asco tare era impossibile non sentirsi investiti in pieno. Eper la prima volta quella stessa cultura rimbalzava poi, a sua volta, dalla aule universitarie al "fuori", in un gioco straordinario come nel titolo di un saggio - Ledehors et le dedans - apparso su una rivista francese dell'epoca, "Change": una delle tante riviste militanti o delle mille cosedi cui Marisa era per noi portavoce volontaria e inesausta. Rimbalzando fuori dalle aule, quella cultura nuova, mobile, diversa, si faceva comunione allegra sugli scogli di Acitrezza o sulle seggiole di legno della 'luna Rossa", o sulle barche dei calafatari di Trezza dove ci si metteva a cantare e a suonare le chitarre. Quella cultura si faceva sogno di cui noi tutti eravamo apprendisti per rifarsi di nuovo, all'indomani, e ancora una volta dentro le aule e dentro gli arroventati Consigli di Facoltà, proposta politica gioiosa ma precisa e militante. In quegli anni di esaltazione, di stordimento, ma anche di lavor-o serio, continuo e profondo, da cui sarebbero venuti fuori non pochi intellettuali del decennio successivo (voglio chiamarli per nome: Eduardo, Rosalba, Carmelo, Luigi, Pina), tutti noi ci amavamo davvero, nei covi in cui altri si armavano, e sentivamo in Marisa la complicità del vero amico e l'amicizia del vero complice. Una cosa precisa, avvertivamo in Marisa Bulgheroni: il suo modo diverso di leggere la Sicilia, che per lei non ha mai avuto il "fascino antropologico" dei territori del grand tour, ma che lei sentiva dentro in modo profondo, mediterraneo. Perché mediterranei non si nasce, né si diventa: non si è tali perché si è nati sulle rive del nostro mare, ma perché è il Mediterraneo che ha scelto di nascere dentro di noi. Equesto tutti noi lo avvertivamo in Marisa molto più che in altri suoi colleghi "fuori sede": che sentivamo affascinati dalla Sicilia ma pronti a cedere ad altre terre altrettanto fascinose, o semplicemente ad altre sedi universitarie più vicine a casa. Lamediterraneità di Marisa noi la percepimmo in modo epifanico in un giorno di quello stesso giugno che chiuse l'anno di Huck Finn. Per la festa di San Giovanni, ad Acitrezza, al rito religioso in onore del Santo, che si svolge in chiesa, si unisce il rito pagano de lu malu pisci (il pesce infido, crudele), che ha luogo nello stesso specchio di mare antistante la chiesina di Trezza. li rito consiste in questo: un giovane, che riveste il ruolo del "malu pisci", gira vorticosamente intorno a una barchetta di pescatori per nulla diversa dalla classica barca dei Malavoglia, rischiando di farla capovolgere. Per ben tre volte, "lu malu pisci" viene catturato e issato sulla barca, dove rischia di essere ucciso e squartato come un novello Moby Dick. Ma per ben tre volte il pesce si divincola, e alla fine, sempre più pazzo di terrore - o forse sempre più fiero - "lu malu pisci" riesce a fuggire libero dopo aver fatto capovolgere la barca dei pescatori, che a stento si salvano. li rito si ripeté puntualmente anche quel 24 giugno, e in un delirio di luoghi comuni i tanti turisti che già allora rischiavano di snaturare Trezza applaudirono i naufraghi ritornati a riva a nuoto. Ma l'occhio di Marisa che applaudiva, al pari di quello dei vecchi di Trezza, seguiva lui, "lu malu pisci", il vincitore. Marisa, come i vecchi pescatori di Trezza, applaudì "lu malu pisci" e fu compagna nostra, di tutti noi che eravamo "li mali pisci" studenteschi usciti vittoriosi dal ribaltamento della nostra Facoltà, al quale il vecchio Preside - come il vecchio Achab- non era sopravvissuto e s'era dovuto dimettere. Leggendo oggi i racconti di Marisa Bulgheroni, a me che di quegli anni sono stata testimone continua, capita di trovarmi dinanzi a questo o quell'amico, presente o perduto per sempre, a questo o a quel collega. Mi rendo conto di possedere, involontariamente, una chiave di decrittazione ben più precisa e privilegiata rispetto ad altri. Ma non è questo il punto, perché i racconti non si fermano al livello - che sarebbe legittimo, ma anche più banale - dell'autobiografia. Questi racconti combinano tra loro mille frammenti diversi facendone il tessuto di una più grande epopea, di cui è protagonista la Sicilia tanto quanto la guefra o tanto quanto una nave che si inabissa generando a sua volta epopea in chi ne renderà testimonianza alle generazioni successive. Eall'interno di questa epopea, proprio perché tale, non vedo tracce del passato, ma segni e semi in grado di generare altri segni e altri semi di scrittura futura. Perché questi racconti sono un punto in uno spazio letterario ed esistenziale di cui una delle tante caratteristiche straordinarie è quella del volere e sapere "prendere parte". Pochi intellettuali, oggi "prendono parte" nel mondo letterario, nel mondo accademico, nel mondo politico: tutti universi che, anche quando si dichiarano impegnati risultano spesso snaturati e appiattiti da quello che potremo definire il comodo alibi del political/y correct. Marisa, invece, ci ha insegnato a essere coraggiosamente di parte, se necessario; la sua scrittura, che sceglie i versanti più impervi del narrare, giocando fino a stordirci tra io narrante e io collettivo, o calando dentro il postmodernismo il mito, non si limita ad andare banalmente là dove la porta il cuore. No, la sua scrittura non vuole contentare tutti, non è semplice e non dà risposte ma pone piuttosto domande, come quella di ogni vero autore. Ricordo che in quegli anni di presenza siciliana di Marisa, in cui si discuteva di cultura tanto in aula quanto dentro una barca o su un tappeto di una casa famosa in cima alla collina di Acitrezza, noi studenti, lettori giovani dei grandi vecchi - Whitman, Dickinson, Melville e mille altri - ma anche scopritori insieme a lei di altri giovani - da Sontag a Warhol a Purdy- ci chiedevamo spesso: ma cos'è la scrittura? ma come si scrive? EMarisa Bulgheroni ci rispondeva con le sue parole, i suoi libri, i suoi saggi, le sue continue recensioni e le interviste, che erano ogni volta un'impresa nuova, una nuova sfida, un nuovo scarto. Anche questi racconti sono una sfida nuova per il lettore. Sono il sintomo di sinergie multiple che fanno della Sicilia, della guerra, o dell'infanzia un palinsesto complesso e - come Marisa - inafferrabile ai più. GigliolaNocera
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