Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

asco vero horror pieno di sangue. Coerentemente con l'esperienza della sua eroina, anche Ferrara scende dalla filosofia alla prassi, mescolando gli orrori veri (le immagini dei lager e di My Lai) a quelli della tradizione cinematografica. Un horror fatto solo di sangue finto, per Ferrara, è solo una bambinata hollywoodiana: se ci si deve confrontare col male, va fatto con quello vero. D'altra parte il male vero è un assoluto metafisico, che si può avvicinare solo con le metafore e le finzioni del cinema: e del cinema più basso e più dimesso, quello che vuole solo prendere allo stomaco, sollecitare il voyeurismo, senza pretendere di voler essere molto di più. Come film di vampiri, TheAddiction funziona quanto e meglio di Intervista col vampiro. In entrambi. gli assalti cannibalici dei mostri sono celebrati con furore orgiastico e dovizia di sangue finto (con qualche ricordo, forse casuale in Ferrara, di li buio si avvicina di Kathryn Bigelow); in entrambi appaiono degli ambigui vampiri filosofi (in Addiction Christopher Walken) che riflettono sul tempo e sugli appetiti di queste creature. Ma se nel film di Nei! Jordan. grazie alla mediazione del romanzo di Ann Rice, il discorso sul vampirismo si carica di tratta banalmente maledettistici e (ciò che è preoccupante) superomistici, nel film di Ferrara il vampirismo è visto come equivalente alla tossicodipendenza (addiction). Da cui l'impatto hard, impensabile in un film come Intervista col vampiro, di scene come quella in cui Kathleen, all'inizio della sua carriera di vampira, ruba del sangue con una siringa a un barbone addormentato, per poi reiniettarselo in vena. Una variazione dello "stupro a se stessi" (parole del regista) che veniva messo in scena nelle sequenze di droga (tagliate nell'edizione italiana) del Cattivo tenente: come dire che l'orrore non è mai contemplazione (come in un qualunque horror hollywoodiano), ma esperienza su se stessi. li metodo Ferrara consiste nell'accettare le regole di un genere fino are Il metodo Ferrara con6i6te nell'accettare le regole di un genere tino in tondo, 6enza tabù e cen6ure, in fondo, senza tabù e censure, e di portarle al punto in cui diventano qualcosa d'altro, di più inquietante. Uno strumento è il lavoro sugli attori (Liii Taylor, già interprete di Altman, Kusturica e Nancy Savoca,è impressionante), che porta una qualità di realismo e di improvvisazione cassavetesiana, o da film porno (e Cassavetesera uno che aveva fatto i complimenti a Gerard Damiano). Ma Ferrara vuole anche imbrogliare le carte, sabotare quello che sta facendo. Ed è allora che inserisce nel genere gli elementi eterogenei, che sposta il discorso e fa convivere elementi contraddittori. Eccoquindi il vampirismo come metafora dell'imperscrutabilità della Grazia, come paradossale strumento di Dio, che offre alla sua vittima la scelta tra la salvezza e la dannazione. L'horror diventa film teologico: è l'ultima possibilità rimasta di poter parlare di certi argomenti, ma anche un modo di scendere nella pratica, di non rimanere alle speculazioni astratte. Come li cattivo tenente o il mafioso di Fratelli, la vampira di TheAddiction è consapevole della propria colpa, ma non per questo è automaticamente salvata. Anche perché la salvezza è dolorosa, implica una lotta, porta alla morte. li finale in cui Kathleen si confessa in ospedale, riceve la comunione (il prete non è un attore, ma un prete vero, vale la pena di notare) e si ritrova poi a deporre fiori sulla propria tomba, è esemplare delle contraddizioni di Ferrar_ae dell'impossibilità di chiudere il discorso e far tornare tutti i conti. Non sappiamo se Kathleen sia un'anima del Paradiso o continui a essere una dannata. La salvezza, al contrario del male, è qualcosa che non si può rappresentare, è qualcosa che non appartiene al cinema. Ferrara ha girato in passato il suo bravo film sul cinema e sugli scambi tra finzione e realtà, Occhi di serpente: ma non a caso era assolutamente privo di gioia (quella gioia un po' dolciastra dei film sul cinema, divulgata da Effetto notte), forse la sua opera più cupa. C'è in tutto questo un certo compiacimento autodistruttivo, un celebrare la sconfitta dove qualunque altro regista sarebbe fiero della propria riuscita: ma è coerente con una prassi di fondo che mi sembra quanto di meno cinéphile si possa immaginare. Il regista, per Ferrara, non è un ladro di cinema, ma un vampiro di vite e di corpi; uno che non ama i suoi spettatori, e che spera che dall'unione di materiali stridenti (basi pensare, in TheAddiction, al contrasto tra i dialoghi filosofici e la colonna sonora rap di CypressHill e Onyx ad alto tasso di fuck) nasca un senso nuovo. che dalla consapevolezza dell'orrore nasca una catarsi. Ecco, tanto per aggiungere una formuletta al manuale critichese su Abel Ferrara: se c'è un regista, oggi, che crede alla catarsi, è proprio lui. •

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