morti sono stati oltre cinquecento. "Tragico blitz nella notte a Lima all'ambasciata giapponese dove, ormai da quattro mesi i guerriglieri tenevano in ostaggio oltre settanta persone". "Alla fine dopo furiosi scontri a fuoco, gli ostaggi sono stati liberati. Secondo fonti radio, tutti i guerriglieri del Mrta sarebbero morti, mentre l'ambasciatore della Bolivia Eloy Avila ha detto che sono deceduti anche uno degli ostaggi e alcuni militari". Uno dei commentatori della nostra televisione ha sottolineato come nell'infernale assalto sia stata miracolosamente evitata la strage. I morti tra i Tupac Amaru non sono morti. Lastrage dei cattivi non è una strage. Chissà, forse è stata una giusta punizione. I soldati italiani sono sbarcati in Albania. L'incrociatore Vittorio Veneto si è incagliato nella rada di Valona. è stata nominaIl valore della vita dipende dai chilometri. Il mondo. unito da Internet. è più divioo che mai. Non capitava neppure nei oecoli bui che tanto uorte uoooe il oenoo del particolare ta una commissione d'inchiesta. Gli albanesi sopravvivono. li flusso migratorio (capite le parole: il flusso migratorio al pari delle "armi bianche") verso le coste italiane è stato fermato, dopo che un rottame carico di profughi è stata affondato al largo di Brindisi. I sindaci leghisti, quelli rimasti, hanno meno da temere. Sfogliando un giornale, rapidamente leggendo, un giorno qualsiasi di questo mese alle spalle, poco di più si può ricavare. Certo di altro parlano i titoli, Prodi, bicamerale, Maastricht, Juventus e probabilmente di questo si costruisce l'immagine del nostro mondo, la fotografia che preferiamo guardare. Sono altre notizie, queste lontane mille miglia dalle prime. Quali sono vere, quali lo sono un po' meno? Certo il mondo non si scuote davanti all'Algeria, non si preoccupa neppure del rispetto delle regole democratiche in Perù (perché i Tupac Amaru ricorrono alla guerriglia e ai sequestri? Sono soltanto furiosi ribelli? Prosperò a un certo punto un filone "terroristico" nel cinema americano, riproduttore di sanguinari sovversivi senza pietà e senza rispetto delle vite umane, soprattutto imbecilli, talmente imbecilli da diventare incredibili nella loro imbecillità). L'Albania almeno può mettere paura: ai margini, ma in Europa, davanti all'Italia, al confine con la Grecia e la Germania non è lontana. La paura ci ha mosso. Se l'Albania fosse stata lontana qualche chilometro di più non ce ne saremmo proccupati. Prende il solito disagio quando tocca di parlare delle "dimenticanze" del nostro tempo. Anche l'Olocausto forse poteva contare ai suoi tempi sulla "dimenticanza". li valore della vita dipende dai chilometri. li mondo, unito da Internet, più diviso che mai. Non capitava neppure nei secoli bui (forse in futuro si scoprirà che il nostro è più buio di tutti) che tanto forte fosse il senso del particolare, che tanto manifesto fosse l'egoismo, che tanto mancasse una visione comune o almeno solidale. In fondo l'Italia è stata all'altezza della situazione, incerta nei sentimenti e persino nella pratica, meglio disposta alla scorciatoia militare invece che alla ricerca di altre vie che si misurassero con i principi della solidarietà, della generosità, dell'impegno collettivo. Anche i suoi intellettuali sono stati all'altezzadella situazione e della loro storia. Non apriamo il dibattito. Gli intellettuali, molti di loro almeno, quelli più appariscenti e ascoltati, sono quelli che sono, pigri, deboli, depressi o inutilmente rumorosi. Potrebbero riscattarsi, ma che cosa pretendere da loro dopo anni di passerelle televisive, di notarelle sparse, di Craxi e Berlusconi, in un paese senza responsabilità, ciarliero e vacuo? Si rimane impressionati dalla ristrettezza dei nostri orizzonti. A che punto è il debito pubblico? Vorrei che il risanamento arrivasse al più presto e la riforma del welfare rendesse tutti più allegri, persino Bertinotti. Forse, promossi a Maastricht, potremmo alzare lo sguardo .
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o-----+----"---1 S t...__._________r~:~" :: n-------+-te I _ Laserenaartedelgiudizio Grazia Cherchi il piacere di leggeree ocegliere e i sono personalità che non possono essere "sostituite" da quello che hanno lasciato al "manet" della scrittura: Grazia Cherchi è una di queste. E tuttavia è pur vero che gli scritti raccolti in Scompartimento per lettori e taciturni (pubblicato da Feltrinelli a cura di Roberto Rossi con una introduzione di Piergiorgio Bellocchio e una commossa prefazione di Giovanni Giudici), frutto della sua più che ventennale collaborazione con quotidiani e periodici, sono ciò che più le assomiglia. Grazia Cherchi esercitava l'arte del giudizio con implacabile determinazione, le piacevano i sì e i no (attitudine messa a fuoco negli anni di "Quaderni piacentini"), le piaceva poter distinguere, scegliere e dopo aver scelto amare, anche testardamente, a sostegno di quanto il giudizio aveva portato via dalla confusione, dalla volgarità, dal silenzio. Per chi è stato un fedele lettore delle sue note nella pagina Libri dell' "Unità", o rammenta la collaborazione con "il manifesto" e con "Panorama" sarà una sorpresa scoprire come quel vagabondare fra temi e occasioni diverse (che non erano sempre letture, che non erano sempre di natura letteraria) regge anche a distanza di tempo e impone addirittura un suo passo, spericolato e non affatto frettoloso, che finisce per tornare sui luoghi più cari, sui tormenti più assillanti (l'inciviltà di certo mondo intellettuale, la fedeltà a poche ma saldissime verità). C'è dentro quell'andare di Grazia Cherchi un desiderio di civiltà che sfugge la trappola della nostalgia e si arrovella a immaginare, presumere, domandare - a voce chiara, forte - una comunità viva e sensibile: una comunità di lettori, certamente, che, però, come un cerchio del sentire, s'allarga a cerchi più grandi, alla morale e alla politica. Grazia Cherchi non fa mostra di applicare