sente che è la produzione letteraria in lingua italiana, comprende una quantità di fenomeni contraddittori, che rappresentano altrettante sfide alla nostra capacità di analisi e di comprensione: tendenze e controtendenze, aggregazioni e disgregazioni, discontinuità e recuperi. Quanto sta cambiando la letteratura? A che velocità scorre il fiume, e dove sta andando? Non staremo per caso scambiando l'innocente mulinello dell'acqua intorno a un sassoper il presagio di un'esondazione? o la quiete di un'ansa per un principio di impaludamento? Non sarà il caso di ripensare all'intera mappa idrografica, senza precipitarsi a formulare giudizi senza appello? Bisogna fornire risposte, su questo non si discute; e risposte, se possibile, meditate e argomentate. Ma bisogna anche capire a quali domande stiamo cercando di rispondere. Come se non bastasse, non sempre nelle vicende in corso (l'immagine del fiume, qui, cessadi funzionare) è distinguibile una pendenza, cioè un assecronologico dominante. Ladialettica vecchio/nuovo, tradizione/innovazione, conservazione/avanguardia, ha perso gran parte della sua forza esplicativa: a dominare oggi sono processi di contaminazione, di mescolanza, di scmabio, e la simultaneità (come è stato giustamente rilevato) tende a far premio sulla profondità temporale. Sea un'antinomia si può forse utilmente ricorrere, è quella fra ibridazioni aperte, che palesano o esibiscono la molteplice varietà degli apporti e degli innesti, mettendo in luce i valori intrinseci del meticciato stilistico; e ibridazioni (per dir cosi) selettive, miranti a definire per via di studiati incroci nuove specie, nuovi generi, registri, modi espressivi. Non sono in causa, è bene precisarlo, le sole strategie compositive messe in atto dagli autori. Si tratta di un'elaborazione collettiva, alla quale attendono, con maggiore o minore consapevolezza, tutti quanti partecipano all'attività estetica: gli scrittori certamente, in primo luogo, ma anche gli editori, i lettori, in notevole misura. Perfino i critici. Dai quali è giusto pretendere, in primo luogo, che non ostentino i modi di chi ha già capito da tempo, da sempre tutto quello che c'era da capire, punto e basta (se poi invece i maremoti si riveleranno essere moti browniani, o vicevera, amen: la soggettività del giudizio fa parte del gener re saggistico, no?). Lecarte, comunque, si rimescolano. Dall'universo della comunicazione prendono fomra anche oggetti letterari nuovi (più o meno riusciti, certo, più o meno interessanti): leghe di nuovo conio, inedite polimerizzazioni, nuovi composti. li fenomeno, sarà bene non dimenticarselo, è tutt'altro che originale ed esclusivo della nostra era: lo dimostra il fatto che quando, non molti anni fa, si è verificato un recupero di forme letterarie tradizionali, molti autori si sono ispirati al modello del romanzo storico, genere per eccellenza misto, conglomerato di storia e invenzione, sorto in potente sfida a ogni regolare canone letterario. Da allora, la letteratura ha chiesto accoglienza (rifugio politico?) presso una quantità di generi discorsivi e/o narrativi solo apparentemente allotri, senza mai morire, o forse morendo e rinascendo ogni volta. Oggi più che mai, l'arte della parola è divenuta un esercizio di sintesi, nel senso chimico del termine. Inevitabile, dunque, tener presente anche tutto quello che sta intorno alla letteratura in senso stretto, e che sovente elude o ignora la tradizione strettamente letteraria. Beninteso, ci sarà sempre qualcuno pronto a sentenziare, liquidatorio e stridulo, che "questa è sociologia della letteratura", dimostrando quanto meno di non saper nulla di sociologia. Pazienza.Noi restiamo persuasi che la prospettiva più utile sia quella di un'idea allargata di letterarietà, pronta a misurarsi con l'ecologia della parola nel suo complesso, con altre arti, altri codici. Però questo atteggiamento critico richiede moderazione. Non nel senso che ha reso il termine giustamente inviso alla cultura di sinistra, di pregiudiziale disposizione al compromesso, di cautela peritante e un po' ipocrita, di querula deplorazione degli eccessi, funzionale a più o meno opportunistici accomodamenti: bensì nel senso di attitudine all'esercizio del raziocinio, di volontà di articolare i problemi nella loro complessità, rifiutando semplificazioni futili e precipitose. Certo, un atteggiamento siffatto urta contro alcuni meccanismi della comunicazione di massa; o almeno contro l'uso corrivo e miope di tali meccanismi, tenacemente in voga (ahimè) anche nel dibattito culturale. Lo sappiamo: affermazioni perentorie, ancorché superficiali e magari vuote di contenuto, "passano" meglio che non argomentazioni meditate. Non si può fare pubblicità senza slogan, così come non si possono fare campagne elettorali senza parole d'ordine (se poi l'avversario commette errori peggiori, si vince lo stesso: ma questo è un altro paio di maniche). Tuttavia non si vede per quale motivo il dibattito culturale si debba appiattire sui modi e i ritmi degli spot. Di fatto, interventi poveri di contenuto, ma capaci di destare qualche effimero clamore giornalistico, continuano a trovare eco maggiore di contributi meditati e problematici, non riducibili alla misura di un titolo, d'una formula, d'un improperio buono per un'occasionale baruffa. Enon parliamo naturalmente di studi specialistici, che hanno diversa circolazione e destinazione, bensì di critica militante, con tutto quanto di accidentale e soggettivo e provvisorio questo significa. Tanto per fare un esempio, la seria, pacata, puntuale riflessione di Marino Sinibaldi Pulp. la letteratura nell'era della simultaneità (Donzelli editore), pur nella sua agile limpidezza espositiva, è quasi passata sotto silenzio: laddove un volume rapsodico ai limiti della disorganicità come Lademocrazia magica di Franco Cordelli, che non poggiava su alcuna consistente tesi di fondo ma ostentava l'offa d'una frase utilizzabile come pretesto per una polemichetta (è ora di liberarsi dell' ossessione del romanzo), ha goduto del suo bravo quarto d'ora di gloria. Per inciso, anche questo potrebbe essere un tema di rfilessione. Prese di posizioni apparentemente radicali, in realtà soltanto improntate a una perentorietà elocutiva familiare a tutti gli operatori di marketing e conformi agli aspetti meno nobili della società dei consumi, provengono sempre più spessoda un'area della cultura che potremmo definire moderata. Alla cultura di sinistra spetta dunque anche questo compito: sottrarre le discussioni sulla letteratura alla formulistica della promozione pubblicitaria, e salvaguardare lo spazio per una riflessione attenta, radicale nella sostanza, e non nelle pose esteriori. S'intende, senza rinchiudersi in torri d'avorio. vecchie o nuove: senzaabdicare alla necessità di cimunicare, qui e oggi, con i mezzi e i media disponibili. È un errore già commesso. che bisognerebbe davvero evitare di ripetere.
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