Linea d'ombra - anno XV - n. 124 - aprile 1997

ere 'critica der Il tuff O diPocahontase la I LETTERATI E IL "NUOVO" MarioBarenghi § embra incredibile, eppure è cosi. Ogni volta che ci si prova non dirò a stilare un attento bilancio, ma anche solo a tracciare un disegno sommario, a valutare questo o quel fenomeno della letteratura d'oggi, le opinioni dei critici tendono pressoché automaticamente a divaricarsi, coagulandosi attorno a due poli estremi. quali, si badi bene, non s'identificano affatto con "apocalissi" e "integrazione", perché "integrati" sono assolutamente tutti: e semmai proprio istanze e assunti e pose apocalittiche godono di un surplus di efficacia spettacolare che è merce di gran valore nei circuiti mediatici. Piuttosto, bisognerebbe parlare - con le riserve debite - di apocalittici e di entusiasti. Omeglio, di entusiasti detrattori e di entusiasti corifei: di convinti fautori della novità, e di altrettanto convinti apologeti del passato. L'episodio più recente è stato la disputa sul cosiddetto pulp, ora magnificato come nuova esaltante frontiera della ricerca narrativa, ora deprecato come emblema d'una irreparabile degradazione del gusto e della civiltà. Ma al di là delle vicende singole, quello che importa notare è un certo atteggiamento mentale. A nessuno sfugge che viviamo in un'epoca contraddistinta da impetuose trasformazioni, che investono molti (tutti, forse) i campi della nostra esperienza. Anche la letteratura, di conseguenza, cambia (potrebbe essere altrimenti?), cosa che peraltro da sempre fa, e con intensità particolare da un paio di secoli a questa parte: né sarebbe facile dimostrare che stia cambiando in maniera più radicale o repentina di altri aspetti dell'attività umana. Ora, di fronte a un mutamento o a una serie di mutamenti spesso non facili da decifrare e comprendere, e perciò ardui da valutare, sarebbe lecito attendersi un ventaglio abbastanza ampio di reazioni. Mi sembra invece che le reazioni più diffuse da parte di chi si occupa professionalmente di letteratura siano condizionate da un forte desiderio di certezze: di immediate, rassicuranti certezze (anche nel male, certo: nulla conforta quanto la persuasione che le cose vanno malissimo). Da un lato c'è chi annuncia novità sconvolgenti, svolte epocali, arrogandosi i complementari ruoli di esegetae alfiere della rivoluzione in atto; dall'altro chi, vestendo i panni del medico, diagnostica marasmi terminali, agonie convulse, o addirittura già avvenuti decessi, e fantasmatiche sopravvivenze. Un tempo si usava paragonare la storia al corso d'un fiume; ebbene, chi si trova in mezzo alla corrente non è mai nelle condizioni migliori per misurarne la velocità. Pure, l'impressione è che gli addetti ai lavori letterari si dividano abbastanza nettamente tra chi crede d'esser diretto verso una cascata e chi si lagna di giacere in una palude; o, se si preferisce, tra chi s'inebria al pensiero della cateratta prossima, del salto d'acqua, del tuffo nel futuro (un volo vertiginoso e interminabile, come quello di Pocahontas), e chi invece è persuaso che il tuffo ci sia stato già: e abbia posto fine a una lunga e gloriosa navigazione, non lasciandoci se non la speranza di rimanere a galla in qualche modo, aggrappati a un relitto del fasciame, immersi in un liquame ingrato e non potabile, intenti ora a scagliare anatemi contro la cloaca della post (o quant'altro) modernità, ora a vagheggiare le azzurre riviere d'antan.Entrambi i giudizi si fondano sulla convinzione che si sia verificata o si stia verificando (nella storia, nella tradizione culturale, nelle esperienze estetiche e percettive) una soluzione di continuità: e che all'intellettuale spetti semplicemente di pronunciarsi a favore di essa, oppure contro. Cosìsi condanna, si rimpiange, si deplora; ovvero ci si adegua in fretta, si muta pelle, si cambia look. Naturalmente (sarebbe sciocco negarlo) la nostra epoca - specie durante l'ultimo scorcio, scosso dall'informatica e dalla multimedialità - ha portato trasformazioni di enorme rilievo, che spesso assumono i connotati di veri e propri strappi, lacerazioni, fratture. Ma la realtà con la quale siamo chiamati a misurarci non si lascia definire da una frattura, né da una somma di fratture; e meno che mai possiamo pensare di assolvere al nostro compito notificando con un sì o con un no il nostro personale gradimento o disgusto. La realtà presente, anche quella piccola parte del pre-

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