teorie (letterarie) o di piegare le proprie osservazioni di co- ------------- "i! ·-e o u o e "' e > 'o o ~ :e 1 u ro .N ("' <.:> stume a una consolidata griglia ideologica: cosa che non le impedisce di schierarsi, di essere visceralmente "di parte". Non è sua l'urgenza (talora arrogante) del critico di mettere ordine nella mappa della geografia letteraria, ma semmai quella di rovistarla, di lasciare nuovi cippi e segnavia, di cercare trovare inventare stimoli per figurare nuovi paesaggi, nuove presenze, strade non compromesse. Si percepisce in questi testi una fiducia nell'immaginazione potentissima che fa da segreto collante fra la lettrice accanita, la frequentarice assidua di scrittori, la promotrice infaticabile di autori, esordienti e non. Non c'è nei suoi scritti un discrimine secco fra curiosità umana, lavoro attivo sul testo ed esercizio critico: anche quando lo scrittore di cui parla non fa parte di quelli che le hanno aperto le porte della loro officina, si avverte una confidenza, un dialogante rispet-
to, una grata empatia che ribadiscono il superfluo di esegesi approfondite, di affondi chirurgici. C'è un uso ribadito del superlativo "bellissimo" ("un racconto bellissimo", "un romanzo bellissimo") che, per quanto possa sembrare sbrigativo, emana sempre una austera e semplice aria di sicurezza, di fiducia: il superlativo - è evidente - apre e chiude un serrato confronto con la sfera dell'estetico di cui si intende la durata ma che è lasciato "fuori", quasi a proteggere il luogo intimo, sicuramente teatro di passioni, in cui è avvenuto. Da qui il sapore particolare del giudizio di Grazia Cherchi, olfattivo piuttosto che intellettuale, fisico piuttosto che sentimentale. Antigergale per carattere e per partito preso Grazia Cherchi ha sempre optato per la semplicità, per quel "cronismo letterario" dove campeggiano il sintetico riassunto della trama (qui si avverte la lezione dell'amatissimo Edmund Wilson) e l'uso della citazione: il lettore di professione, insomma, informa e lascia all'altro lettore - quello in attesa oltre la cerchia degli addetti ai lavori - il piacere della verifica. La "democrazia" implicita in questo lasciare spazio, in questo porgere con discrezione è per altro complicata dall' acuta consapevolezza di un'altra urgenza (dettata dai vuoti di cultura, dalle ottusità degli interlocutori, dal franare di valori difesi con disperata cocciutaggine) che si traduce in una coraggiosa difesa di confini, in una consapevole - forse anche dolorosamente consapevole - prefigurazione di una èlite . C'è, insomma, in questi scritti - letti in sequenza - una generosa contraddizione, lo scontro-incontro fra due ipotesi egualmente carezzate e coltivate: il tendersi verso una potenziale comunità di lettori - vera interlocutrice delle sue avide letture e utopica proiezione di un'ansia "antica", ben radicata - e l'esigere una società letteraria più compatta, selezionata e a sua volta più selettiva. Solo così ci si spiega la snodata articolazione del suo lavoro - diviso per l'appunto fra militanza critica e generosa interferenza con le direzioni editoriali di molte case editrici - il suo muoversi febbrile fra le officine degli scrittori (per suggerire, correggere, sostenere) e l'industria libraria, fra i corridoi delle case editrici e le pagine dei giornali. Da questo punto di vista Grazia Cherchi appare davvero un fenomeno non solo singolare ma anche estremamente sfaccettato e - come si è anticipato - generosamente contraddittorio. Se da una parte la tensione utopica la sospinge verso una "religione" del libro che volge, sia pure temperata dall'ironia, verso affettuose forme di culto esoterico (nel famoso scompartimento di Peter Noli i lettori si scambiano i titoli per poi rinchiudersi in una concentrazione patentemente monacale), dall'altra l'esercizio selettivo di opere e autori la risospinge dal piacere della comunità elettiva verso laici entusiasmi per i fermenti intellettuali diffusi, per la degustazione ad ampio raggio dell'immaginazione e del talento. Ci si chiede, rileggendo gli scritti di Grazia Cherchi, quale sia il punto d'equilibrio di tensioni così forti e così conflittuali ma anche talmente assimilate da non trasparire mai. Molti riconducono questa apparente saldezza alla straordinaria sorveglianza della sua ironia, e in parte hanno ragione, anche se contribuiscono a confondere una virtù del carattere con l'orizzonte più complesso in cui si muove la sua opera di provocazione culturale. In verità - basta rileggere i Un desiderio di civiltà che sfugge la trappola della nostalgia e si arrovella a immaginare, presumere, domandare - a voce chiara, forte - una comunità viva e sensibile: una comunità di lettori, certamente, che, però, come un cerchio del sentire, s'allarga a cerchi più grandi, alla morale e alla politica. ritratti-interviste per capirlo - c'è in Grazia Cherchi una affascinata, devota contemplazione dello stile (stile comportamentale, stile di scrittura), dello stile come compromissione della parola con la vita. "La necessità di scrivere era come una vampata che lo assaliva quasi di sorpresa" dice di Paolo Volponi. "Quando avveniva, non c'era più altro al mondo che il corpo a corpo, anche fisico oltre che intellettuale, con la pagina." La tanto celebrata ironia evapora di fronte a quel nodo di sangue che coincide con la scrittura. E non è un caso che sempre a quel nodo Grazia Cherchi ritorni nelle interviste e nel lavoro di editor. "Che cosa mi colpì di più in Bilenchi quando cominciai a leggerlo negli anni giovanili? Sicuramente lo stile, che era quello che andavo cercando a tentoni, ormai nauseata dalla retorica umanisticheggiante di tanta prosa italica." Lo stile. Uno stile. Mi sembra che sia qui la forza di Grazia Cherchi, la ricerca in sé, negli altri di uno stile. Il disordine che prende forma e con quella forma agita di nuovo il profilo delle cose. Nel suo scompartimento per lettori c'è una concentrazione, una severità di sguardi e di attenzione, che molto hanno a che fare con il "corpo a corpo", con il nodo di sangue di uno "stile" . La parte "emersa" dell'opera di Grazia Cherchi è quasi tutta concentrata negli ultimi vent'anni, che sono gli anni di una profonda, feroce distrazione: dalla società, dal mondo, dagli uomini, e anche dai libri. Come non sentire in questo volume preziosissimo il ribollire di alambicchi del suo laboratorio - della sua cucina - alla ricerca di antidoti, di pozioni, di ricette contro quella distrazione, contro la distrazione? •
