Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

er 'cr1t1 TEOLOGIA E HORROR IN ABEL FERRARA AlbertoPeZi:,otta ' IE solo con The Funeral (Fratelli, 1996) che Abel Ferrara, regista dal 1977,ha conosciuto un plauso pressoché unanime. E la critica può contare ormai su un repertorio di frasi fatte, più o meno pertinenti, che vanno a pescare soprattutto sui contenuti: Ferrara, l'erede diretto di-Martin Scorsese(che lo stima); il cantore della violenza e della redenzione impossibile; il cattolico blasfemo che lotta con Dio come Giobbe con l'Angelo; per tacere di tutti i giochini legati al suo nome (Abele e Caino, et similia). Quanto all'interessato, ama interpretare il personaggio dell'ultimo degli indipendenti, del cinefilo maledetto che fa film "per respirare" - altrimenti tanto varrebbe fare lo spacciatore o il gestore di un McDonald's - e che si ostina a rivedere i classici (quelli della tradizione dei "Cahiers", a partire da Cassavetese Godard) invece di cedere alla banalità delle superproduzioni hollywoodiane. Un panorama quasi idilliaco (all'ultimo festival di Venezia Fratelli, vergognosamente ignorato dalla giuria, ha ottenuto in compenso il premio - incredibile - dell'Ocic), appena incrinato da qualche dettaglio. li successo del film di Ferrara non è ancora di massa, e la sua ultima opera, e forse migliore, The Addiction, in Italia è arrivato solo sugli schermi di Telepiù - dopo che Irene Bignardi l'ha bollato come "uno dei film più falsi e pericolosi di questi ultimi anni", dissuadendo probabilmente i distributori che ci avevano fatto sopra una mezza idea. Anche se la repulsione della critica di "Repubblica", prevedibile da parte della sostenitrice di un cinema di porcellana e pasticcini secchi, dice sul cinema di Ferrara qualcosa di stranamente adeguato. Rubando ad Auerbach quello che diceva su I fiori del male di Baudelaire, si potrebbe dire che "un'opera che esprime l'orrore viene capita meglio, nonostante la ribellione, dagli uomini che quest'orrore fa fremere nell'intimo, piuttosto che da chi non dà nulla di se stesso se non qualche esclamazione entusiastica sui prodotti dell'arte." Non è un cinema che si possa amare facilmente, quello di Ferrara, e per cui si possa sprecare l'aggettivo "bello". Non siamo dalle parti di Fargo, Seven, I soliti sospetti, Pulp fiction, e neanche della consapevolezza avanguardistica di Lynch. Ferrara viene dalla serie B, e si vede. C'è sempre una legnosità, nei suoi film, uno scollamento fra dialoghi, musica e immagini, tra storia e tesi da dimostrare, tra ambizioni alte e pugni nello stomaco. Lamaggior parte dei critici ha scambiato l'unità spazio-temporale della struttura di Fratelli (con i debiti richiami alla tragedia elisabettiana) per compiutezza espressiva, o la flagranza scandalosa di certi dialoghi sul male (quelli in cui Christopher Walken dà la colpa a Dio di averlo reso un ere assassino) per un pensiero filosofico coerente. Ma basterebbe soffermarsi sul finale, inconsulto come quello di un romanzo di Harry Crews, in cui il pazzo Chazcompie una strage immotivata, per rendersi conto che quello di Ferrara è un cinema senza risposte e senza regole, sempre un passo indietro o avanti rispetto a quanto farebbe un qualunque autore di oggi. Un cinema che crede ancora nella provocazione, che vuole dividere più che creare consenso. Eche comunque gioca basso e si sporca le mani. Prendiamo TheAddiction. Lo scandalo bignardesco nasce dal fatto che un film di vampiri si confronta con l'Olocausto e le stragi americane in Vietnam. La protagonista Kathleen, studentessa di filosofia ossessionata dagli orrori di questo secolo, dopo essere diventata una vampira comprende che la Storia non esiste, che la dipendenza (addiction) dal male è connaturata all'uomo, e che la sola filosofia possibile è la prassi: uccidere o morire. Un repertorio tematico molto complesso, frutto dello sceneggiatore Nicholas St.John, collaboratore abituale di Ferrara. Ma la sua forza sta nel fatto che Ferrara non ha girato un clone del Silenzio o dell'Ora del lupo di Bergman, ma un

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==