RitrattiMarisaBulgheroni LeggereMarisaBulgheroni I[ venti racconti dell'Apprendista del sogno, prima opera narrativa di Marisa Bulgheroni, - studiosa e traduttrice appassionata di letteratura angloamericana - nascono forse dal desiderio di congiungersi alla vena fabulatoria che corre nella famiglia dell'autrice per via matrilineare, come si narra in Naufragi e Gli orti della regina. Qualunque sia l'impulso originario, si avverte un senso di necessità in queste brevi folgoranti narrazioni, esploso da un'urgenza di comprensione non tanto o non solo di sé, ma di qualcosa di smisurato che include i desideri dell'anima e che incorpora il mondo. Abbandonato il progetto autobiografico iniziale, trascesi i fatti, Bulgheroni ci dà assieme alla ricerca del suo doppio perduto - come dichiara all'ultima pagina - la registrazione di una memoria più antica, che appartiene al mito o alle cose della terra. Nella sua geografia interiore i luoghi e le cose parlano - il lago, il bosco, la sabbia, la casaabbandonata, un guanto spaiato - diventando a loro volta dicibili, si fanno testimonianza del passato, memoria personale o collettiva. Due tartarughe marine arenate su una spiaggia delle Canarie, accostate l'una all'altra come "due vecchi coniugi suicidi", appaiono all'autrice "sinopie di noi stessi, di come saremo" ma anche mostruose macchine da guerra. Centrale è la figura disegnata dal titolo, l'apprendista del sogno, che annuncia oltre al "ritratto dell'artista" anche una lettura possibile del testo. L'autrice si presenta al lettore sulla soglia di un'esitazione tra veglia e sogno. È la persona che non ha imparato presto a distinguere tra evento reale e immaginato, ma che, cresciuta attraverso questa con-fusione, la riconosce ora come essenziale, e non tenta di mettervi ordine. li sogno, la visione sono aspetti della realtà, ci dice Bulgheroni, perché ci danno uno squarcio sull'eventuale, sul rimosso, sull'altrove, sul desiderio. Ma il sogno è anche un'allegoria della scrittura, allude alle sue infinite possibilità, cui a volte sembra abbandonarsi l'autrice, pur nel controllo costante, nella tenuta narrativa che il racconto richiede ancor più del romanzo. Marisa Bulgheroni ama l'enigma, la costruzione di situazioni potenziali, non tanto per offrire svelamenti quanto per esplorare le possibilità del linguaggio che sono dentro e fuori di lei. Bulgheroni si propone in primo luogo il compito di decifrare ciò che è iscritto in segni all'apparenza indecifrabili, come le forme della sabbia o della neve; in una lingua sconosciuta o sulla tela di un dipinto. A me sembra questo il/un filo che lega la raccolta e che dà ordine a una sequenza spaziale piuttosto che cronologica. C'ècome una compresenza del soggetto a se stesso in varie età, quasi ad affermare che le varie parti del sé nel tempo non muoiono mai dentro ciascuno di noi. Così,mentre la scena dei racconti cambia, Hvar, Gerusalemme, El Alamein, New York, Acitrezza, Como, Amsterdam, e cambiano le stagioni e le età di chi parla, chi parla resta testimone-reporter di sé, allo stesso tempo distante e partecipe - la ragazza in bicicletta, la donna in fuga tra Como e Catania, la donna nella stanza d'albergo a Manhattan - una presenza inquieta che tenta, inseguendo orme incorciate, di giungere a definire almeno un'ipotesi di individuazione. Ma non è lo scavo nel passato che le restituisce se stessa, sono l'orizzontalità e la compresenza rese possibili dal sogno e dalla visione. È lo spazio Lefoto di questa sezionesonodi RobertoKoch AgenziaContrasto che restituisce ciò che il tempo sottrae li tragitto della narratrice parte dunque da quel prologo in corsivo, !"'Autodafé", dalla confessione di una molteplicità dell'io per giungere nell'ultimo racconto, quello sul quadro di Vermeer (la copertina ne offre un particolare ingrandito), nella città "inventata per chi voglia scomparire, o riapparire" - Amsterdam - in cui c'è l'approdo a una conoscenza di una parte di sé essenziale. Nella ragazzache scrive, Bulgheroni ha riconosciuto il proprio fantasma, ha trovato se stessa. È lei la ragazzache scrive, ma soprattutto è lei che ostenta quel gesto interrompendolo: ha una storia, un segreto, ma non è ancora pronta a esporlo al mondo, a divulgarlo. L'autrice non vuole o non le è possibile rispondere in altro modo alla domanda che torna più volte nei racconti, chi sono io? Domanda cui la madre aveva risposto sibillina: "Saprai chi sei solo quando te lo chiederai e non riuscirai a darti una risposta, quando sperimenterai le passioni e vorrai sapere perché".La scrittura elegante di Bulgheroni, ricca di suggestioni letterarie, e a tratti preziosa, trattiene sempre un mistero e forse per questo riesce a far presa sul lettore nonostante i fatti non siano mai al primo posto, appannati come sono da una lingua "alta" e dalle sue variazioni. La raccolta esibisce dunque un'ampia gamma di registri, dalla prosa poetica, alla lingua del reportage, da quella della memoria storica a quella degli affetti privati, riuscendo sempre a carpire il segreto dell'ombra. PaolaSplendore
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