•• Ilvecchcioheavanza Davanti al teleochermo dopo la vittoria dell'Ulivo. Un anno per giudicare e riopondere alla domanda: lo otauu Veltroni-Siciliano ha dimootrato di avere idee diveroe ou un uoo diveroo della tv? Seoi è oneoti, oarebbe obbligatorio riopondere no. Con alcune brevi conoiderazioni. .. (C i è provato, anche i più negativi e refrattari, a guardare ;JJ di nuovo la televisione dopo la vittoria dell'Ulivo e le nomine di personalità di prestigio per vedere se qualcosa cambiava, nella scatola magica degli italiani. Si dirà: un anno è troppo poco per giudicare. Si risponderà: un anno è tanto, è tantissimo; e: il buongiorno si vede dal mattino. Lo staff Veltroni-Siciliano ha dimostrato di avere idee diverse su un uso diverso della tv? A questa domanda è impossibile rispondere sì; è obbligatorio, se si è onesti, rispondere no. Di conseguenza ci si chiederà: allora è proprio vero che da quel mezzo non si può tirar fuore altro che quella cosa? Oppure: Veltroni-Siciliano non sono altro che la variante di una classe dirigente che attribuisce tutta intera alla tv quella funzione (consumo-consenso) e nessun'altra e al massimo possono riuscire a immaginare qualche modesta, non ambiziosa trasmissione che sia meno intimamente corrotta e mistificante delle altre, e la presenza qua e là, in ore di scarso ascolto, di un po' di cultura come la intendono loro, certo né nuova né entusiasmante e neanche estranea alle logiche degli abituali poteri che dominano il settore? Oppure: Veltroni-Siciliano non ce la fanno a intervenire a fondo in una struttura in cui, nomina dopo nomina e rimpasto dopo rimpasto, la cancrena è diventata abitudine e l'istituzione si difende e si impone, la burocrazia (idem est, o quasi, come nell'Università e in altre e tante istituzioni "culturali" e non: una peculiare forma di "mafia" mostra le ungie nella difesa dei suoi privilegi? Difficile rispondere, stavolta, e forse in ognuna di queste ipotesi ci sta del vero, e Veltroni-Siciliano ci mettono del loro - della loro non-diversità - ma hanno anche a che fare con un contesto malsano, cresciuto e consolidato prima di loro. Questa risposta potrebbe valere, ce ne rendiamo ben conto, per quasi tutte le situazioni in cui un governo di sinistra si trovasse a intervenire, ma anche, e lo si è visto, un governo di destra, un governo di centro. La differenza non sta più oggi nel fatto, come dice qualche improvvido ottimista, che la sinistra ha nel suo Dna la solidarietà e la destra il privilegio, ma nel fatto che, mentre la destra rappresenta gruppi e corporazioni, diciamo, da uno a otto, la sinistra rappresenta quelli da tre a dieci; la destra rappresenta anche ricchi e potenti e arroganti tra i più ricchi e potenti e arroganti, e la sinistra anche, ma non sempre, sempre di meno, i più marginali ed esclusi. Sono differenze ancora sostanziali, per noi, ma non sono quelle di cui tiene conto la televisione, preoccupata, in un non complicato gioco di varianti, di rappresentare e corrompere le "masse", cioè le maggioranze, cioè l'elettorato più forte che è insieme il più ricattatore e il più ricattabile. In questo quadro, quali interventi potevano o volevano operare i Veltroni-Siciliano che potessero essere significativi, che potessero spostare non tanto gli equilibri interni quanto i modi della comunicanzione - rinunciando a un po' di consumo-consenso a vantaggio di un po' di pensiero e un po' di espressione pudica e razionale? Non diversi dai dirigenti precendenti se non in qualche briciola di forma (di buona educazione, o di migliore ipocrisia) Veltroni-Siciliano non affrontano i capisaldi della biecaggine - che hanno la loro roccaforte nelle trasmissioni di varietà e in quelle dette di attualità giornalistiche - delle tante Domeniche-in ai tanti Mixer, rimbombanti inviti allo spettatore a rinunciare a una propria opera di intelligenza e comprensione, ma non riescono neanche a intervenire sui telegiornali, che sono uguali ai più uguali di ieri nella loro
filosofia dell'informazione superficiale e condizionata. I Veltroni-Siciliano si limitano a sostenere (non sappiamo con quanta convinzione) cose che già c'erano ed erano tra le poche non tutt'al più spregevoli, da Lerner - probo servitore di un'idea di pluralismo del genere "renoiriano" ("il tragico nella vita è che tutti hanno le loro ragioni") anche se sa (ma non sempre lo dice) che non tutte le ragioni si equivalgono, al "Pippo Chennedy Show", meno idiota di tutto il resto, ma avanzo di "Avanzi" come "Pinocchio" è avanzo di "Profondo Nord". Una maniera di "fare televisione" che non sia quella canonica teorizzata dai campioni della teoria - e dai situazionisti vendutisi alla società dello spettacolo dopo averla ben studiata - non si fa nessuno sforzo per farla venir fuori, sì che l'unica "forma" che la televisione ha prodotto, l'unico linguaggio, l'unico modo di narrare il mondo che ha ideato resta, nel bene (poco) e nel male (tanto) "Blob", l'autofagocitazione mostruosa di un mostro che si vomita puntualmente addosso. (Non parlo, solo per carità, delle "trasmissioni culturali", parodia fighetta della letteratura e cultura di e per fighetti d'ogni genere collocazione età, anche se è lì che Veltroni-Siciliano pensano forse di avere "innovato", portando alle masse un po' di "cultura".) E nessuno riesce a comparire nella scatoletta - né i giovani sulle cui fragilissime spalle vorrebbe appoggiarsi