Ritratti MarisaBulgheroni er I[ I primo ricordo personale che ho di Marisa Bulgheroni, il cui arrivo a Catania come Professore ordinario di letteratura angloamericana diede il via, nel 1968, a una nuova e rivoluzionaria stagione di cultura in quella nostra università, risale a una sua lezione su Mark Twain, tutta incentrata sulla figura di quel principe degli outsiders che è Huck Finn. Molte volte, nel corso di quella lezione e di altre che seguirono, si parlò del continuo sfuggire di Huck ai tentativi di adozione rivolti a lui dal mondo cosiddetto "civile". Si parlò del suo light out: fuggire, sfuggire, spostarsi altrove. Enella Catania - e nella Sicilia - mai troppo sessantottesca di quegli anni, questo è il primo ricordo di una stagione nel corso della quale tutti noi studenti adottammo di colpo (o fummo adottati da: questo non lo si chiarirà mai) questa nuova prof, che riusciva a parlarci di letteratura americana parlandoci di coraggio, di spostamento, di diversità: che sottolineava l'eterna mobilità di Huck, archetipa come quella del Mississippi lungo il quale lui scivola sicuro: o che sottolineava continuamente la liquida libertà del fiume rispetto al rischioso e immobile comfort della terraferma. Da quell'anno, alle lezioni di Marisa Bulgheroni, che statutariamente erano lezioni di letteratura americana per gli specialisti di inglese, cominciarono ad affluire studenti da ogni corso di laurea: oltre che da lingue, anche da lettere moderne e persino da lettere classiche e filosofia. Quella frequenza assidua, costante, appassionata, il più delle volte non era nemmeno finalizzata a uno specifico esame, ma nasceva direttamente dalla gioia di unirsi a una persona cosi diversa da noi e al tempo stesso dal sentire sottilmente mediterraneo. Da quell'anno in cui si parlò di Huck e delle sue fughe e del suo famoso I lit out, tutti noi diventammo portatori sani di un lighting out, che ci avrebbe poi permesso e ci permette tutt'oggi di affrontare con più forza - come dal centro di un grande fiume interiore - i decenni successivi e la successiva restaurazione dell'accademia e della terraferma in generale. I semi che quelle lezioni inoculavano man mano in noi studenti e in me stessa li avremmo poi ricostruiti in dettaglio - o decostruiti - più tardi, con la maturità dei trenta, trentacinque, quarant'anni. Ma già fin d'allora intuimmo che nell'orizzonte del nostro occhio fenicio era comparsa - con Marisa Bulgheroni - una persona che sarebbe riuscita a calare nella realtà della Sicilia e della nostra università la possibilità di una grande utopia politica con la leggerezzadi un sogno. Attraverso le parole straordinarie di quell'America che non a caso aveva affascinato Cesare Paveseed Elio Vittorini, Marisa Bulgheroni fu la nostra Pavese, e la nostra Vittorini. Fu lei, in quell'anno memorabile di Huck Finn, un anno che scherzosamente definimmo "l'inverno del nostro contento", che ci fece intravedere la possibilità di un'Università diversa. Un'Università simile a una grande "comune" o "comunità" in cui tutti - studenti, docenti, indigeni e nordici - erano al tempo stesso soggetto e oggetto della stessa fierezza, della stessa collera, degli stessi diritti, dello stesso eros: Huck e Jim al tempo stesso, ma zia Polly mai. In quella nostra Sicilia, il sapere accademico era contraddistinto da una sorta di diversità fatta di elitarismo, di sguardi complici, di chiusura a tutto ciò che fosse altro da sé: e l'ideale culturale era rappresentato da una scrittura saggistica astrusa e impervia da conquistare con la sofferenza silenziosa del portaborse che cerca di scalare il Golgota (dicevamo noi) della cultura. In quella nostra Sicilia Marisa Bulgheroni ci offri l'esempio di una scrittura diversa: perfetta nelle fonti ma ardita nelle forme, consapevole della tradizione ma, a partire da questa, anarchica nelle scelte. Con lei, i testi letterari o le letture critiche o le musiche della nostra clandestinità studentesca (dai Beats all'IChing a John Cageche Marisa, con l'allegro coraggio di Huck Finn, accettò come oggetto della mia stessa tesi di laurea), entravano di diritto dentro le aule, dentro i nostri corsi, generando il delirio di una gioiosissima entropia culturale dalla quale
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