Sinibaldi, né Carmelo Bene assorbito, e ben gli sta, nel minestrone di una delle tante trasmissioni biondo-siliconate, lui che s'illudeva di essere il più forte - senza lasciarci le penne, e senza imbibersi degli umori comuni, di quel lezioso lezzume che la casalinga macchinetta trasuda dentro ogni casa. ... sì che l'unica "forma" che la televisione ha prodotto, l'unico linguaggio, l' u - nico modo di narrare il mondo che ha ideato resta, nel bene (poco) e nel male (tanto) "Blob", l'autofagocitazione mostruosa di un mostro che si vomita pun - tualmente addosso. (Non parlo, solo per carità, delle "trasmissioni culturali", parodia fighetta della letteratura e cultura di e per fighetti d'ogni genere collocazione età, anche se è lì che i nuovi responsabili pensano forse di avere "innovato", portando alle masse un po' di "cultura".) È il mezzo a tradire? A esser fatto solo per il dominio e per la corruzione del senso comune, produttore, prodotto di una masscult plateale e corrotta? O sono gli uomini - i Veltroni-Siciliano buoni ultimi, ma certo non gli ultimi - a non avere la forza il coraggio l'intelligenza il talento l'ambizione l'ispirazione la protezione per riuscire a cambiare qualcosa? Domande, domande ... La sinistra al governo di risposte nuove ce ne dà, quantomeno in questo campo, ben poche. •
• L'ARTDEELLDEIFFERENZE ID) opo la mostra "Les Magiciens de la Terre", svoltasi nel 1989 al Centre Pompidou di Parigi, molte esposizioni internazionali ormai cercano di inserire il multiculturalismo all'interno delle proprie tematiche e soprattutto all'interno della rosa degli invitati. Così, con una partenza ritardata rispetto alla musica, stiamo assistendo sempre più spesso a esposizioni collettive con artisti che non appartengono a Stati uniti ed Europa, consuete aree di sviluppo dell'arte di questo secolo. Spesso, però, si ha la sensazione che questa scelta sia fatta più per dovere che per un'intima comprensione di una cultura differente. A conferma di questa impressione sta il fatto che raramente questi artisti poi vengono invitati per realizzare delle personali. In questa rincorsa alla conoscenza delle culture e dell'arte dei Paesi del Terzo Mondo, decisamente prima degli altri, si è mossa la Biennale dell'Avana, ormai giunta al sesto appuntamento. Dopo una prima edizione di rodaggio concentrata "solo" sui paesi dell'America Latina e Caraibici, questa manifestazione ha decisamente puntato a diventare un appuntamento fisso per tutta l'arte del Terzo Mondo che non aveva ancora avuto nessuno spazio fuori da qui, se non in mostre in cui folklore, storia e curiosità si mischiavano con artisti contemporanei. Nonostante il blocco economico imposto dagli Stati Uniti e la conseguente difficoltà a trovare i soldi necessari anche in questo campo (che sta facendo diventare ormai triennale l'appuntamento), la Biennale è diventata un importante punto di riferimento e di scambio tra artisti di paesi limitrofi, sopperendo all'assurda situazione per cui spesso un artista caraibico o africano conosceva i principali artisti e movimenti americani ed europei, ma raramente sapeva quello che si muoveva accanto a lui. Una dimostrazione (se ce n'è ancora bisogno) del flusso a senso unico anche in termini culturali. La mostra che si apre in maggio è un ulteriore passo nella • agg10199 direzione dell'approfondimento delle differenti culture e linguaggi, e propone come tema di riflessione la memoria, le radici storiche e culturali dei singoli Paesi e gruppi. Registrare la memoria è visto, quindi, come un tentativo di impedire la distruzione delle identità sociali e umane nel nome di una mondializzazione che spesso vuol dire soltanto conoscere la cultura (e sottostare all'economia) dominante. Una memoria che porta a galla conflitti irrisolti di un passato che continuamente riaffiora, e che in ogni caso fa molto più parte del presente della nostra vita quotidiana di quanto siamo portati a credere. A progettare questo evento c'è una équipe, con la relativa rete di relazioni internazionali, ormai collaudata la cui sede è il Centro Wilfredo Lam (situato a un angolo di Piazza della Cattedrale in piena Avana vecchia) e alla cui direzione c'è Lilian Llanes. Ma la Biennale non occuperà soltanto il Centro Lam - che è attivo con esposizioni internazionali tutto l'anno - ma conquisterà un po' tutta la città, tramite le "case della cultura" dei Paesi latinoamericani e africani disseminate un po' dovunque, ma soprattutto occupando la suggestiva sede del Castillo de El Moro, una fortezza costruita dagli spagnoli all'entrata della baia. Un appuntamento di primario interesse (anche per chi non ha troppa familiarità con l'arte contemporanea) trascurato spesso dai media più attenti a cogliere nell'arte trasgressioni e provocazioni che alla sua capacità di costruire cultura. Si potranno vedere quindi oltre un centinaio di artisti provenienti da Africa America Latina e Caraibi, Oceania e Asia che usano materiali e tecniche tradizionali, o nuovi media, ma con il punto di vista del Sud del Mondo. Questa tarda primavera e l'estate sono particolarmente ricche di appuntamenti artistici, perché si sovrappongono numerose manifestazioni a carattere periodico. Oltre la Biennale cubana, che rimarrà aperta per tutta l'estate, si è già inaugurata a New York la Biennale del Whitney Museum of American Art che rimarrà aperta fino al 15 giugno, ma sarà nel Vecchio Continente che si concentreranno gli appuntamenti più tradizionali. Diamo qui sotto le date di inaugurazione. Biennale di Venezia, 47a edizione: dal 15 giugno (11-13per la stampa) all'8 novembre. Kassel, "Documenta X": dal 21 giugno (19-20 per la stampa) al 28 settembre. MUnster, "Skulpturen Projekte": 22 giugno (21 per la stampa) al 28 settembre. Biennale di Lione, 4a edizione: 9 luglio (7 e 8 per la stampa) al 24 settembre. RobertoPinta
FELAKUTI,EROEPOPOLARE ((J\ uando leggerete queste righe, si saprà com'è andato il Q processo fissato per il 29 aprile. Intanto, arrestato per l'ennesima volta in aprile nel corso di un'operazione antidroga, FelaKuti, cinquantotto anni, uno dei musicisti africani più noti a livello internazionale, è di nuovo nei guai: è proprio il caso di dire che se li va a cercare. Non certo perché fuma marijuana: non ne ha mai fatto mistero, anzi ne ha fatto una bandiera, di anticonformismo e di ritorno all'Africa. Se li va a cercare perché da un quarto di secolo non ha mai smesso di additare nella sua musica l'oppressione neocoloniale delle multinazionali che depredano il suo paese, la Nigeria, l'infamia delle dittature militari che ne hanno garantito gli interessi, la corruzione degli uomini al potere. t:ha fatto a suo rischio e pericolo: del resto l'opposizione è un vizio di famiglia. La madre, che negli anni Cinquanta guidava le prime manifestazioni contro i colonialisti e incontrava Mao TseTung, fu gettata da una finestra, e ne morì, durante un attacco alla comune dove negli anni settanta il figlio viveva con tutta la sua corte, attacco militare in piena regola, con corredo di sevizie e stupri. Il fratello è finito in carcere per via della sua attività di presidente della lega per i diritti umani in Nigeria. Politicamente maturato alla scuola delle Pantere nere americane, Felaè un habitué delle galere nigeriane, dove ha soggiornato a lungo e a più riprese, vittima di varie montature. Nel 1984, con l'artificiosa accusa di esportazione illegale di valuta, era stato condannato a cinque anni di prigione: anche grazie a un'ampia mobilitazione internazionale in suo favore, fu scarcerato e poté riprendere l'attività nel 1986, dopo venti mesi di detenzione. l:ultimo precedente episodio di carcerazione risaliva del resto a non molti mesi fa. In Nigeria non si va tanto per il sottile: c'è persino da chiedersi come mai Fela Kuti sia ancora vivo. Forseperché, autentico eroe popolare, da morto sarebbe ancora più pericoloso che da vivo. MarcelloLorrai UNAPPELLOPERILLIVINGTHEATRE Tf I Living Theatre compie cinquant'anni. Fondato a New ll York nel 1947 da Julian Beck e Judith Malina, ha attraversato la seconda metà del secolo, imprimendovi segni indelebili, con il suo nomadismo artistico e l'esilio volontario dagli Stati Uniti, cercando di dimostrare che il teatro non è solo luogo di spettacoli ma di relazioni e d'incontri e che può farsi momento di aggregazione e di riconoscimento, di partecipazione e di illuminazione, di impegno civile e di denuncia. Di questa storia il nostro paese conserva una memoria viva e profondamente radicata. In Italia il Living è giunto per la prima volta nel 1961 ed è tornato nei tre anni successivi. Nel 1968 ha risieduto nel nostro paese, pressoché stabilmente dal 1975 al 1982, realizzando anche dopo la morte di Julian Beck (avvenuta nel 1985) numerose iniziative. Non di soli spettacoli si è trattato ma di una attività complessa comprendente sia eventi di contenuto spettacolare sia progetti culturali e pedagogici: laboratori con rappresentazioni finali in luoghi significativi delle città (come il quartiere Pilastro a Bologna), giornate di studi, incontri, mostre fotografiche, rassegne di film. Due esempi fra i tanti: il progetto realizzato con il Dams di Bologna nel 1995 e lo spettacolo Maudie e Jane, prodotto dalla Casa degli Alfieri, Premio Ubu 1995 a Judith Malina come miglior attrice. In Italia a proposito del Living Theatre sono stati pubblicati! il libro postumo di Julian Beck Theandric (Edizioni Socrates, 1994, con un ricordo di Bernardo Bertolucci, prefazione di Judith Malina e apparati critici di Gianni Manzella) e l'unica biografia di Judith Malina, con memorie inedite, e la più aggiornata biografia del gruppo, a cura di Cristina Valenti: Conversazioni con Judith Malina (Eleuthera, 1995). Il Living sta cercando ora collaborazioni che gli permettano di lavorare più stabilmente in Italia, dividendo la propria attività fra il nostro paese e la sede di New York. Sono in vista per ora due importanti progetti europei. Il primo sarà una coproduzione Mittelfest, Asti Teatro 19, Living Theatre e vedrà Judith Malina protagonista di un coro di 25 donne di diversi paesi, dirette dal regista Damin Zlatar Frey.Lo spettacolo, dal titolo Schizophrenia, debutterà a Lubiana il 25 maggio, per spostarsi ad Asti il 26 giugno e a Cividale del Friuli il 22 luglio. Il secondo progetto, che coinvolgerà più direttamente l'Italia, sarà la creazione di un Don Chisciotte: una coproduzione tra Living e Casa degli Alfieri, interpreti gli attori di entrambi i gruppi, regia di Judith Malina e drammaturgia di Luciano Nattino. Debutto previsto: autunno 1997. Quando nel 1993 è stato chiuso l'ultimo teatro che il Living aveva aperto a New York quattro anni prima, la lettera che JudithMalina e llanon Reznikov hanno scritto agli amici in tutto il mondo si concludeva con le parole: Nomads again, we continue. Una frase che può funzionare come chiamata a raccolta per tutti gli amici del Living. PiergiorgioGiacché
Ili perSonag~io GerardoD'Ambrosi~ TbioPool11cci Lamoralità D'UFFICIO Moria d'Italia: la morte di Pinelli, la otrage di Piazza Fontana, Roberto Calvi, "Mani pulite" U n amico che conosce bene Gerardo D'Ambrosia, l'ha definito "li giudice di Berlino", il giudice, cioè, al quale si rivolge il famoso mugnaio tedesco, in lite con Federico Il. Rispettoso da sempre della legalità, ammiratore dei padri della Costituzione ("dei giganti, che avevano sofferto sulla loro pelle la ferocia della dittatura fascista"), il giudice milanese, che però é nato a Napoli - e si sente, specialmente nella polemica - si mostra particolarmente amareggiato quando viene accusato di non rispettare le regole processuali e di essere assai poco garantista. Di accuse, però, nei suoi quasi quarant'anni di magistratura, D'Ambrosia ne ha ricevute parecchie e, fra l'altro, di segno opposto. "fascista" per gli extra-parlamentari di sinistra quando chiude l'inchiesta sulla morte di Pinelli perché esclude il suicidio ma anche l'omicidio, "Toga rossa" per Berlusconi [i company. Nato il 29 novembre del 1930a Santa Maria Vico, provincia di Caserta, dove il padre, come maresciallo, comandava la stazione della Guardia di Finanza, D'Ambrosia entrò in magistratura nel '57, a ventisette anni. A Milano arrivò, sposato da un anno, nel 1960, per svolgere le funzioni di pretore civile. All'Ufficio Istruzione, di malavoglia, entrò nel '66 e la sua prima grossa inchiesta fu quella per l'omicidio del benzinaio di Piazzale Lotto, Innocenzo Prezzavento. Da allora, rivedere la sua trentennale carriera di magistrato inquirente (giudice istruttore prima, sostituto procuratore generale poi, aggiunto procuratore e coordinatore del pool "Mani pulite" oggi) è come ripercorrere alcune delle fasi più importanti della storia d'Italia: morte di Pinelli, strage di PiazzaFontana, mandato di cattura per il banchiere Roberto Calvi, pubblico accusatore al processo sui petroli, "Mani pulite". Perché giudice i6truttore di malavoglia, dottor D'Ambro6io? Ma perché allora si veniva valutati sulla base di quello che si scriveva e all'Ufficio Istruzione più che verbali di interrogatorio o ordinanze quasi sempre abbastanza brevi non si facevano. Non c'era modo, insomma, di esprimere la propria cultura giuridica, di farne sfoggio. Nel periodo in cui ero stato al civile mi erano state pubblicate alcune sentenze e io ci tenevo a progredire su questa strada. Inoltre, tutto questo serviva per passare al Consiglio di appello e fra lo stipendio dei giudici e quello dei consiglieri di appello c'era una bella differenza. Invece mi appassionai e capii che quello era un lavoro entusiasmante perché era finalizzato alla ricerca della verità. Un giudice istruttore non è come un Pm, che deve intervenire immediatamente. li suo era già un primo giudizio sul tipo di lavoro svolto dal Pm. Inoltre, arrivavano a noi i casi più rognosi, che erano anche però i più importanti. L'istruzione si chiamava formale proprio perché ri-
chiedeva tempi lunghi. Improvvisamente venni quasi travolto da questa passione per la ricerca della verità. Ricordo che le soddisfazioni più grosse si avevano quando si riusciva a stabilire l'innocenza di imputati-detenuti, che arrivavano dalla Procura, magari con l'imputazione di omicidio. A me è capitato più di una volta di scarcerare persone, addirittura poco dopo il loro arrivo dalla Procura, con la soddisfazione, a distanza di tempo, di constatare di avere visto giusto: poi saltava fuori il vero colpevole. La 6Ua prima inchie6ta importante come gi.udice i6truttore è 6tata quella di Piazzale Lotto? Sicuramente. Quando cominciai a leggere gli atti, saltavo sulla sedia un po' per lo stupore e un po' per lo sdegno, perché si capiva be- <<Avevo vissuto, sia pure da ragazzo, la Resistenza e la liberazione. Avevo seguito con grande passione le cronache aella Costituente, ed ecco che mi trovavo di fronte a comportamenti istituzionali francamente pericolosi per la democrazia>> nissimo che chi era stato rinviato a giudizio era un innocente e si intuiva persino chi poteva essere il colpevole. Chi erano i protasoni6ti di. quella 6toria 7 L'innocente era Pasquale Virgilio, la vittima il benzinaio Innocenzo Prezzavento. Virgilio fu prosciolto per intervento del professor Giandomenico Pisapia, che inviò un telegramma alla Corte per dichiarare che quell'imputato era estraneo al delitto. Poi, stranamente, dopo il proscioglimento, il processo rimase fermo, finché, finalmente, venne formalizzato contro ignoti e con la richiesta di sentire Pisapia per conoscere come era venuto a conoscere che il Virgilio era innocente. A me sembrò una richiesta assurda: ma via, ma se nessuno gli aveva chiesto di superare il segreto professionale nel momento i cui si trattava di assolvere o condannare un innocente, figuriamoci se si poteva fare adesso che si doveva cercare il colpevole di un omicidio. Così non l'ho mai sentito in quell'istruttoria, anche perché, fra l'altro, mi accorsi che non c'era assolutamente necessità di sentirlo: si capiva benissimo chi era il colpevole. In quell'inchiesta, peraltro, ebbi anche la grossa soddisfazione di riabilitare quanto meno la memoria di un ragazzo, Marcello Dal Bosco, che, in prossimità del dibattimento di primo grado, si era presentato prima al cappellano del carcere e successivamente al difensore dell'imputato, che era l'avvocato CiIlario, per dire che il Virgilio era innocente e che sapeva chi erano i responsabili di quella brutta storia, in cui erano implicati anche Gianni Nardi e Giancarlo Esposti, venuti successivamente alla ribalta come esponenti della destra eversiva. Il ragazzo non venne creduto e, anzi, durante il dibattimento, venne letteralmente dileggiato, anche perché saltò fuori che era stato ricoverato in una casa di cura per malattie nervose. A questo ragazzo, figlio di un ingegnere, successero cose incredibili dopo il suo racconto. Lui aveva accusato Esposti e Nardi di avere procurato l'arma, usata per il delitto, una pistola con due canne, a tale Roberto Rapetti, che era l'omicida. Lui si presentò e disse: guardate che lo so perché anch'io, come loro, facevo parte della destra e ho sentito proprio Nardi dire a Esposti: procura un'arma a questo qua, vediamo se sa fare le rapine. Rapi.ne. che erano binalizzate a... A finanziare questi movimenti eversivi di destra. Alla fine dell'istruttoria risultò, infatti, che lui di rapine ne aveva commesse più di una. Il ragazzo, che non era stato creduto, aveva indicato alla polizia _g E o o u o "O ro "' <.O 'i5 o -~ll!!e.....U..,,:J~ il vero colpevole. Quel processo, devo dire, mi ha insegnato parecchie cose, la prima delle quali, che è fondamentale, è il rispetto delle regole. Regole che, in quel processo, non furono assolutamente rispettate. Raccolta la deposizione di quel ragazzo, che conteneva una notizia di reato nuova perché indicava un nuovo colpevole, si sarebbe dovuto istruire un processo parallelo, se non addirittura sospendere l'altro. Invece il Procuratore della repubblica non solo non la iscrisse come notizia nuova di reato, ma la trasmise al presidente della Corte d'Assise per quanto di competenza. Una vera follia. E il presidente della Corte ordinò la citazione di Nardi, di Esposti, di Rapetti e dello stesso Dal Bosco, come testimoni. Incredibile. Gente che veniva accusata, citata come testimone, roba da matti. Come capì che Rapetti era. il vero colpevole? Esaminando la perizia sull'arma che aveva ucciso il benzinaio. La perizia era stata fatta da un tecnico che diventerà famoso negli anni del terrorismo per le sue qualità eccezionali, l'ingegner Domenico Salza,morto di recente. Anche in quel caso, aveva svolto un lavoro straordinario, essendo riuscito a stabilire che il benzinaio era stato ucciso da un proiettile calibro 7,65 sparato da una Berretta calibro 9, sulla quale era stata montata una canna 7,65. Cera, dunque, questo primo riscontro obiettivo. La perizia, alla quale nessuno aveva prestato una particolare attenzione, aveva un valore decisivo anche per
• Il IP erSona g g jCl!rardo DA' mbrosJ stabilire che Pasquale Virgilio, che era stato rinviato a giudizio, era assolutamente innocente. Lui, infatti, nella confessione resa alla polizia, ritrattata subito dopo davanti al Pm, aveva parlato di una pistola slava, comprata ad Udine, dove aveva fatto il militare. Tutti i particolari della confessione li aveva appresi dai giornali, che, però, non avevano parlato dell'arma. li particolare dell'arma se l'era inventato di sana pianta. Rapetti, infine, di fronte alle risultanze sempre più stringenti, finì col confessare. Ma intanto il povero Marcello Dal Bosco, colpito da un tremendo esaurimento nervoso per il conflitto che l'aveva posto di fronte alla scelta lacerante fra il silenzio, equivalente alla condanna di un innocente, e l'accusa a Esposti e Nardi, suoi amici del cuore, non era riuscito a uscirne fuori e si era impiccato, in Svizzera. Nardi, tra l'altro, verrà poi implicato nella otaria dell'omicidio del commiMario di polizia, Luigi. Calabre6i. Sì.Ma io, allora, dissi subito al collega Riccardelli, che istruiva quell'inchiesta, che Nardi, un tiratore formidabile, non avrebbe avuto bisogno di avvicinarsi tanto a Calabresi, per colpirlo a morte. Inoltre, dopo che tante volte la sua foto era comparsa sui giornali milanesi, non avrebbe di certo agito a volto scoperto. Insomma era un'imputazione che non stava in piedi. Dunque. conclu6a l'i.nchieMa wll'omicidio di piazzale Lotto, lei ritrova 6ulla 6Ua 6trada Bianchi d'[6pinow.. divenuto, nel trattempo. Procuratore generale a Milano. che riapre. 6U richieota della 6ignora Licia Pinelli. l.'inchie6ta 6ull.a morte del marito. lnchieota. che, tormalizzata. verrà aMegnata a lei. Certo. lo mi trovo titolare di questo processo, che aveva collegamenti anche con le indagini sulla strage di piazza Fontana. Quello era il momento in cui erano state rinvenute armi e munizioni, che fornivano un riscontro alle dichiarazioni del professor Guido Lorenzon, che aveva accusato l'amico Giovanni Ventura e Franco Freda di quella strage. Bianchi d'Espinosa, uomo di grande sensibilità, che, per di più, era stato Procuratore generale a Venezia, mi chiamò per consigliarmi di andare a Treviso, dove Calogero e Stiz stavano indagando sulle bombe del 12 dicembre '69. Secondo me, mi disse, c'è qualcosa di grosso. lo andai a Treviso e ci rimasi per tre giorni, stabilendo con i colleghi di quella città un ottimo rapporto. Così,quando loro trasmisero a Milano, per competenza territoriale, quel processo, apparve del tutto naturale affidare a me la conduzione delle indagini. avendo già una buona conoscenza degli atti. Avevo anche visto che gli accertamenti dei colleghi di Treviso erano di notevole spessore. C'erano, infatti, le intercettazioni telefoniche sui timer, che erano estremamente importanti quale primo riscontro obiettivo, e c'era anche l'ammissione dell'elettricista Tullio Fabris di avere realizzato cinque timer da 120 minuti, per conto di Freda. Lei. dunque. 6i è trovato ad eMere contemporaneamente titolare delle indagini wlla morte dell'anarchico Pinelli e della otrage alla Banca dell'Agricoltura. Quanti anni aveva allora? Quarantadue. Come ha vi.Muto queota e6perienza. di enorme rilievo. che attirava l'attenzione di tutta la 6tampa ital.iana? C'era la storia d'Italia in quel processo. [eco. E: lei come t'ha viMuta? Comeun fatto decisivo. Capii immediatamente che avrebbe cambiato la mia vita, come impegno di lavoro. Mi sentivo, però, anche carente di informazioni di fronte ad un fenomeno così complesso come era quello, che, poi, venne definito della strategia della tensione. Era del tutto evidente che non si trattava di un attentato accidentale, ma che si inquadrava in un clima politico. Così,mi misi a leggere tutto ciò che aveva riferimenti ad attentati terroristici, compreso quello contro Kennedy. Vorrei 6a.pere come voi magi6trati inquirenti. tede/i alla Cootituzione. avete reagito quando avete accertato torme di inquinamento a/1.'interno delle i6tituzioni repubblicane. per e6empio del Sid. Possodirle che abbiamo vissuto quelle scoperte in modo terribilmente inquietante. lo scrissi una lettera al ministro della Giustizia Zagari, che però venne archiviata prima di essergli consegnata. Ebbi allora con lui, attraverso il suo capo-gabinetto, che era Adolfo Beria d'Argentine, un incontro quasi clandestino, a Milano, durante il quale lo informai, compatibilmente con il segreto istruttorio, cui ero vincolato, delle collusioni fra eversori di estrema destra e esponenti dei servizi segreti. li ministro rimase molto colpito e persino, a quanto mi parve, spaventato. Mi disse che se ne sarebbe occupato quanto prima. Ma non successeniente. Presi allora contatto con l'ammiraglio Eugenio Henke, che era il capo del Sid, per chiedergli notizie su Guido Giannettini, che a noi risultava essere un collaboratore dei servizi e l'ammiraglio mi disse che non l'aveva mai visto e conosciuto, mentre era vero il contrario. Un falso colossale. Per me, non lo
D'Amhrosio,)amoralità d'ufficio nascondo, fu un grosso trauma. Non è che mi considerassi un ingenuo, ma, insomma. ero stato educato alla democrazia al liceo Genovesi, dove avevo avuto la fortuna di trovare insegnanti di grande spessore morale. Avevo vissuto, sia pure da ragazzo, la Resistenzae la liberazione a Volterra, in Toscana, in una zona, cioè, che aveva pagato un grosso prezzo alla riconquista della libertà. Avevo seguito con grande passione le cronache della Costituente, ed ecco che mi trovavo di fronte a comportamenti istituzionali francamente pericolosi per la democrazia. Con lei. come Pm, c'erano due magiotrati molto giovani.: Luigi Fia6conaro ed €mili.o AleMandrini. Come ricorda queMi due giovani6Mimi colleghi. che. allora. erano, 6i può dire. alle prime armi? Il primo impatto fu di grande perplessità, sostanzialmente negativo. Insomma, io ero allora un magistrato di 42 anni, con alle spalle indagini importanti e questi due ragazzi, sicuramente inesperti, si presentano nella mia stanza per dirmi di essere stati designati dal Procuratore De Peppo a seguire l'inchiesta sulla strage. lo sapevo, per la verità, che Alessandrini si stava interessando del terrorismo <<Ci tolsero l'inchiesta proprio quando avevamo capito che la chiave di volta di tutta l' in - chiesta erano i servizi segreti. Quando giungeIT?-mo a questo convincimento, com1nc1ammo a sentire Aloja, Maletti, Miceli, Henke, Genovesi e tanti altri>> neofascista milanese, delle Samin particolare. Questo attenuò un tantino le mie perplessità. Comunque, poco tempo dopo mi resi conto che quella scelta era stata particolarmente felice. Accanto a me avevo due magistrati di notevole valore. Alessandrini, fra l'altro, era dotato di una memoria eccezionale, con la possibilità, quindi, di stabilire collegamenti fra i vari fatti, con un vantaggio per le indagini facilmente intuibile. Fiasconaro, invece, aveva un fiuto formidabile. Con loro, insomma, ho lavorato benissimo. Assieme abbiamo combinato un sistema investigativo che ha dato, mi pare, buoni risultati. Dicembre 1974. La CaMazione vi toglie l'inchieota con l'ordine di trasmettere gli atti a Catanzaro. Si 6ono 6critte tante co6e 6U quella deci6ione. 6icuramente improvvida. A che punto era. in quel momento. la vootra inchieota? Ci tolsero l'inchiesta proprio quando avevamo capito che la chiave di volta di tutta l'inchiesta erano i servizi segreti. Quando giungemmo a questo convincimento, cominciammo a sentire Aloja, Maletti, Miceli, Henke, Genovesi e tanti altri dirigenti del Sid. Ma proprio quando stavamo concentrando la nostra attenzione investigativa sui servizi, arrivò l'ordinanza della Suprema corte, che io, come lei ricorderà. definii "abnorme". Epperò non c'era niente da fare. Il processovenne trasferito a Catanzaro. Successivamente quasi tutte le parti presentarono ricorso. Rammenta quale fu la risposta? Questa volta, la Cassazionedichiarò che il giudice D'Ambrosia aveva ragione, che, effettivamente due processi che si trovavano in due fasi diverse non potevano essere riuniti. Al momento della nuova decisione, però, le cose erano cambiate, i due processi erano giunti nella medesima fase e, dunque. si poteva procedere. Ancora una volta non c'era niente da fare. Una 6pecie di com.media alla Feydeau. inwmma. Una bebta. Ma per voi un 'etiperienza m.ol.to amara, anche 6e poi i magiMrati. inquirenti e quelli del primo grado di Catanzaro contermarono i voMri ri6ultati. Le ultime riwltanze. inoltre. vanno proprio nella direzione da voi i.ndicata. 6egno che avevate vieto gi.uoto. Da giudice iMruttore. poi. lei chie6e di po.Mare alla Procura generale. Com.em.agiMrato di quell 'Ubbicio - e queoto è un altro momento importante defila 6Ua attività - lei birmò. nel 1983. un ordine di cattura per Roberto Calvi. che venne arreMato e condotto nel carcere di Lodi. dove lei lo interrogò. Che im.preMione le tece queoto banchiere. anche lui uno dei protagoniMi negativi della otaria d'Italia? Beh, in quell'occasione emersero questioni che poi saltarono fuori in forme addirittura plateali nel corso dell'inchiesta "Mani pulite". Ciò che mi spinse a firmare il mandato di cattura fu la scoperta del tentativo d'inquinamento del processo. condotto addirittura a livello di vice-presidente del Csm,Zilletti, che poi fu costretto a dimettersi. Da Zilletti, fra l'altro, era stato chiesto al PgCarlo Marini di non designare per la istruttoria di quel procedimento né me né Urbisci, cosa che mi allarmò, dandomi la sensazione precisa che ci fosse dietro qualcosa di grosso, tanto è vero che quando Marini mi comunicò il contenuto della telefonata con quella richiesta, da lui respinta, mi venne subito da osservare che, stando così le cose. non c'era solo il processo valutario, ma qualcosa di più serio. Mi fecero vedere, allora, il fascicolo, che era stato trovato dai colleghi Turone e Colombo a Castiglion Fibocchi, che riguardava i tentativi di depistaggio. Fra i documenti sequestrati a Geli i, c'era anche quello famoso del Conto Protezione, che portava a Craxi. Ne risultava, in definitiva, la grande facilità di creare fondi neri per le società: poteva non fare impressione per gli Enti pubblici, costituiva una grossa sorpresa per i privati. Mi indignò la scoperta di questo mondo in cui era possibile, praticamente, fare tutto, passando sulla testa degli azionisti. Sdegno, ma anche impegno di lavoro, tanto è vero che quel processo fu portato a termine in brevissimo tempo. Ricordo che dichiarai che a dieci giorni di distanza dall'ordine di cattura, quegli imputati sarebbero stati portati a giudizio e Montanelli scrisse che sarebbe stata la prima volta nella storia della giustizia italiana. Bene, io ci impiegai nove giorni. Un'altra grossa esperienza la feci nel processo Masselli, quello dei petroli, che aprì un altro spac-
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